Gli studenti di lettere

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(Immagine: Kazimir Severinovič Malevič.)

di Luca Ricci

Chi impiega la propria giovinezza la spreca, forse anche per questa ragione avevamo scelto la facoltà di Lettere. E più che le aule universitarie bazzicavamo il tavolino di un bar, sempre lo stesso, dall’ora dell’aperitivo in poi, a oltranza. Discutevamo di tutto, soprattutto di cose da niente, e tentare di avere la meglio sulle opinioni degli altri ci sembrava un buon modo di mettere a frutto, cioè a ben vedere di sperperare, il nostro sapere umanistico. Ci disponevamo attorno al tavolino dopo mattinate e pomeriggi tutti uguali in cui non combinavamo granché, e ubriacarsi erano l’unico modo d’illudersi di non aver trascorso un’altra giornata invano. Io e i miei amici ci sentivamo tutto sommato migliori degli altri studenti universitari, migliori perché peggiori, disillusi al punto di farsene un vanto, con le ali spezzate ancor prima di spiaccare il volo. Ridevamo di questo o quello studente d’Ingegneria, che di sera giocava a fare l’anticonformista al bar ma che poi vedevamo al mattino con i libri sottobraccio recarsi in tutta fretta in facoltà, per frequentare diligente una lezione, o segnarsi coscienzioso a un appello.

C’è chi dice sì e seduce il mondo

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su Repubblica, su Mabel dice sì di Luca Ricci (Einaudi). (Immagine: Henri Cartier-Bresson.)

«Non lo sai che la parola NO è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio?», scriveva in una lettera Emily Dickinson nel 1878. Per Molly Bloom, invece, il senso delle cose si raduna e si esprime nel molteplice e crescente che chiude l’Ulisse di James Joyce. Hermann Melville fonda (e sprofonda) il suo Bartleby sul mitissimo implacabile «Preferirei di no» mentre, ancora, è l’affermazione che scandisce le scelte della voce narrante di Gli esordi di Antonio Moresco (e a ogni sì segue uno scarto, una deviazione, un vuoto).