Lo Stato della follia. Un film sugli OPG

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“Caro Socrate tu sapevi di non sapere,  io non so perché mi stanno facendo morire in carcere”.

Roberto G.

“L’uomo è un animale che può provare a abituarsi,  qua viene messo a dura prova”.

Ci sono queste due frasi: la prima scritta su un muro di un OPG, un ospedale psichiatrico giudiziario, la seconda pronunciata da un uomo che in quello stesso OPG è rinchiuso. Entrambe denunciano quello che è chiaro fin dalle prime immagini del film di Francesco Cordio, Lo Stato della follia: uno, gli ospedali psichiatrici giudiziari vanno oltre ogni immaginario detentivo, due, una volta che ci sei entrato puoi scordarti la vita fuori, puoi scordarti di uscire, perché venti anni trent’anni lì dentro ce li passi, stai tranquillo, e se tranquillo non ci stai nessun problema perché tanto ti imbottiscono di farmaci et voilà. Ma cosa c’è che non torna, cosa c’è che lascia perplessi guardando un film che riproduce le stesse situazioni, gli stessi volti, gli stessi luoghi che sembrano appartenere a un’epoca ormai lontana, immagini che richiamano alla mente quelle girate da Frederick Wiseman in Titicut folies. I manicomi in Italia non li hanno chiusi? E la legge Basaglia? E la psichiatria democratica? La risposta è semplice: negli OPG non sono arrivati, la storia lì è ferma al 1978, così tutto si spiega.