Critica come fraternità: Marta Roberti

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Marta Roberti sembra uscita da un fumetto. Di ritorno da un anno e mezzo a Taiwan: era andata lì per una residenza, pure breve, e poi ci è rimasta.

Nel caldo atroce di inizio agosto, compare in fondo a via Re David con un cappellone nero a falde larghissime che sembra uscito dritto dritto da Coven, la terza stagione di American Horror Story, un grande zaino e un comodo vestito, neri pure quelli. Tutto nella sua figura, così come nelle sue opere, sembra richiamare e condensare – consapevolmente o no – l’immaginario biopunk degli ultimi vent’anni, caratteristico di autori come Paul Di Filippo, Paolo Bacigalupi, Octavia E. Butler.

Il suo lavoro ruota ossessivamente attorno al concetto di natura naturans: qualcosa che proviene in egual misura dalla fantascienza (e pochi luoghi al mondo come Taipei,che sembra partorita integralmente dalla mente di William Gibson, intrattengono con questo genere una relazione strettissima…) e dal pensiero rinascimentale e prescientifico.