Consigli per l’estate

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di Giorgio Biferali

Visto che è arrivata l’estate, che è quel periodo in cui di solito si va in vacanza, e insieme ai vestiti, le scarpe, i costumi, gli spazzolini, i deodoranti sotto i 100 ml, non è mai facile scegliere quali libri mettere in valigia e quali, invece, lasciare a casa, ecco, mi sembrava giusto fare una lista di quelli da portare in viaggio, da non rimandare a settembre, come capita a scuola a quelli che avevano studiato meno durante l’anno. Ci sono romanzi, raccolte di racconti, libri di poesia, saggi narrativi, diari di viaggio, per non farsi mancare nulla, perché l’estate possa essere all’altezza delle altre stagioni, e anche di più. Ovviamente, neanche a dirlo, in questa lista, ci sono tutti i libri che io non porterò in vacanza con me, visto che li ho già letti tutti, anche se mi è già venuta voglia di rileggerne qualcuno. Chissà.

La tomba dell’amore? – Intervista a Luca Ricci sugli Autunnali

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Raccontisti che si fanno romanzieri. Fino a qualche anno fa due dei nomi che uscivano con più frequenza come migliori raccontisti italiani erano quello di Paolo Cognetti e il tuo. Poi Paolo ha vinto lo Strega, sì, ma con un romanzo. Adesso anche tu sei uscito con un romanzo. Esiste una forza che spinge i raccontisti a diventare romanzieri? C’entra col pregiudizio dell’editoria italiana rispetto alla forma breve? short-story1

Il racconto è la sezione aurea delle storie, funziona davvero solo se è perfetto; il romanzo è un contenitore in grado di accogliere le cose più disperate, ha una forma slabbrata e flessibile. La mia sperimentazione come romanziere è stata precisamente quella di voler scrivere un romanzo come un racconto. Con la stessa verticalità e, cosa ben più grave, non volendo rinunciare alla volontà di perfezione che anima lo scrittore di racconti. Cosa ne è venuto fuori lo diranno i lettori, ma di sicuro non si tratta di un’abiura rispetto al mio percorso. Casomai è una celebrazione del racconto sotto mentite spoglie.

I difetti fondamentali – intervista a Luca Ricci

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È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

Fantasmi iperrealistici. Sui racconti di Luca Ricci

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Questo articolo è uscito su L’immaginazione (nell’immagine: una scena da Funny Games di Michael Haneke, 1997) .

Nonostante il perdurante quanto ingiustificato ostracismo da parte della grande editoria, il racconto continua a essere la forma più esemplare della narrativa italiana. Non per nulla alcuni dei nostri scrittori più interessanti di questi anni si sono espressi al meglio nell’ambito delle forme brevi, e non certamente in quello del romanzo di ampio respiro.

Tra gli autori di racconti delle ultime generazioni, un nome si eleva nettamente al di sopra degli altri: quello di Luca Ricci. Il suo talento è emerso fin dai libri esordiali (Duepigrecoerre d’amore, 2000, e Il piede nel letto, 2005, apparsi presso editori semiclandestini e da tempo introvabili), per poi ottenere una prima, importante consacrazione con l’uscita presso Einaudi di L’amore e altre forme d’odio (2006), forse la migliore raccolta di racconti apparsa in Italia negli anni Zero.

Dedizione?

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All’interno della settima edizione del festival LibriCome all’Auditorium Parco della Musica di Roma, venerdì 18 marzo alle ore 21 Luca Ricci (accompagnato da Giorgio Bottiglioni) leggerà alcuni dei suoi racconti nel reading “Fantasmi per voce e viola”. Quello che segue è un breve racconto inedito.

di Luca Ricci

— Prego, dottore, per di qua.

La guardia carceraria m’introdusse in una specie di studiolo disadorno, e nell’attesa che ci raggiungesse il Direttore del Carcere, dal quale ero stato convocato d’urgenza, prese a scuotere la testa e a dire che in tanti anni di professione non gli era mai successo d’imbattersi in un caso come quello.

— E’ un demente, — concluse. — Eppure a leggere il suo diario sembra lucidissimo.

