Se Venezia muore all’ombra dei grattacieli: intervista a Salvatore Settis

Settis

Pubblichiamo un’intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

Leggere tracce: il viaggio salvato dalla letteratura

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1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi.

Sia Lode Ora a una Città di Fama. New York, un personal essay

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di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull’Airtrain che unisce i terminal dell’aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L’Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell’occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l’idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell’atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l’esperienza. Tradotto, tra l’arte e l’esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata “realtà”… Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d’ingresso dell’Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l’atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.