Rocco 78

no violenza donne

Una poesia di Marco Mantello composta nel 1998 e uscita nel 2002 su Nuovi Argomenti.

Selkie (A proposito del mito nordico della donna foca)

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Le Selkie sono creature mitologiche che possono trasformarsi da foche a donne nelle notti di luna piena. Ci sono varie leggende sulle Selkie, alcune narrano che gli umani non si accorgono di vivere con una selkie e si risvegliano la mattina scoprendo che la loro partner è sparita, altre leggende narrano che rubando il manto di una selkie si può trattenerla dal tornare in mare.
(Wikipedia)

Tempelhofer Feld

Old vintage typewriter, close-up.

Quali sono i nessi fra una brutta parola, la parola integrazione, e la parola nazionalismo? Oggi le c.d. società multietniche europee sono progettate come nuovi nazionalismi, allargati a minoranze da incorporare in un`identità collettiva monolitica?

Gli sdoganatori

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di Marco Mantello Sono più di venti anni che la schizofrenia distorsiva di Repubblica produce e alimenta elettori di destra Mescolare skinhead, anni  venti cori sulle foibe, centri sociali essere pro e contro i manifestanti e la polizia Cavalcare la piazza. E reprimere la piazza Minniti e il Che. Mondadori e rai tre Prima i […]

Rocco è tornato a casa

di Marco Mantello   Quando dici legalità, al singolare quasi ce ne fosse una sola che sia sacra di suo e solo perché legale tu confondi questa lurida morale dei fatti nostri e del casa tua con tutti i nomi dei morti in mare *** Ho passato quindici anni italiani a espellere parenti dalla mia […]

Shakespeare a Berlino

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore, alcune poesie di Marco Mantello.

di Marco Mantello

Penso che essere ricordati o dimenticati non ha alcun valore
come non sono valori il sentirsi sicuri o felici, via denaro fica e amici
Penso inoltre che i sonetti siano una forma superata di amore
per un qualcosa che non esiste nella realtá, ma solo negli artifici
e che la mia unica libertá, dalla parola noi e dai suoi profeti
sia nel netto superamento dell´identitá, che troppi dicono collettiva
penso che il vento e la primavera, siano meglio di una partita iva
e che una volta che comincio a scrivere, e non ho pareti
ma canzoni da classifica in testa, e poemi per la middle class estiva
non ho bisogno di nessun finale, nessuna fine nessun inizio
nessuna immagine buona o cattiva, di me a parole e di voi in ospizio.
Ho solo bisogno di amore. O al massimo di un divano
come quel killer del romanzo americano

La rinascita

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di Marco Mantello 1. Alessio Molinari, cinquantatré anni, sposato con Emma, lavora alla portineria di un grande ospedale. Il turno finisce verso le diciotto e siccome passa tutto il giorno su una poltroncina, anche il suo corpo è divenuto concavo e ha preso la forma delle cose. “Lavoratori?”, dice aprendo la porta di casa. In […]

Intervista sulla morte

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di Marco Mantello Certe volte, prima ancora di produrre un figlio, o di sparire in un lavoro stabile, le persone diventano città. Come se quello che fanno là dentro fosse avere un secondo corpo, le loro giornate sembrano incapaci di adeguarsi ad altri luoghi, al diverso incedere delle campane in piazza Duomo, al diverso modo […]

Il periodo blu di Anita Riolo

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Pubblichiamo un racconto di Marco Mantello che farà parte del suo nuovo romanzo, letto a Esordire nel 2011, e pubblicato in una sua prima versione su Nazioneindiana.

di Marco Mantello

Cara Anita,

Ho provato più volte a scrivere qualcosa di universale e compiutamente privo di emotività a proposito della tua nascita. Magari lo troverai stupido, natalizio, retorico… Te lo ricordi che ti dicevamo tua madre e io da ragazzina? «Hai fatto sempre come volevi tu». E impara a difenderti, in primo luogo da noi, l’autonomia il senso critico non lo so scusa, non volevo iniziare così…
La sera prima, con tua madre, eravamo stati a un concerto all’Akademie der Künste. Verso mezzanotte, quando sono cominciate le contrazioni e ci siamo messi con l’orologio a vedere ogni quanto le venivano, era tutto pronto in due valigie apposite, le lenzuola pulite, i vestiti di ricambio, la cioccolata per me…
Ecco, adesso sicuramente mi dirai: come al solito descrivi le situazioni senza esporti mai in prima persona. Che cosa provavi, tu? Avevi paura? Eri felice? Un senso di attesa, agitazione, cosa?
Non lo so forse all’inizio una totale assenza. Che poi è la sensazione tipica che provo, quando mi capita di vivere. Voglio dire la rottura dei ritmi, le giornate più o meno scandite, la verità è che il tempo presente a me mi stordisce proprio, ti sembra come di non esserci, come assistere a uno show da fuori, appunto, fiction.

Il discorso sui massimi sistemi

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di Marco Mantello

Limitiamoci alla piccola borghesia universale, per favore, lasciamo da parte i poveracci, i clandestini e i pazzi. E ripetiamolo tutti insieme, con convinzione: non è vero che  quando si muore si muore soli.
Se non sei un barbone dickensiano sotto i ponti di Buniago di Maserà, o un vedovo di settant’anni chiuso in casa col telecomando, è molto difficile andarsene senza avere della gente intorno, delle opinioni, finanche azioni od omissioni dirette a gestire in modo più o meno cooperativo il come e il quando morirai.
I reparti di rianimazione degli ospedali sono luoghi affollatissimi.
Nella casa del malato terminale c’è sempre qualcuno, fosse anche solo un’infermiera, una moglie o una colf. Gente che tace, che ha qualcosa da eseguire, gente in visita, amici, preti e animali domestici.