Do you remember forconi?

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Dicembre, impazzavano i Forconi… un movimento nato in modo spontaneo dicevano, lo dicevano i telegiornali, le trasmissioni eccetera. Spontaneamente finiscono nel calderone “Forconi” camionisti incazzati, fascisti, disperati, sindacalisti, ex artigiani, studenti, imprenditori falliti, qualche sbandato del M5S. Il marchio è di un tal Mariano Ferro, un agricoltore di Avola, Siracusa, Sicilia, già compagno di strada del presidente Raffaele Lombardo; al nord il referente è Lucio Chiavegato (verrà arrestato, a primavera, assieme ad altri “secessionisti veneti”: fabbricavano un carro armato…); al centro impazza Danilo Calvani, monociglio verace dell’agro pontino. Sbocciano “presidi” in tutta Italia, le televisioni si affrettano e le dirette fioccano. Si autoproclamano “il vero popolo italiano”: ovviamente “né di destra né di sinistra”: odiano i giornalisti, ma basta il lume di una telecamera per appiccare un mesto falò della vanità… Durante le adunate di piazza, qualche carabiniere si toglie il casco: “I nostri ragazzi stanno con noi”, esultano.

Il M5S, Minervini, Vittorini, il cancro, e la difficoltà di chiedere scusa che riguarda tutti noi

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Il fatto

I primi giorni di aprile, sul sito facebook del Movimento 5 Stelle Attivisti di Lecce, compare un post contro Guglielmo Minervini, assessore alle Politiche Giovanili della Regione Puglia. Con una grafica che richiama la trasmissione “Chi l’ha visto” (seguendo cioè una diffusa pratica di doppio occultamento che mi pare più istintiva che consapevole: piegare l’estetica dello show-biz televisivo in chiave sarcastica, nascondendo dietro la retorica del diritto di satira l’invito al linciaggio pedagogico) si rimprovera a Minervini il 20% di assenze in consiglio regionale. Non ci sarebbe andato, negli ultimi tempi, due volte su dieci.

Il problema è che Minervini ha il cancro. Si è ammalato la prima volta anni fa, ha avuto una ricaduta di recente, e di questo non ha fatto mistero. Ha rilasciato interviste. Sui giornali, su facebook, la notizia ha molto circolato. Come se non bastasse, lo scorso dicembre, a Bari, Minervini è stato investito per strada da un’automobile condotta da una ragazza che guidava in stato d’ebbrezza. Ricovero in ospedale. Piove sul bagnato. Anche di questo si è parlato sui giornali. Se ne è discusso sui social network. Chiunque in Puglia si interessi di politica, è insomma al corrente della situazione. Così come – al di là della statistica delle presenze – è noto che Minervini continui a lavorare come assessore in modo intenso nonostante la malattia.

Due generazioni allo streaming

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Pubblichiamo un articolo di Massimo Recalcati uscito su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata.

La diretta streaming Renzi-Grillo è materia ghiotta per l’analisi non solo politica ma anche psicopatologica. Per il M5S è stata un’altra occasione persa per fare pesare la propria forza elettorale. Ma, nel tradimento da parte di Grillo del mandato popolare che aveva ricevuto dal suo popolo, dobbiamo leggere qualcosa di più sottile che ci consente di introdurre la lente di ingrandimento della psicoanalisi. Si tratta ancora una volta del rapporto tra le generazioni che è divenuto un tema politico e antropologico centrale del nostro paese.

Rispetto alla prima diretta streaming Bersani-M5S la rappresentanza generazionale appare in questo caso invertita: ora è il figlio ad essere presidente incaricato ed è il padre a rappresentare le ragioni dell’opposizione. Anche i turni conversazionali appaiono totalmente invertiti: al monologo disperato e paterno di Bersani si è sostituito quello iracondo e provocatorio di Grillo. Ma in un caso e nell’altro i figli tacciono o sono costretti, come in quest’ultimo caso, a tacere. Sono solo i padri che parlano. Ma con una differenza sostanziale. Nel caso di Bersani si poteva apprezzare tutto lo sforzo di un buon padre di famiglia per convincere i figli adolescenti e oppositivi per principio che la crisi obbligava a ragionare insieme e a congiungere le forze. Avevo a suo tempo paragonato questo tentativo a quello dello Svedese, mitico protagonista di Pastorale americana di Philip Roth di fronte al fondamentalismo adolescente della figlia ex terrorista e membro fanatico di una setta religiosa. Con Grillo invece la paternità assume tutt’altra connotazione. La sua voce non cerca dialogo, non riconosce alcuna dignità al suo interlocutore, non parla, ma accusa. Non intende ragionare sui contenuti ma definisce con sdegno l’impurità dell’avversario di cui si dichiara un “nemico fisico”.

