Da James Foley a Annie Ernaux: raccontare la morte, da non troppo vicino.

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“Non voglio lodare la morte, ma nella sua imminenza la morte conferisce una certa bellezza alle proprie ore – una bellezza che non ha corrispettivi, ma che è travolgente”. È una frase che trovate a pag. 74 di Questo buio feroce. Storia della mia morte di Harold Brodkey (Fandango 2013, traduzione di Delfina Vezzoli); e questo potrebbe essere il motivo, consideravo, per cui quest’estate ho letto tre libri sulla morte – uno molto bello (questo di Brodkey), uno lodatissimo ma sopravvalutato (Il tempo della vita di Marcos Giralt Torrente, Elliot 2014, traduzione di Pierpaolo Marchetti), uno lodatissimo e meraviglioso (Il posto, L’orma 2014, traduzione di Lorenzo Flabbi) – anche se, è pur vero, che ci sono delle spinte inconsce che con tutta probabilità ci avvicinano a leggere libri che ci mettono di fronte alla scomparsa di una persona, alla sua mancanza, alla paura di questa mancanza, e al dolore. Ognuno probabilmente ha le sue ragioni, sono personali, e spesso non sono trasparenti nemmeno a se stesso.