Una dichiarazione d’amore al Toro di uno che a Torino non ci è nato né ci ha vissuto

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Su Rivista Undici, che vi invitiamo a leggere, è iniziata una serie di articoli sul tifo e le sue sfaccettature. Questa è la prima puntata, scritta da Ivan Carozzi e dedicata al Torino. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

Quando ho iniziato a tifare il Torino? Non c’è una risposta, perché è una domanda sull’origine. E io non so da dove vengo. La memoria può spingersi come una torcia fino ad un certo punto. Fino a quando la luce diventa intermittente. Poi non c’è più nulla. Solo buio. Il Torino è la squadra che tifava mio fratello, più grande di me di cinque anni. Questo lo so. Ma quando è iniziato? E chi ero io, prima, in quella pappa morbida, senza tempo, quando ancora non avevo cominciato a parlare, a contare con le dita, a formarmi, a diventare, fra tante cose, anche un tifoso? Prima di radicare nella polpa del cuore l’affezione determinata per un colore e una squadra? Un lunedì mattina di effervescenza, dopo la vittoria col Bilbao e il Napoli, dopo dodici risultati utili in campionato, ho scritto a mio fratello. Gli ho chiesto: ma tu ti ricordi, Massimo? Eccetera eccetera. Tu lo sai quando o perché hai iniziato a tenere per il Toro?

Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Compagno Zeman

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Ieri è uscito su «Libero» un articolo di Giuseppe Pollicelli dal titolo «Altro che ribelle: belle parole e pochi fatti. Zdenek è un comunista…». Pubblichiamo la risposta di Emiliano Sbaraglia

Cari vecchi comunisti,

nascosti ormai alla perfezione tra le pieghe della società italiana, finalmente una bella notizia: non siete più soli. Pochi sì, ma meno soli. Insieme a voi da oggi un compagno insospettabile: Zdenek Zeman. Ebbene sì, proprio lui, l’attuale allenatore della Roma, icona del calcio pulito, come hanno scolpito con onesta perfidia in uno striscione della curva interista, da leggere in chiave chiaramente anti-juventina.