Marc Augé e il football come fenomeno religioso

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Nel 1967 il Celtic Glasgow, la squadra cattolica della città scozzese, vince la sua prima (e unica) Coppa dei Campioni, battendo in finale l’Inter di Helenio Herrera. Pochi giorni dopo il trionfo un uomo corre all’ufficio anagrafe di Glasgow per registrare il nome del figlio appena nato. Quando avrà coscienza di sé, il bambino scoprirà di avere addosso undici nomi in sequenza, quelli di tutta la formazione titolare del Celtic, dal portiere fino all’ala sinistra («sul certificato i nomi non ci stavano tutti»). Ad aggravare la situazione ecco che la moglie/madre è protestante, e dunque naturalmente tifosa della squadra rivale, dei Rangers.

Il marito approfittò con un certo cinismo del ricovero post parto di sua moglie. Bum: «Per la frustrazione, la donna tirò giù a calci una porta». L’aneddoto è raccontato da Simon Kuper in Football Against the Enemy (in Italia Calcio e potere, uscito per Isbn nel 2008). Il rapporto tra calcio e religione, che a Glasgow si sovrappone(va, il tempo ha modificato leggermente le cose) quasi alla perfezione, torna in un volumetto pubblicato pochi giorni fa da EDB, Football – Il calcio come fenomeno religioso. Si tratta di un saggio di Marc Augé uscito nel 1982 sulla rivista le débat ma per niente invecchiato, perché il ragionamento di Augé si svolge su un piano teorico, per così dire fuori dall’attualità e quindi perfettamente attuale («Agli etnologi è capitato di affermare e poi di dubitare del fatto che la distanza aguzzi lo sguardo etnologico», spiega con una punta d’ironia nelle primissime righe).

Roma. Quattro modi di morire in prosa 4: Elena Stancanelli

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Concludiamo la serie di articoli dedicati a Roma con un intervento di Elena Stancanelli tratto da A immaginare una vita ce ne vuole un’altra pubblicato da minimum fax nel 2007. Qui le puntate precedenti.

I non-luoghi

di Elena Stancanelli

Per semplicità, ero solita dividere i luoghi di Roma in due categorie: quelli che potevo raggiungere con la vespetta e quelli che non potevo raggiungere. I secondi semplicemente non esistevano. Facevano parte di un’altra città, nella quale non abitavo. Come Venezia o Torino, avrebbero potuto essere straordinari ma erano luoghi di vacanza. Non si raggiungevano, ci si andava in gita. Per vacanza o per lavoro.

La scarsa efficienza dei servizi di trasporto pubblico rende Roma una città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma nord sanno di quelli di Roma sud soltanto storie, luoghi comuni, leggende, e viceversa. Le ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della Salaria, i rumeni ad Anagnina. Se abiti al Trullo non ci vai a Tor Bella Monaca, né da Dragona ti azzardi a raggiungere la Bufalotta. Puoi calare al centro, questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui quartieri.

Il meglio di Pagina3: settimana dal 28 gennaio al primo febbraio

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Walter Siti.)

Lunedì 28 gennaio:

 Contro la paura. Marc Augé: “Curiosi e attivi senza l’angoscia del futuro“. Articolo di Fabio Gambaro, la Repubblica, p. 45.

 Tavoli: Walter Siti. Articolo di Giovanna Silva e Andrea Cortellessa su doppiozero.com

Teoria e pratica del primitivismo

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Pubblichiamo un articolo di Paolo Pecere uscito su Orwell. (Immagine: Man Ray.)

«Ogni volta che nell’anima mi scende come un Novembre umido e piovigginoso […] allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto». Così Ismaele, il narratore di Moby Dick, descriveva il viaggio verso i mari del Sud come antidoto allo spleen delle città occidentali. Era l’epoca in cui le società primitive venivano visitate e studiate dagli antropologi, che vi rinvenivano le tracce di una cultura arcaica su cui stabilire la misura del progresso, o metterlo in discussione. Che si trattasse soprattutto di un mito, funzionale a un’ideologia coloniale, è stato gradualmente acquisito nell’antropologia del Secondo Dopoguerra. Ma Jean-Loup Amselle, tra i massimi esponenti dell’etnologia francese, ha mostrato quanto questo mito sopravviva nella difesa delle «società indigene» tipica delle ideologie post-coloniali, e svolga una funzione classificatoria nei documenti UNESCO privilegiando, tra le molte popolazioni oppresse del pianeta, quelle che vantano un’“autoctonia”.