Da Grillo a Renzi, il carisma orizzontale

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Pubblichiamo un intervento di Massimo Recalcati uscito su Repubblica ringraziando l’autore e la testata.

Uno dei temi più vicini all’indagine psicoanalitica che attraversano il dibattito politico è quello del carisma. A destra e a sinistra, passando per il M5S, l’aggregazione del consenso non sembra poter prescindere dalla dimensione carismatica del leader.

Questa constatazione appare preoccupata soprattutto in coloro che ne sono privi e che guardano il cosiddetto “uomo solo al comando” con sospetto. Non hanno però tutti i torti. Non è forse il carisma quella forma di potere che rende ciechi, che muove le masse suggestivamente, ipnoticamente? Non è il fascino carismatico del leader a spegnere il giudizio critico celebrando religiosamente l’Imago del leader come una sorta di idolo pagano?

Indubbiamente la dimensione carismatica del potere suscita legittime preoccupazioni anche se solo si rilegge la storia del Novecento e i disastri generati da masse irretite dal fascino morboso provocato dalla voce e dallo sguardo invasati del leader. Freud ne ha fornito un ritratto insuperabile nel suo Psicologia delle masse e analisi del-l’Io proprio mentre l’Europa si infilava nel tunnel dei totalitarismi. E tuttavia queste condivisibili preoccupazioni sembra scaturiscano da una concezione della politica ancora ingenuamente razionalista secondo la quale il consenso sarebbe il risultato di un discernimento puramente logico del livello di persuasività degli argomenti dei diversi contendenti. Non era certo necessario il ventennio berlusconiano per smontare questa idea solo “cognitivista” del consenso.

Appunti sul Corteo 19 ottobre

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Alle 12.50

Tre ragazzini camminano lungo via Gallia. Avranno quindici anni, hanno l’aria dei bravi adolescenti, liceali, appena liceali. Uno di loro indossa una maglietta del Che; gli altri due gli vanno dietro. A piazza Tuscolo prendono per via Cerveteri, direzione piazza Re di Roma, anziché per Viale Magna Grecia. “Non vanno alla manifestazione, dunque”, mi dico.

Piazza San Giovanni

I partecipanti al Corteo 19 ottobre – Per il diritto all’abitare, dei migranti, No Tav, No Muos, Cobas – si ammassano sul pratone davanti alla Cattedrale di Roma e dintorni, con grande lentezza, e calma. Ci sono transenne e tanti nastri gialli “Polizia Municipale Roma Capitale”. Stand del Manifesto (due). Bancarella magliette “di lotta”. Alcune magliette di lotta: “ABBATTI IL BISCIONE”, “PARTIGIANI SEMPRE”, magliette con falce&martello, con il pugno. Da viale Carlo Felice arrivano – a scaglioni – frange del corteo. Sono quelli dell’Esc, sono quelli che vengono da San Lorenzo. Sotto la Coin si sente il trillo continuo delle trasmittenti.

Dalla comunità alla community, dalle sezioni ai meetup. Una storia di parole e politica

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di Nuova Rivista Letteraria. (Fonte immagine.)

di Alberto Sebastiani

Le sezioni di partito sono state per decenni un luogo di discussione, dibattito, partecipazione, decisione. E quando si dice “sezione” e si aggiunge la parola “partito”, in Italia la prima associazione è Partito Comunista Italiano. “Il Partito”. Nella storia repubblicana del nostro paese, in particolare quella del dopoguerra e dei “Partiti Chiesa”, insomma della tanto vituperata “prima Repubblica”, il Pci è per antonomasia “Il Partito”. In cui avere fede (fino a diventare una situazione caricaturale: dal “Contrordine compagni” guareschiano al “perché il Partito è il Partito” della canzone Ambarabaciccicoccò di Vasco Rossi del 1978, fino alla vignetta di Andrea Pazienza sugli elefanti che non volano, va bene, ma se lo dice l’Unità allora diciamo che svolazzano, per non smentire la voce ufficiale del “Partito”). Un’immagine granitica, ricca di miti, ma tra luci e ombre. Guido Morselli nel romanzo Il comunista riprende il mito di Togliatti che non dormiva mai, del suo ufficio con la luce sempre accesa, fin dalla mattina presto. Eppure nel suo libro racconta le ombre meschine che vivono nel “Partito”, dalla provincia reggiana, da cui proviene il protagonista, alla capitale. Accanto ai “militanti” sinceri, una larga fetta di persone orchestra e si muove opportunisticamente sotto il parapioggia della tessera del “Partito”, fingendo di condividere ideali a cui non crede minimamente.

Considerazioni sparse sulle elezioni appena consumate

Elezioni Politiche 2013, Il voto a Roma

In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D’Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D’Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”