Vent’anni di Infinite Jest

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Esattamente vent’anni fa usciva negli Stati Uniti Infinite Jest. Ripubblichiamo per l’occasione un saggio di Christian Raimo sul romanzo di David Foster Wallace, originariamente apparso su Lo Straniero.

TEMI

Il mondo di Infinite Jest (da qui IJ) è una versione 2.0 del nostro mondo: un futuro non troppo remoto in termini cronologici, dove gli anni sono sponsorizzati («Anno del Glad», «Anno del pantaloni per adulti Depend»…) e dove interi stati sono stati destinati a fungere da discarica per altri stati più sviluppati. Il paesaggio è occupato non più parzialmente, ma totalmente da soggetti di un mondo molto post-fordista, ossia:

Droga & piacere

IJ ha una traccia neanche troppo complessa che lo struttura, e cioè: cosa succede a una cultura che decide che il significato della vita consiste nello sperimentare quanto più piacere possibile per la maggior parte del tempo possibile? L’eroe del libro, Don Gately: «Il senso primario di addiction implica l’essere legati, devoti a qualcosa praticamente o spiritualmente, nell’immolare la propria vita, nell’immergersi. Ecco, io ho cercato proprio questo». (IJ. p. 1073)

Ricordando David Foster Wallace / 2

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

La leggerezza del leggere

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Inizia oggi a Ivrea La grande invasione, la prima edizione del festival della lettura organizzato da minimum fax e Galleria del libro in collaborazione con l’associazione Liberi di scegliere. Pubblichiamo la riflessione che Marco Cassini e Gianmario Pilo hanno scritto per presentarla. 

di Marco Cassini e Gianmario Pilo

Nei mesi passati a immaginare La grande invasione abbiamo pensato alla parola “leggerezza” come alla sostantivazione del verbo leggere.

Leggerezza è dunque per noi l’atto, anzi la sostanza stessa del leggere.

Qui vogliamo affrontare il tema della lettura con una leggerezza che non vuol dire né sbadataggine né mancanza di serietà: siamo molto seri e molto concentrati nel volerci divertire, nel voler condividere un testo, e il piacere della sua lettura.

Il momento d’oro delle librerie indipendenti americane

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Richard Ford, Dave Eggers, Richard Nash, Rick Moody ci danno notizia di cosa succede nel mercato editoriale statunitense, partendo dalla rinascita delle librerie indipendenti. Questo post è anche l’occasione per presentarvi Editorintour, un nuovo spazio in cui Pietro Biancardi di Iperborea e Marco Cassini di minimum fax raccontano i loro incontri con i librai italiani. (Nella foto, un cartello della libreria Green Apple Books di San Francisco.)

Al termine del suo reading, venti minuti intensi in cui ha letto l’incipit dell’ultimo romanzo Canada, qui appena pubblicato in edizione tascabile, Richard Ford si dice disponibile a rispondere alle domande del pubblico, eterogeneo e cospicuo, che stipa l’ampia sala della libreria Book Court, dal 1981 il cuore letterario di Cobble Hill, quartiere residenziale di Brooklyn.

Si crea subito un bosco di braccia tese, ma prima di planarci l’autore fa una pausa, si leva gli occhiali, rivelando lo sguardo acquoso e impenetrabile di un azzurro esaltato dal colore di quello che ha tutta l’aria di essere il suo maglione preferito, e dice: «No no, scusatemi; scusatemi. Prima di darvi la parola, devo dire qualcosa a cui tengo particolarmente; forse la cosa più importante che ho da dirvi stasera. Vi ringrazio di essere venuti qui, non perché siete alla presentazione del mio libro ma perché facendolo avete deciso di sostenere questa libreria. Avete fatto un gesto importante: il lavoro di queste persone, come di quello di decine di posti analoghi in tutto il paese, è fondamentale. Se io posso permettermi di fare lo scrittore da quarant’anni, e se tanti altri miei colleghi possono fare il loro mestiere, è solo perché ci sono librerie indipendenti come Book Court, il cui ruolo è prezioso, imprescindibile per chi ama i libri e per il tessuto culturale di tutta la nazione». E poi indica con un sorriso disponibile l’anziana signora in seconda fila come a liberarla dall’ansia di voler esporre la propria visione del romanzo, e del mondo. E ha inizio il Q&A.

miniTube #1: Casca il mondo casca la terra

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All’Istituto Sacro Cuore di Corso Europa 84 a Napoli, all’inizio dell’anno scolastico, quando ancora eri sazio dell’entusiasmo dovuto al recente tour de force alla Upim per la scorta di quaderni, matite, diario, portapenne, zaino, in più arrivavano i libri. Se ho capito bene (ex post) come funzionava, dato che era una scuola privata, il costo dei libri di testo era incluso nella retta, e te li portavano loro, le suore-insegnanti che, animate evidentemente da sacro spirito cristiano, volevano evitarti le estenuanti file nelle librerie di Port’Alba, un oscuro limbo affollato da studenti senza fede.

Era emozionante distrarsi dalle pur accondiscendenti lezioni della ancora afosa settimana iniziale, sfogliando il sussidiario nel giorno in cui lo ricevevi per guardare le innumerevoli immagini in quadricromia che offrivano – a noi decenni appena reduci dall’estate della fine delle elementari e gravidi di aspettative verso un’era destinata a noi ormai “grandi” – un immaginario tutto nuovo fatto di foto di opere d’arte custodite nei musei del mondo da cui avremmo mandato cartoline alle nostre famiglie, bandiere di stati remotissimi la cui capitale, la cui moneta, la cui popolazione, la cui produzione di granturco di lì a poco avremmo potuto constatare di persona.