Gli chiesi subito di poter visionare il diario e quel che segue è quanto conteneva:

“Ho condotto una vita normalissima fino a quando non mi sono imbattuto in quel mercatino dell’usato. Non so come mai, ma ho sempre avuto il sospetto che quei mercatini dove si va la domenica— sguardo svagato e un peso sul cuore, la svagatezza e la pesantezza delle giornate vuote— potessero nascondere tremendi pericoli. Incontrai un banchetto di libri e subito il mio passò rallentò. Non posso dirmi un bibliofilo, e neppure un collezionista, però mi riempiono di struggimento i libri orfani dei loro lettori, che non sono mai stati letti o sono stati smessi di leggere.

Il B&B del raccapriccio

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di Luca Ricci 

Ho aperto un B&B, come tutti.

Così, nell’estate in cui la Troika ha finito di demolire la chimera della casa comune europea, io apro il mio appartamento a una comitiva di americani, al solo scopo di spillare loro un po’ di soldi, il mio orizzonte esistenziale rimpicciolito fino a considerare un’opportunità mettere in piedi la parodia di una struttura ricettiva. Lavoro nel settore turismo, tutto sommato, il più florido del paese, anche se sarebbe meglio dire: l’unico rimasto al paese. La mia generazione si divide in quelli che hanno ereditato una casa da poter offrire al Monte dei Pegni turistico (come nel mio caso), e quelli che non ce l’hanno. Gli americani vogliono fare il giro della casa, valutare le stanze una per una, e io nel mio inglese un po’ arrangiato – arrangiato almeno quanto tutto il resto – cerco di illustrare, di spiegare (che dio benedica le dispense di Peter Sloan).

A pesca nelle pozze più profonde

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È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

Figurine mondiali, seconda parte

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Pubblichiamo la seconda parte di questo Sillabario e, come contenuto extra, un racconto di Antonella Lattanzi; qui la prima parte. 

Gaia Manzini
Tifo

Nella mia vita, la parola tifo ha sempre avuto un significato ambiguo.

La prima persona a cui ho sentito parlare di tifo è stata mia nonna Valdina.

Camminavamo per il Parco Sempione un pomeriggio d’estate; io avevo cinque anni. Non appena vidi una fontanella, mi ci avventai liberando la mia mano dalla sua.

Figurine mondiali

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Qui la prima parte di questo Sillabario. (Fonte immagine)

Giorgio Vasta
Dribbling 

C’è stato un tempo – grosso modo tra il 1984 e il 1985 – in cui ho immaginato che il dribbling fosse non semplicemente una tecnica calcistica ma un modo di stare al mondo. Approfittando dell’esilità del corpo, di una buona rapidità di esecuzione e soprattutto di una congiuntura fisiologica e cognitiva che da allora non si è mai più riverificata, durante le partitelle estemporanee dell’adolescenza superavo ogni avversario come lo slalomista supera i paletti, procedendo per i campi di bitume come se fossero inclinati e i giocatori dell’altra squadra poco più che microscopici pretesti sparpagliati lungo il percorso. La felicità della finta era talmente intensa che il dribbling – in teoria niente di più di uno strumento utile a superare un ostacolo – era diventato un valore in sé e dribblare non era più un’eventualità del gioco, la risoluzione di un problema agonistico, bensì un obbligo, tanto fisico quanto morale, la partita soltanto una scusa per sperimentare l’euforia dell’assenza di attrito.

Gli studenti di lettere

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(Immagine: Kazimir Severinovič Malevič.)

di Luca Ricci

Chi impiega la propria giovinezza la spreca, forse anche per questa ragione avevamo scelto la facoltà di Lettere. E più che le aule universitarie bazzicavamo il tavolino di un bar, sempre lo stesso, dall’ora dell’aperitivo in poi, a oltranza. Discutevamo di tutto, soprattutto di cose da niente, e tentare di avere la meglio sulle opinioni degli altri ci sembrava un buon modo di mettere a frutto, cioè a ben vedere di sperperare, il nostro sapere umanistico. Ci disponevamo attorno al tavolino dopo mattinate e pomeriggi tutti uguali in cui non combinavamo granché, e ubriacarsi erano l’unico modo d’illudersi di non aver trascorso un’altra giornata invano. Io e i miei amici ci sentivamo tutto sommato migliori degli altri studenti universitari, migliori perché peggiori, disillusi al punto di farsene un vanto, con le ali spezzate ancor prima di spiaccare il volo. Ridevamo di questo o quello studente d’Ingegneria, che di sera giocava a fare l’anticonformista al bar ma che poi vedevamo al mattino con i libri sottobraccio recarsi in tutta fretta in facoltà, per frequentare diligente una lezione, o segnarsi coscienzioso a un appello.