Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff

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Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”.

Per Franco Mancini

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In occasione del ritorno del Pescara in serie A, pubblichiamo un articolo uscito su «Alias» in cui Giuseppe Sansonna, autore de «Il ritorno di Zeman», ricorda Franco Mancini. A lui, scomparso di recente, Zeman ha dedicato la promozione.

“Chi credi di essere, Mago Merlino? ” la domanda era sempre la stessa. In beffarda cadenza lucana, rifilata da Franco Mancini all’allievo di turno. Appollaiato dietro la rete, come un suggeritore a teatro: “Quando arriva l’attaccante, tu tiri a indovinare, e ti accasci da un lato. Così ti bucherà sempre, tirando dall’altro”. Da fresco allenatore dei portieri, Franco distillava estratti della sua esperienza. In campo, lui, aveva sempre rinunciato a qualsiasi velleità da negromante. Era d’accordo con Camus, che aveva meditato sull’imprevedibilità della vita proprio facendo il portiere.

Il Mancio preferiva spianare il suo sguardo torvo, da bounty killer leoniano, sull’attaccante in corsa. Questione di attimi, di coraggio, di posizione. Rimaneva piantato sul terreno fino all’ultimo secondo. Le mani a tenaglia, i quadricipiti in ebollizione. Come davanti al Roberto Baggio juventino, quel pomeriggio di settembre, quasi vent’anni fa. L’imminente Pallone d’oro inventa uno stop a seguire da deliquio, sufficiente a polverizzare la difesa foggiana. Ritrovandosi al cospetto di un Mancini poco incline a franargli ai piedi, ad incensarne la grazia. Tempestivo nel rubargli il tempo e artigliare il pallone, lasciando il Divino a imprecare.