Mattatoio n.5

Vonnegut

Ieri era il compleanno di Kurt Vonnegut. Pur non avendolo mai conosciuto, e non avendo certo letto tutta la sua produzione, a Vonnegut ho sempre voluto bene. Senza entrare in possibili gradi di parentela ideale, gli ho voluto bene e gli voglio bene come a un vicino di casa simpatico che speri sempre di incontrare per le scale, o come un vecchio maestro delle elementari a cui resti affezionato per tutta la tua vita adulta. E così, appena tornato da New York, dove ho comprato alcuni dei tanti (troppi?) libri che stanno sbucando fuori dopo la sua morte, ho festeggiato il suo novantesimo compleanno in compagnia del jetlag e delle pagine di Vonnegut.

Cercando notizie e curiosità su di lui in rete, ho trovato (grazie al sorprendente forziere pieno di tesori inestimabili che è il sito Atlas Obscura) queste foto del vero Mattatoio n. 5 di Dresda dove lo scrittore era stato rinchiuso come pregioniero di guerra.

Wild Things. Un incontro con Dave Eggers

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(Immagine: grahamc99)

Mi accoglie dicendomi “Ora sembri quasi un adulto!”, riprendendo come l’avessimo lasciato in sospeso da qualche minuto il discorso sviscerato su un vagone della linea F della metropolitana di New York, fra Park Slope e Manhattan, dodici anni fa, il 9 agosto del 2000, nel periodo in cui entrambi compivamo trent’anni e ci pareva una soglia inimmaginabile, l’arrivo di un’età adulta che non sembrava appartenerci. Io li compivo quel giorno e lui, nato pochi mesi prima di me, scherzava a darmi consigli da vecchio saggio. Con un colpo di tosse chiede per un attimo l’attenzione delle molteplici creatività al lavoro con lui, in questo vivace open space nell’epicentro del quartiere messicano di San Francisco, per presentarmi art director e consulenti didattici, redattori, editor, assistenti, stagisti, insegnanti. All’unisono vedo una quindicina di cuffiette sfilarsi da una quindicina di orecchie e una trentina di occhi convergere verso il centro della stanza. “Vi presento un mio amico che ci viene a trovare addirittura dall’Italia, dove qualche anno prima di noi ha fondato una casa editrice che ci assomiglia: abbiamo autori in comune, gusti in comune, idee simili”.

San Francisco, novembre 2012 – Un incontro con Lawrence Ferlinghetti

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Caso mai servisse un dettaglio a rimarcare le differenze – non solo climatiche, culturali, geografiche: direi esistenziali – fra la East e la West Coast degli Stati Uniti, questi 25 gradi e la gloriosa giornata di sole che accoglie il mio risveglio a San Francisco (dopo un’avventurosa traversata da Roma via Atlanta che ha preso ventiquattr’ore con tanto di bagaglio perso dalla compagnia aerea e recapitato alla porta di casa prima del detto risveglio), mentre alla notizia che sono in trasferta negli Stati Uniti mi arrivano messaggi, segnali, email di preoccupazione collettiva e familiare dovuta al riverbero dei disagi causati dall’uragano Sandy, come se gli Stati Uniti significassero New York e solo lei, ecco questi 25 gradi centigradi e il sole splendente “sulle strade di San Francisco” e sul cable car che mi ha portato fino al porto turistico sulla cui banchina sono qui a scrivere proprio adesso – be’ questi 25 gradi nel secondo giorno del mese di novembre dicono quasi tutto.

Studio sulle possibilità del vuoto

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Pubblichiamo una recensione di Federico di Vita su «Escribir el hueco / Scrivere l’incàvo» di Miguel Angel Cuevas.

Meter una pala en el aire y sacar el aire
Introdurre una vanga nell’aria e tirar fuori l’aria
Jorge Oteiza

Una sera della scorsa primavera è stato presentato a Firenze un libro di poesie che è più di un libro, si tratta di un oggetto capace di trascendere la consueta attesa che monta nel lettore quando si approccia a un volume, poetico e non solo. Escribir el hueco / Scrivere l’incàvo di Miguel Angel Cuevas (poeta e traduttore spagnolo) con le illustrazioni di Massimo Casagrande (le cui opere, dedicate ai singoli frammenti, li completano e li accompagnano – senza limitarsi ad illustrarli), è proposto come uno studio e un omaggio all’opera dello scultore basco Jorge Oteiza. Non c’è rapporto didattico tra poesie e tavole, come allo stesso modo mancano legami espliciti tra l’opera libresca e quella scultorea: Cuevas (e in qualche misura “al quadrato” Casagrande) hanno tentato di recuperare lo spirito della creazione artistica di Oteiza, proponendo un lavoro tutto giocato sul tentativo di “mettere una vanga nell’aria e cavarne fuori l’aria”, sulla possibilità, (in)comunicativa e paradossale, di rendere uno spazio al vuoto, e di farlo creando.

La vita cambiata da un taglio perfetto

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Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l’intervista uscita  sabato scorso su «D – la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall’infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un’unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).