Vivere il presente a Napoli

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di Marco Giacosa

Photo by Paul Thomas on Unsplash

Il viso è sorridente, lo striscione è di quelli colorati, fatti con la stampa e non scritti a mano, il suo viso è una fotografia, lo striscione è appeso nel centro storico di Napoli, nessuno dimenticherà – scrivono – quel giovane, lo chiamano per nome, firmato i suoi amici. Lacrimuccia.

Il centro storico di Napoli è pieno di manifesti a lutto. Sono incollati come viene sul cemento, sul marmo, sui palazzi di questa parte di città che è patrimonio dell’Unesco, tanta bellezza che genera una specie di stupida ansia: ce la farò a vedere tutto, senza esserne sopraffatto? Riuscirò a sostenerla, tanta bellezza? In provincia di Cuneo i manifesti sono piccoli, adesso tutti hanno la fotografia del morto, vent’anni fa no, non si usava. A Trani vidi dei poster, saranno stati un metro per cinquanta centimetri, immensi: incollati nei loro spazi, non un millimetro di fuori. Perché tanta differenza, tra un campanile e l’altro?

Italia, 2019

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Riprendiamo un post di Marco Giacosa, riadattato per minima&moralia. di Marco Giacosa Sono partito da Torino, ho acquistato un biglietto per l’aeroporto al bar di un signore cinese, vicino a Porta Nuova, ho preso l’autobus e sono arrivato a Caselle. Il volo era perfetto, l’aereo spezzava il blu senza una nube, sembrava immobile nel cielo […]

Quando i neri erano i meridionali: ovvero, l’ultimo è “il più terrone” di tutti

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Qualche giorno fa un video con Andrea Pennacchi, diretto dal regista Francesco Imperato, è diventato, come si dice, virale. Pubblichiamo il testo originario da cui è tratto, scritto da Marco Giacosa, che ringraziamo.

di Marco Giacosa

Ciao terroni, come va?

Mi ricordo di voi, eravate quelli che arrivavano con il treno e la valigia di cartone, scendevate a Torino o a Asti e vi piazzavate davanti al municipio: «Vogliamo una casa».
Eh, bravi. La fate facile. Altro che 35 euro al giorno.
Parlavate di «diritti», ma i doveri?
«Ma noi venivamo a lavorare».

Piccoli Sindaci. Così lontani, così vicini

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In Toscana c’è Stefano Scaramelli, sindaco di Chiusi, che dice: «Vorrei violentare la politica senza farmi violentare». Segni particolari: è renziano. In Liguria, ad Airole, c’è Fausto Molinari, che al secondo mandato non ha opposizione in Consiglio: «Penso che abbiamo amministrato davvero bene, infatti l’altra lista non si è presentata». Segni particolari: se nel suo paesino di 450 anime si fulmina una lampada per strada, la cambia lui. L’Italia è un rosario di borghi, piccoli centri, capoluoghi. E se in 46 città si superano i centomila abitanti, la conta non arriva a cinquemila in tre quarti dei comuni, che, in tutto, sono 8.048: amministrati da altrettanti sindaci (o commissari prefettizi, al momento 113). Salvo malversazioni, calamità, eroismi e stranezze, la maggioranza di questi signori, o signore, non sale agli onori delle cronache nazionali. Devono sentirsi così trascurabili, questi amministratori locali, che quando arriva a intervistarli un forestiero intenzionato a scrivere un libro su di loro può capitare che chiedano se bisogna pagare, per tanto onore. Il libro, L’Italia dei sindaci (ADD editore, pag. 256 €13), appunto, l’ha scritto Marco Giacosa, un blogger-narratore-giornalista che, tra iter e delibere, ha avuto la levità di piazzare domande del tipo: Che fa domani? Qual è la richiesta più strana che le è capitata? Il sindaco è solo?

Quel mondo non troppo lontano. La rubrica Matrimoniali del “Coltivatore Cuneese”.

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di Marco Giacosa

«Ragazza del 1985, buona presenza, sensibile, alta 1,59, capelli ramati, occhi neri. Non ho mai avuto una storia veramente importante. Cerco ragazzo piemontese, all’inizio per vederci solo di pomeriggio. Un domani per matrimonio. Mi chiamo Denise. 3311677184».
L’annuncio è vero, cioè pubblicato per davvero, sulla rivista «Il coltivatore cuneese», giornale edito dalla Federazione Provinciale Coldiretti di Cuneo, diffuso in 40mila copie. In quale anno?
2014.