“I colpevoli”, il nuovo libro di Andrea Pomella

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di Marco Renzi

Nell’Uomo che trema (Einaudi, 2018), Andrea Pomella aveva raccontato la depressione maggiore e affrontato la «lotta col padre» da un punto di vista che poneva il narratore in una duplice posizione: quella di abbandonato e di abbandonante.

Suo padre lasciò la moglie e il figlio per andare a vivere con un’altra donna, e allo stesso modo Andrea, ancora bambino, scelse di non rivedere mai più il genitore, quantomeno fino a un certo punto della sua vita. Divenuto a sua volta padre di Mario, spinto anche dal desiderio del figlio di conoscere il nonno, deciderà di ricongiungersi alla persona che per più trent’anni aveva cancellato dalla sua vita, come narrato nei capitoli finali del suddetto libro.

“La scrittura non si insegna”, il manuale atipico di Vanni Santoni

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di Marco Renzi

Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Tropicario italiano, in viaggio con Fabrizio Patriarca

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di Marco Renzi

Hanno ancora senso, oggi, i libri di viaggio? Questo è il quesito che Tropicario italiano, l’ultimo libro di Fabrizio Patriarca uscito per 66thand2nd, sembra porre al lettore. E la risposta potrebbe essere incerta: forse che sì, forse che no.

Se ci limitiamo al solo Novecento italiano, tornano alla mente, tra i tanti che hanno raccontato il proprio girovagare, autori quali Pasolini, Moravia, Manganelli, Parise, Soldati – alcuni di questi troveranno menzione all’interno del libro, quest’ultimo in particolare.

Alprazolam nel sottosuolo

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Photo by Kendal on Unsplash

di Marco Renzi

Ginevra è l’unica persona di cui mi posso fidare. È anche l’unico medico che conosco oltre al mio, il dottor Brentani, che al telefono non risponde mai alla prima. Stavolta non faccio neppure il secondo tentativo, tanto già m’immagino il suo consiglio: Va’ al pronto soccorso. Oppure: Mettiti un dito in gola e vomita.

Dio bono, ci provo ma non esce nulla, e non posso telefonare a mia madre, a mio padre o a mia sorella: andrebbero nel panico, non sarebbero d’aiuto. Non posso dir loro d’aver ingoiato dodici pastiglie di alprazolam senza farmi dare della testa di cazzo, e ora di certo non ho bisogno di rimproveri; non  servono mai quando senti di poter crepare.

Storie di fragilità da un mondo estinto: “Materia” di Jacopo La Forgia

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di Marco Renzi

Negli ultimi anni siamo stati sommersi dalle distopie: forse perché il pessimismo e il senso della fine non sono mai stati diffusi come adesso, o perché siamo giunti a un punto di totale saturazione per quanto riguarda le tecnologie, delle quali la fantascienza ha sempre posto in evidenza i risvolti più catastrofici.

Insomma, dando una scorsa veloce a libri, fumetti, film e serie tv, notiamo quanto questo tipo di narrazione abbia oggi attecchito e proliferato, e vien da pensare che un eccesso di distopia nel nostro presente possa alla lunga inflazionarsi agli occhi del lettore (o spettatore, negli altri casi).

Tra fantastico e videogame: le avventure di Talib

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di Marco Renzi

Siamo più o meno nel 5000 avanti Cristo. Talib è un lucidatore di pomelli alla corte di Babilonia ed è innamorato della principessa: siccome il Re darà in sposa la figlia a chi le regalerà un diamante grande quanto la testa di un toro, si mette subito in viaggio alla ricerca della pietra.

Ma la trama di Talib, o la curiosità (Tunué, 2019), scritto da Bruno Tosatti, non si esaurisce qui, giacché l’avventura picaresca del protagonista è un pretesto per immettere nella storia una serie di personaggi e di sotto-trame: Talib incontrerà Azad, in cerca del suo Golem; il burocrate Miralem, che vuol far pagare le tasse ai Peruani; la tribù dei Frugoli, Erza il raccoglitore di schiuma di nuvole; s’imbatterà poi in draghi, giganti e nelle creature più disparate.

Lungo «Lo stradone», l’ultimo romanzo di Francesco Pecoraro

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di Marco Renzi

È vero: la scrittura oggi è alla portata di tutti, ma fare letteratura resta ancora un lavoro per pochi. Il compito del critico e del lettore più attento è dunque quello di individuare questi pochi scrittori, segnalarli e restituire loro lo spazio che meritano.

Francesco Pecoraro, tuttavia, non necessita di molte presentazioni, essendo uno degli autori più interessanti apparsi nel panorama editoriale italiano negli ultimi quindici-vent’anni. Già La vita in tempo di pace (2013) aveva messo in luce una scrittura notevole e una capacità davvero rara di leggere sia la contemporaneità sia i settant’anni del dopoguerra, il più lungo periodo di pace ininterrotta che la Storia ricordi. Tali peculiarità restano inalterate nello Stradone, dove di nuovo riemergono nodi cruciali del nostro tempo, pur con una struttura abbastanza diversa, sicuramente più prossima al saggio.

Pecoraro si affida qui a un narratore senza nome: un uomo sopra la sessantina, un abitante della Città di Dio, più precisamente della Sacca (Valle Aurelia), un tempo popolata da fornaciai e ora luogo assai rappresentativo dell’odierno «ristagno».