Expo Pride: lavorare gratis a Milano

Pubblichiamo un articolo di Roberto Ciccarelli apparso su alias/il manifesto ringraziando l’autore e la testata.

di Roberto Ciccarelli

Metti il lavoro gratis di 18.500 mila giovani e studenti volontari, mentre la magistratura indaga su un giro di mazzette milionarie, arresta imprenditori e lobbisti e avrai un grande evento: l’Expo a Milano. Metti i comunicatori che chiedono «consigli» alla rete su come migliorare la kermesse che, nelle intenzioni delle alte sfere dello Stato, dovrebbe rilanciare la ripresa economica. Metti la rete più politica critica e brillante che c’è in Italia e avrai uno squarcio sul futuro del precariato in Italia: il lavoro gratis. Sono questi gli elementi che hanno dato vita il 21 maggio 2014 a quello che in gergo si chiama «epicfail» nella comunicazione, una catastrofe epica. Per la prima volta da quando i sindacati e l’Expo spa hanno siglato l’accordo sul lavoro all’Expo nel luglio 2013 c’è stato un goffo tentativo di Expo 2015 di cimentarsi in una discussione trasparente su un argomento che imbarazza tutti e viene taciuto come  il nefas – il non dicibile – in una tragedia greca.

La vittoria di Bologna. E ora?

di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l’alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. […] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?