Vite vere che sembrano fiction

bugatti

(nell’immagine lo scultore Rembrandt Bugatti)

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Qualche settimana dopo il suicidio di Rembrandt Bugatti, avvenuto a Parigi l’8 gennaio 1916, Giulio Ulisse Arata, amico dello scultore scomparso, lo ricorda scrivendo che «Bugatti aveva vissuto nella vita come un estraneo». Nel valere da epigrafe di qualcuno che nei trentadue anni della sua esistenza – era nato a Milano nel 1884, fratello di Ettore, il fondatore della casa automobilistica – fu sempre mitemente avulso, queste parole descrivono il complesso di figure su cui Edgardo Franzosini si è concentrato nei suoi libri. Sulla falsariga delle Vite immaginarie di Marcel Schwob, nel tempo Franzosini ha ricostruito – e dunque reinventato – la biografia di colui che fu talmente vampiro al cinema da finire per persuadersi di esserlo davvero (Bela Lugosi), così come l’impresa di chi per trent’anni, a Chartres, foderò le superfici della sua casa con frammenti di stoviglie provenienti dalla discarica di cui era custode (Raymond Isidore e la sua cattedrale). Personaggi davanti ai quali dubitiamo non riuscendo a capire se siano davvero vissuti o se non siano invece straordinari imbrogli letterari.

Sulle tracce degli scrittori selvaggi: Andrés Neuman racconta Roberto Bolaño

0e2d29f1922d66dc19a5837bd8343889

di Marco Gigliotti

Roberto Bolaño non ha mai vissuto a Madrid, ma è proprio qui che è atterrato nel 1977, a ventiquattro anni, proveniente dal Messico. C’è una foto che lo ritrae mentre scende la scaletta dell’aereo, con una valigia in mano, i capelli lunghi e lo sguardo smarrito di chi si ritrova per la prima volta in un altro continente. La capitale sarà per Bolaño solo un luogo di passaggio, sceso dall’aereo si dirigerà a Barcellona per raggiungere la madre.

Bolaño non ha scritto quasi nulla sulla capitale spagnola: un numero irrisorio di pagine ne I detective selvaggi e in 2666 e un articolo intitolato «Come arrivare a Madrid», inserito poi in Tra Parentesi. Nell’articolo, oltre a dire che Madrid non esiste o che forse è una città immaginaria, racconta che i suoi alberghi preferiti sono quelli tra la piazza di Santa Ana e Lavapíes, gli alberghi dove andava all’epoca in cui faceva l’autostop e riusciva a resistere diversi giorni senza mangiare  né dormire. Ho prenotato un ostello in questa zona perché nonostante sia in pieno centro, adiacente a Puerta del Sol, è molto economica. Avrei dovuto condividere il bagno con gli altri ospiti del piano, ma per una serie di imprevisti, dice la ragazza della reception, mi è toccata una stanza col bagno interno. Per raggiungerla devo andare in un altro edificio e fare a piedi sei rampe di scale. La stanza è minuscola, riesco a malapena a infilare il mio trolley nello spazio tra il letto e la parete. Dalla finestra vedo l’entrata di una discoteca che promette decibel e schiamazzi fino all’alba.

Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 4

Society-of-the-spectacle

Pubblichiamo la quarta parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Ricordando Guy Debord come fondatore dell’Internazionale Situazionista, cineasta eterodosso e autore della Società dello Spettacolo, si tralascia spesso una quarta fase della sua attività, pure molto ricca e rivelatrice: quella di animatore delle edizioni Champ Libre, fondate nel 1969 dal produttore cinematografico Gérard Lebovici con lo scopo di diventare la «Gallimard della rivoluzione».