Los Angeles, 30 maggio 1991

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Pubblichiamo il prologo di Ventiquattro secondi (66thand2nd), estratto dal romanzo di Simone Marcuzzi, ringraziando l’autore e la casa editrice.

di Simone Marcuzzi

La seggiola su cui rifiato porta scritto sullo schienale NBA 1991 Playoffs. Con l’asciugamano sulla testa non posso vedere i compagni in campo né quelli che mi stanno accanto. È il mio modo di stare concentrato sulla partita nei momenti decisivi, il solo che ho imparato per escludere l’esplosione di intrattenimento che è un evento sportivo negli Stati Uniti. I time-out commerciali, gli scherzi delle mascotte, i balletti delle cheerleader, l’organo pagano: tutto ciò è NBA quanto e come il basket. Non è né bello né brutto, è come la Lega si è risollevata dalla crisi degli anni ’70 attirando nuovi investimenti e interesse popolare.

In fondo ognuno di noi rimane libero di regolare la manopola e scegliere dove collocarsi nel vasto spazio che va dal puro gioco allo spettacolo puro.

Essere Michael Jordan

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Quand’è che saltare diventa volare? Michael Jordan amava che gli ponessero questa domanda. Ha cercato la risposta a lungo, invano, donandoci la grazia e i brividi dell’illusione propria del volo umano. Walter Ioos, fotografo di Sports Illustrated, ha provato a catturare lo spazio di quel secondo in sospeso. A Chicago, durante la gara delle schiacciate dell’All-Star Game 1988, bastò un cenno complice. Ioos era insoddisfatto degli scatti in archivio dall’anno precedente. Lo avvicinò tre ore prima del decollo: «Vorrei conoscere in anticipo la direzione che prenderai». Volle ritrarre il disegno delle contrazioni del suo volto. «Certo, te la indicherà il mio dito indice sul ginocchio. Te ne ricorderai?», gli disse. Poi lo fece spostare leggermente a destra per la condivisione di una fotografia che vantava la pretesa dei segreti.

Intervista a Federico Buffa

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Questa intervista è uscita su IL a febbraio.

Federico Buffa commenta partite di basket americano da quasi vent’anni e insieme al suo socio Flavio Tranquillo ha creato uno dei linguaggi più sperimentali della storia dell’informazione italiana. Trasformando l’American english in italiano corrente, Tranquillo e Buffa hanno insegnato agli appassionati italiani una lingua esoterica e la storia di un continente. Hanno detto “Dodici Rodman ad allacciata di scarpe” al posto di “Dodici rimbalzi a partita”. Per Sky, Buffa da qualche anno si occupa anche di calcio. Parliamo di lingua, mentori, entrature, politica in un bar di Milano, nel tardo pomeriggio.

Come cominciano i tuoi rapporti con l’America?

C’è mio padre che vorrebbe farmi fare un anno negli Stati Uniti al liceo – che all’epoca era una cosa abbastanza traumatica – perché conosce una persona il cui figlio lo fa. Io vado in una sorta di ritiro preliminare sul lago di Como di sabato mattina e vengo tagliato al primo turno: “Inadatto al mondo americano”, al che mi sono abbastanza rassegnato. Mi immaginavo giocatore di calcio della squadra e immaginavo che sarei stato piuttosto forte rispetto ai miei coetanei degli anni ’70 americani. Mi avranno ritenuto chiuso e ombroso e quindi inadatto ad andare negli Stati Uniti per un anno. Non mi sono mai perdonato di non esserci andato.