“Prima che te lo dicano altri”, il romanzo tra due mondi di Marino Magliani

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Pubblichiamo un pezzo apparso su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Matteo Giancotti

Colpisce subito, nella scrittura di Marino Magliani, il piglio ruvido: «Certe cose si facevano perché bisogna farle, ma non se ne parlava». Altro esempio: «Uno è il posto dove si nasce, disse. Poi ti innestano». Modi laconici, specialmente nei dialoghi, per nulla complimentosi; come di un Hemingway filtrato all’italiano attraverso uno scabro dialetto.

Si rispecchiano così, nelle parole, la natura e l’antropologia di un territorio aspro e difficile, quale è l’entroterra imperiese (la zona della Val Prino, di cui Magliani è originario), colonizzato per una metà da speculatori russi e per l’altra da cinghiali che «impestano»; in forma ormai residuale vi resiste, quasi suo malgrado, una sparuta comunità locale, legata per inerzia, più che per scelta di vita, a lavori antichi: la raccolta e il commercio delle olive, la silvicoltura, la caccia (leggi bracconaggio) e ogni tanto, per cambiare, la pesca.

Le notti di Sorba

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Pubblichiamo la parte finale del racconto Le notti di Sorba, che fa parte del libro di racconti Carlos Paz e altre mitologie private di Marino Magliani, appena pubblicato da Amos Edizioni. Il libro è un insieme di racconti che si muove come un romanzo, pieno di situazioni a volte estreme e di personaggi e di luoghi che sono quelli olandesi, la costa inzuppata del Mare del Nord, le dune, il quartiere di Zeewijk, ogni tanto la Pampa, e soprattutto la West Side Liguria delle vallate profonde, e i collegi dove l’autore ha vissuto ed è cresciuto.

di Marino Magliani

Si passa una mano sul collo.

“Lei è morto…”. Fa un gesto, come per togliere dalla notte quegli edifici, il gesto per una cosa che non si può dire, poi si ripassa la mano sul collo. “È così. Ottobre 1970, un incidente…”.

La letteratura del no

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di Marino Magliani

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Quando sono con Adrián torno a usare la lingua che parlavo negli anni Ottanta in Argentina. C’erano tante strade di terra che si perdevano nella Pampa, tanti bus che portavano a Buenos Aires e una bottiglia di birra costava qualche milione di pesos. Quanto a me, sono stato quasi sempre a Lincoln, che è come se un giapponese venisse a vivere un anno in Europa e la maggior parte del tempo se ne stesse a Locate Triulzi. «Sei stato a Mar del Plata?», mi ha chiesto un giorno Adrián Bravi. « No, Adrián, mai stato». «E a Bariloche, nel grande Sud, o al Nord, a Salta e nel Chaco?» E io: «Macché, Adrián, sono stato a Lincoln, un giorno a Buenos Aires e meno di un mese a Carlos Paz, sul lago. Tutto lì».

I Fanciulli di sabbia di Lorenzo Muratore

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Fanciulli di sabbia è il primo romanzo di Lorenzo Muratore (Ventimiglia, 1941), composto nell’arco di decenni e giunto fino ai giorni nostri, dopo qualche peripezia, per più di una “congiuntura”. Vi si raccontano l’adolescenza e la formazione del personaggio di Gabriele negli anni centrali del secolo scorso, nell’estremo Ponente della penisola. Luoghi e avvenimenti reali sono però trasfigurati da una lingua rigogliosa di intertesti e di arcaismi, che si rivelano talvolta fiammanti neologismi, com’è stato osservato da uno degli autorevoli lettori delle pagine inedite dell’autore. Il volume edito da Nerosubianco è impreziosito da una postfazione di Marino Magliani e dalla riproduzione di due ideografie dell’artista Guido Seborga.

Ecco un estratto delle divagazioni di Gabriele:

[…]

Per un divagamento alla sua noia, avrebbe voluto pedalare sino alla Città medioevale. Ad arrampicarsi alla rupestre chiocciola, in bicicletta, s’era persuaso che gli si serrerebbe il respiro; posò la bicicletta al Bar del Ponte.

Su “L’albero e la vacca” di Adrian Bravi

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(Immagine: Rousseau il Doganiere, Il sogno.)

di Marino Magliani

Adrian Bravi scrive nella nostra  lingua dopo essere nato in Argentina, averci vissuto più di vent’anni e aver pubblicato il suo primo libro in castellano. Scrivere nel castigliano che si parla in Argentina significa farlo in una  lingua incredibile e imprendibile come un’anguilla, che parlano solo loro, dandosi, caso unico, del vos. E’ una lingua che possiede tutte le sfumature possibili per descrivere il flâneur, o, tanto per dire, tutte le gradazioni per qualificare il brocco, intenso come ronzino, e che racconta – scarseggiando da quelle parti le antichità storiche – i luoghi come fossero miti. Da qui la magica Buenos Aires di Borges e quella malinconica di Arlt e la Pampa estrema e gauchesca di Ricardo Güiraldes.

Appunti di lettura su “Zoo a due”

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di Stefano Zangrando

Questa non è una recensione, con quelle ho smesso. È qualcosa di più personale: il resoconto di una lettura, forse un post, non so, non è importante. Il libro è Zoo a due di Marino Magliani e Giacomo Sartori, uscito di recente per Perdisa Pop con una prefazione di Beppe Sebaste.

I protagonisti e per lo più anche narratori di questi racconti, brevi i quattordici di Sartori, lunghi i due di Magliani, sono animali. All’inizio della prefazione Sebaste cita alla svelta alcuni fra i più importanti autori di riferimento della letteratura occidentale in fatto di animali, per poi soffermarsi su un testo di un giovane americano contemporaneo di cui in Italia non è tradotto nulla. Segue la prefazione vera e propria, in cui Sebaste, come farebbe qualunque altro autore al posto suo, si appropria del libro in questione, cioè lo sebastizza («Errare. Ecco, questo libro […] è anche un trattato di nomadismo»). Seguono le notazioni di prammatica sul testo, un po’ fumose quelle su Sartori, più pertinenti nel caso di Magliani, per il quale Sebaste tradisce una certa predilezione. La prefazione si conclude con una «dedica» che non è una dedica, ma una citazione da Bob Dylan. Questo per quanto riguarda Sebaste.

Geografie dell’esilio

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Il 25 marzo 2012 moriva Antonio Tabucchi. Lo ricordiamo con un pezzo di Marino Magliani.

di Marino Magliani

IJmuiden, marzo, 2013

Caro Antonio,

a novembre mi trovavo a Genova in Via Cairoli, pioveva, e io cercavo l’odore di minestrone nei portoni. Pensavo a quando ero bambino, a quel detto che si usava in vallata: sali lì che vedi Genova. E pensavo anche a quando ci abitavi tu, ai carruggi pieni di macchine, mentre ora molti vicoli sono isole pedonali.

Giugno. Tanti, quasi tantissimi anni fa. Uscivi all’alba a guardare il porto. Prima di andare a insegnare, prendevi il caffè in qualche bar che magari non esiste più, la giacca leggera, le stradine di Via del Campo che conservavano l’odore della notte come tutte le strade di porto. Attraversavi via Gramsci, poi entravi a Ponte Calvi.