Scrivere di cinema: Ultimo Tango a Parigi

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di Elvira Del Guercio

Negli anni ’70 la grande novità di cineasti come Ferreri, Pasolini e Bertolucci, solo per citarne alcuni, era quella di leggere la vita dell’individuo a partire dal ruolo che l’erotismo investiva nella definizione, o meglio, nella rivelazione della sessualità di ciascuno.

Era l’ombra lunga del Sessantotto, «trasgredire era importante», come afferma Bertolucci in una recente intervista; infatti, in un momento storico e culturale in cui la trasgressione era diventata la conditio sine qua non per la maggior parte delle rappresentazioni artistiche, unita al bisogno di risvegliare una sotto-umanità plagiata dai miti superomistici dei media, il cinema osava, squarciando senza remore i veli del pudore e della moralità. Il cinema scandalizzava. Si potrebbe dire lo stesso per gli autori di oggi? È da vedere.

Depardieu o l’arte di sopravvivere

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Due donne e tre uomini sono a cena in una brasserie di Parigi. D’un tratto una delle donne, Marguerite Duras, si rivolge a uno degli uomini, Maurice Pialat, e gli chiede a bruciapelo se è vero che per girare una scena di La Gueule ouverte ha dissotterrato la bara di sua madre. E siccome il volto del cadavere era nascosto, se ha chiesto all’operatore di girarlo ficcandogli un cacciavite nell’occhio. Certo, risponde Pialat senza battere ciglio. «Lei è un mostro» gli fa la Duras. «Lei è mostruosa quanto me,» ribatte Pialat «per capirlo basta leggere i suoi libri». Pialat non amava gli attori, né la recitazione. Credeva solo nella vita. Come la Duras, d’altra parte.

A raccontare questo siparietto è uno degli altri commensali, Gérard Depardieu, nel suo chiacchierato memoir È andata così (Bompiani, pp 178, traduzione di Alberto Pezzotta). Seguito ora da Innocente, uscito lo scorso settembre per Edizioni Clichy (pp 136, traduzione di Paola Checcoli), dove Depardieu dedica una severa tirata d’orecchie – fra le tante – a Pierre Niney, uno degli interpreti più apprezzati dell’ultima generazione.

La Barcellona dimenticata di Vázquez Montalbán

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Questo articolo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

“Vengo da parte di Pepe Carvalho, póngame lo que ustedes quieran”, era il suggerimento che Manolo aveva elargito ad amici e ammiratori che facevano la fila per accaparrarsi un tavolo a Casa Leopoldo, in Carrer de Sant Rafael, cuore pulsante della vecchia Barcellona, un barrio dove prima dell’arrivo “dei missili intelligenti lanciati dagli urbanisti” comandavano puttane, gitani e marinai, una sorta di girone dei dannati composto in prevalenza da immigrati locali e represaliados, le vittime del franchismo.

Pochi però erano gli avventori pienamente consapevoli che, una volta terminata la fase dell’immaginazione, elaborata in anni di attente e scrupolose letture, bisognava essere preparati a trovarsi di fronte alcuni strabilianti piatti come l‘Escudella i carn dolla, un sontuoso bollito con carne di vitello, manzo, orecchio di maiale e tante altre diavolerie messe insieme, esempio sopraffino della cucina catalana povera. Quasi nessuno era in grado di affrontare con serenità un piatto di tale portata, ma in fondo non era questo l’obiettivo.

Walter Tevis: la scrittura come cura

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Pubblichiamo la prefazione di Goffredo Fofi a Solo il mimo canta al limitare del bosco, romanzo di Walter Tevis in libreria per minimum fax con una nota di Jonathan Lethem (traduzione di Roberta Rambelli) ringraziando l’autore e l’editore. di Goffredo Fofi Non sono pochi gli autori di romanzi di genere che hanno scritto per sfogare […]

Bernardo Bertolucci racconta Marlon Brando

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Sono passati dieci anni dalla morte di Marlon Brando. Pubblichiamo un’intervista di Paola Zanuttini a Bernardo Bertolucci, che diresse Brando in Ultimo tango a Parigi, uscita su il Venerdì di Repubblica.

Roma. Al primo ciak di Ultimo tango a Parigi, Bernardo Bertolucci grida «Buona la prima!». Ma non è tanto buona. Perché l’operatore di macchina Enrico Umetelli, arrossendo, gli sussurra: «Scusa, mi sono trovato Marlon Brando nella loop e sono rimasto a guardarlo, paralizzato». L’arrivo di Brando sul set ha sprigionato meraviglia, innamoramento, tremore. Anche Vittorio Storaro, che non è un principiante, si fa intimidire: nei camerini allestiti sul ponte di Passy, ha notato che l’attore ha la faccia troppo rossa, ma non osa farne parola con lui. Interpella il regista: «Secondo te, si offende?». Bertolucci lo tranquillizza: «Ma va’, diglielo». Storaro va. Il divo non si scompone, anzi. Piglia un asciugamano, se lo strofina in faccia, porta via tutto il cerone e domanda: «Meglio, così?».

Intervista a Judith Schalansky

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Questa intervista è uscita su Flair a ottobre 2013.

