Cecilia Mangini, il cinema e Pasolini

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

“Il mondo è di chi lo vuole. Questo era Pasolini”. Quando racconta del suo incontro con Pierpaolo Pasolini, Cecilia Mangini riesce a rievocare l’Italia estinta delle periferie e dei ragazzi di vita, e l’ostinata passione di chi in quell’Italia faceva cinema per raccontare la realtà. Nata a Mola di Bari nel 1927, prima donna a girare documentari nel dopoguerra, autrice insieme a Pasolini di capolavori come Ignoti alla città e La canta delle marane, documentarista sempre (dice: “si diventa documentaristi e si resta tali”), Mangini è oggi coregista e protagonista di un film che è al tempo stesso viaggio di memoria nel tempo e nello spazio e struggente cronaca del meridione d’Italia.

“Ossigenarsi a Taranto” (ossigenare Taranto)

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Questo articolo è uscito sullla «Gazzetta del Mezzogiorno»

Taranto e taranta. «Guardare da vicino le parole, conduce lontano lo sguardo» ammoniva l’aforista viennese Karl Kraus. Così, fra i due lemmi fratelli si iscrive l’essere biunivoco – ed equivoco – della Puglia di questi ultimi anni. Apulia felix et infelix nel contempo, baciata e avvelenata dall’olimpo: l’ebbrezza e l’Ilva, Dioniso e Tanato; ovvero la danza e l’acciaio, Efesto e Tersicore. Due morsi dello stesso ragno nel Salento che per Ernesto De Martino è «la terra del rimorso», quindi del pentimento e del tormento, ma anche del mordere di nuovo, appunto.

Una Puglia siffatta può ricordare «la sonnambula meravigliosa» degli studi  antropologici di Clara Gallini sul magnetismo ottocentesco. Isterica e seducente, orgogliosa e patologica, essa somatizza e ipnotizza, è riottosa alla ragione e persino alle interpretazioni dell’inconscio o dell’irrazionale. Naturale che gli esorcismi della politica (culturale) non funzionino più. Per esempio, l’anteprima dell’estate scorsa a Taranto della «Notte della Taranta» – il festival dei concerti salentini – attirò quasi più polemiche che pubblico (modesti entrambi). L’arcaismo danzante fattosi festival di successo della World Music provò a reincarnarsi nella originaria funzione terapeutica, cioè a purificare nel ritmo i problemi economici, sociali e giudiziari del Siderurgico, ma la catarsi fu gioco forza rinviata.

Speciale Santarcangelo 13 – Intervista a Leonardo Di Costanzo

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Si sta svolgendo in questi giorni Santarcangelo 13, festival internazionale del teatro in piazza: iniziamo a raccontarvelo con alcuni articoli che usciranno nei prossimi giorni. Invitiamo i lettori di minima&moralia che ne abbiano la possibilità a raggiungere Santarcangelo di Romagna per vedere spettacoli di teatro italiani e stranieri in uno dei maggiori festival europei di teatro di ricerca. “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo – uno dei film italiani più importanti dell’anno e purtroppo poco visto per colpa di un meccanismo distributivo incapace di recepire le opere di valore e allo stesso modo sfacciatamente ottuso nel privarne lo spettatore  – ha vinto da poco il David di Donatello per la migliore opera prima e lo scorso 13 luglio, durante il Festival di Santarcangelo, ha ricevuto il premio “Lo straniero” dal direttore della rivista Goffredo Fofi. Pubblichiamo una recensione del film e un’intervista al regista.

La giornata de “L’intervallo” si apre con un’inquadratura fissa di Napoli all’alba, sullo sfondo il Centro Direzionale. Non ci sono il Vesuvio o le Vele di Scampia: già da quella prima visione, che sarà la stessa dell’ultima scena, ma a notte fatta, non c’è l’intenzione di “vendere” Napoli, come di frequente succede quando ci si accorge che la morbosità dello spettatore preferisce indulgere sui morti ammazzati o sulle storie del Sistema camorrista.

Leonardo Di Costanzo, dopo anni da documentarista, si cimenta nella regia della prima opera di finzione, che ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente e il Premio Lo straniero, assegnato durante il Festival di Santarcangelo da Goffredo Fofi.

Salvatore è un ragazzo che vende granite; una mattina, mentre sta uscendo con il carretto, viene bloccato da un uomo in scooter che lo chiude dentro a un luogo abbandonato – l’ex ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi” – e che gli affida il compito non far scappare Veronica, una ragazza che Bernardino, boss del quartiere, vuole incontrare la sera, dopo la segregazione. Salvatore è estraneo alle vicende del Sistema, ma rivuole il suo carretto, e suo malgrado rimane costretto nel ruolo del carceriere.

Shall we doc?

Sul blog Le parole e le cose abbiamo pescato questo interessante articolo di Daniela Brogi dove vengono elencate cinque semplici mosse per fare più spazio al cinema documentario in Italia. Ve lo riproponiamo perché ci è sembrato molto interessante e completo, e ringraziamo l’autrice e il blog per la condivisione.

di Daniela Brogi

1.

Uscire dall’abbraccio dello specialismo.

Assumere che l’arte contemporanea vive, oltre che attraverso i generi più tradizionalmente frequentati (letteratura, musica, pittura, teatro, danza, architettura, cinema…)