Maurice Blanchot: il silenzio dell’opera

blanchot_levinas

di Maria Lo Conti

Fra i teorici del romanzo, le espressioni per definire il medesimo vizio – scrivere – si moltiplicano all’infinito. Tra queste ce n’è una del critico e filosofo francese Maurice Blanchot che dice: «Scrivere è scongiurare gli spiriti, è forse liberarli contro di noi».

Una simile affermazione implica la compresenza, nell’atto della scrittura, di due forze opposte e contrastanti, l’una che conduce alla liberazione e l’altra alla sottomissione. Così, nel tentativo di liberarci da un’ossessione permettiamo all’ossessione stessa di possederci, e mentre scongiuriamo gli spiriti ne provochiamo l’assalto.

Al centro della riflessione teorica di Blanchot l’ossessione assume un ruolo particolare. È la necessità di difendersi da questa che spesso spinge alla scrittura.

Elio Pagliarani, la poesia che agisce

eliopagliarani

(Fonte immagine: Dino Ignani.)

di Maria Lo Conti

Sono gli anni Sessanta e in via Vittorio Veneto, a Roma, una libreria Einaudi ospita un evento – forse la presentazione della ristampa dei Novissimi o forse un incontro sul Gruppo 63 – che si trasforma subito in una singolare baldoria. C’è un’atmosfera scalmanata e rissosa, tutti attaccano tutti, il pubblico schiamazza, il gruppo di giovani autori invece di presentarsi compostamente inveisce contro l’anemica inerzia della letteratura italiana. La situazione si fa sempre più tesa finché a un tratto uno degli autori si alza, si avvicina a una delle pareti su cui erano esposte le gigantografie di alcune poesie e comincia a leggere ad alta voce – una voce roca e imponente – Oggetti e argomenti per una disperazione, e nella sala cala finalmente il silenzio.