In greco antico “tele”significa “lontano”. Parole come “televisione” o “telematico” rimandano proprio a una distanza che si accorcia grazie alla tecnologia: quello che era lontano oggi è più sempre vicino, disintegrando così gli spazi e i tempi della lontananza; ogni luogo è ormai accessibile, a portata di telecomando, o di Google Earth. Ma “lontano” è solo un’idea astratta, e spesso ce ne dimentichiamo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro”, dice Judith Schalansky. “Lontano” è un’invenzione che serve a stabilire un confine tra noi e il resto del mondo: si può raccontare la storia del mondo intero attraverso delle isole sperdute, luoghi reali e surreali allo stesso tempo”.

“Io e Springsteen, la stessa collezione di dischi”: intervista a Grant-Lee Phillips

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Questa intervista è uscita su SUONO di maggio.

Dopo lo scioglimento dei Grant Lee Buffalo, Grant-Lee Phillips ha intrapreso un’ispirata e coerente carriera solista che ne fa oggi un autorevole sopravvissuto alla follia collettiva che investì la musica americana negli anni Novanta. Benché ormai fuori dai circuiti che contano, costretto ad autoprodursi il nuovo album “Walking In The Green Corn” con il contributo dei fans, Phillips non ha mai fatto mancare, a chiunque abbia avuto l’ardire di continuare a seguirlo a dispetto delle mode, cuore e sudore, melodie cristalline e una voce calda e seducente come poche (miglior voce dell’anno nel 1995 per Rolling Stone). In “Walking In The Green Corn” il suo viaggio in solitario tocca per la prima volta in modo profondo le sue origini indiane, i temi della tradizione, dell’eredità, del sangue. Basta un solo ascolto delle ballate “Buffalo Hearts” e “Bound To This World” per essere rapiti dall’intensità che l’artista è riuscito a racchiudere dentro piccole composizioni acustiche di tre minuti.

Grant-Lee Phillips oggi è un autore di culto, che non rinnega il successo ma nemmeno si ostina a cercarlo, un cantore di scenari disadorni, poveri, selvaggi che sarebbe piaciuto a Thoreau. L’abbiamo incontrato per farci spiegare l’ultimo lavoro e per ricordare i tempi di gloria in cui non era raro sentire parlare dei Grant Lee Buffalo come della migliore rockband del pianeta.

Cartoline dalla mia stanza

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Pubblichiamo un estratto dall’articolo di Alessandro Piperno uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Alessandro Piperno

Ogni volta che, costeggiando le mura vaticane, più o meno all’altezza dell’ingresso dei Musei, mi imbatto in una fila lunga più di un chilometro di esseri umani stoicamente accalcati, pronti ad affrontare le più devastanti intemperie pur di ammirare – per non più d’una decina di minuti – le stanze vaticane, mi chiedo: chi glielo fa fare? Ha senso che lo facciano? Io lo farei al loro posto? Affronterei pioggia, freddo, tempesta o solleone, per non dire della noia e della frustrazione, per Michelangelo? No che non lo farei. Non credo che esista opera d’arte che meriti tanta abnegazione, e soprattutto un simile compendio di disagi.

Le opere d’arte non sono lì per farti fare la fila. Le opere d’arte ti concedono il loro profilo migliore, il più allettante, quando sei in completo relax. Sono talmente esigenti da pretendere il tuo benessere fisico e psicologico, la tua attenzione devota, come una bella donna che ti si dona. Qualcuno di voi leggerebbe mai Anna Karenina su un piede solo e con una mela poggiata in testa? Qualcuno di voi affronterebbe mai la cucina di un famoso chef giapponese con lo stomaco in subbuglio? Credo di no. E allora perché siete disposti a sobbarcarvi tormenti danteschi per vedere la volta della Sistina?

Bertolucci, arte e verità

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L’aneddoto raccontato da Vittorio De Sica sulla lavorazione di «Ladri di biciclette», dove per ottenere un pianto di “scottante verismo” il regista umiliò pubblicamente il piccolo protagonista di nove anni, Enzo Staiola, ha avuto molta fortuna nella cultura popolare. È stato anche al centro di un passaggio di «C’eravamo tanto amati», memorabile commedia di Ettore Scola. Cos’era successo? De Sica aveva fatto nascondere delle cicche di sigaretta nella giacca del ragazzino, aveva fatto finta di trovarle per caso e fingendo scandalo gli diede del “ciccarolo”: il ragazzino pianse a dirotto.

Mi è venuto in mente questo aneddoto leggendo la polemica che c’è stata sui giornali in questi giorni per quanto dichiarato da Bernardo Bertolucci – e riportato da la Repubblica – riguardo la famosa scena di «Ultimo tango a Parigi», la cosiddetta scena del burro. Lui e Marlon Brando si accordarono, senza dire nulla a Maria Schneider, per ottenere una scena di sodomia più credibile. Anche in quel caso l’attrice, che aveva vent’anni, parlò di umiliazione.

Di documentari, di Harlem e di buoni maestri

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Questo articolo è uscito sulla versione online di Orwell

Questa storia comincia così

Albert Maysles è il più bravo documentarista del mondo e in Italia pochi sanno chi è. Lo incontro in un cinema lo scorso maggio. Sono a New York da un paio di settimane e starò ancora un paio di mesi. Una sera vado all’IFC, un cinema downtown, a vedere un suo documentario, uno dei suoi più belli e che non ho mai visto, è del ’68, si chiama Salesman. È la storia di quattro venditori di bibbie porta a porta.