Al limite estremo della finzione: Ben Lerner, o di come il meta-romanzo può diventare poesia

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di Fabrizio Spinelli

Uno dei pensieri fissi che faccio quando sono a letto e non riesco a dormire, esattamente tra le aspirazioni igieniche e la formazione che schiererei per la prossima partita della squadra per cui tifo, è l’immagine dei faldoni di fogli che Marcel Proust riempirebbe parlando di Facebook e Whatsapp se qualche scienziato lo riportasse in vita. Tutte le sue riflessioni su assenza e presenza (assenza nella presenza e presenza nell’assenza), su essenza e rappresentazione, sugli infiniti spettri semantici irradiati da un nome, avrebbero trovato nei social network un ambiente biologico unico. È un’idea banale, ma di notte mi rilassa. Ci ho ripensato, insolitamente in un’ora diurna, leggendo lo straordinario 10:04 di Ben Lerner (uscito in Italia il 19 febbraio per Sellerio, con il titolo di Nel mondo a venire, traduzione di Martina Testa), e più nello specifico questo passo: una mail ricevuta da una vecchia amica che annuncia che il marito, Bernard, un anziano professore di letteratura, cadendo si è rotto una vertebra del collo, scatena nel narratore una riflessione in cui tempo e spazio si scambiano metonimicamente, procedimento proverbialmente proustiano.

Nel mondo di Ben Lerner

Ben Lerner

Questo pezzo è uscito su Il Mucchio. (Fonte immagine)

Tra il settembre e l’ottobre del 2010 la galleria d’arte contemporanea White Cube – prima di chiudere, due anni dopo – ospitò la première di The Clock, opera dell’artista visuale Christian Marclay, un lungometraggio della durata di 24 ore, tributo al tempo e al cinema. Ecco cos’era: un collage di scene (quel genere che fa Blob, per intenderci) tratte da film di ogni epoca, in cui sul set compaiono orologi che segnalano l’orario di un momento particolare. Ma Marclay non si fermò qui, perché gli orari di The Clock erano sintonizzati sul tempo reale, o perlomeno sul fuso di Londra: per cui uno spettatore che fosse entrato in sala alle 16.07 avrebbe trovato sullo schermo Robin Williams in One Hour Photo, con l’orologio che indicava esattamente le 16.07. Oppure, trovandosi sulla poltrona alle 22:04, si sarebbe imbattuto in Michael J. Fox nei panni di Marty McFly, con un fulmine che colpisce l’orologio presente nel film in quell’istante – consentendo a Marty di ritornare nel suo presente, il 1985.

Quando siete felici, fateci caso: parola di Kurt Vonnegut

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È in libreria per minimum fax Quando siete felici, fateci caso, una raccolta di discorsi di Kurt Vonnegut agli studenti americani. Ne pubblichiamo un estratto. Traduzione di Martina Testa.

Come fare soldi e trovare l’amore!

Fredonia College, Fredonia, New York, 20 maggio 1978 

di Kurt Vonnegut

La portavoce di voi studenti ha appena detto che è stufa marcia di sentire gente che dice: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi». Be’, l’unica cosa che mi sento di dire è: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi».

Buon compleanno, Superzelda!

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Cosa festeggiamo e perché

Superzelda il libro è nato il 10 novembre del 2011. Quel giorno sono arrivate le prime copie in casa editrice e nelle nostre mani e abbiamo festeggiato con qualche bottiglia di vino e le dediche disegnate bellissime di Daniele alla libreria minimum fax di Trastevere. Sono venuti i nostri amici, non abbiamo fatto grandi discorsi (anzi, non abbiamo fatto proprio nessun discorso), abbiamo bevuto e dedicato tutte le copie che erano in libreria. Primo giorno di vita, piccolo sold out tra amici. In una versione sparpagliata e che sembrava mai definitiva Superzelda però esisteva già, esisteva da anni. Esisteva da quando con Daniele, facendo recensioni disegnate per D, ci siamo imbattuti nella storia di Zelda e abbiamo deciso di trasformare la sua vita di un fumetto mettendo per prima cosa un super davanti al nome.

Il potere della tecnica nei mondi immaginari di David Cronenberg e Jennifer Egan

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di Francesco Musolino 

C’è un filo rosso che lega David Cronenberg e Jennifer Egan. Ancora meglio, non si tratta del gomitolo di fibra vegetale che Teseo usò per venire fuori dal labirinto, ma di una forte connessione fra il regista canadese (La mosca, Il pasto nudo e Crash) e la scrittrice statunitense, già Premio Pulitzer nel 2011 con Il tempo è un bastardo (edito da minimum fax). È un legame fatto di fibra ottica, brividi corporei e campi elettromagnetici.

I due autori sono recentemente sbarcati in libreria con Divorati (edito da Bompiani, pp.352 €18.50 trad. it. di Carlo Prosperi) e La fortezza (minimum fax, pp.32 €18 trad. it. di Martina Testa) e se per la Egan si tratta di un gradito e atteso ritorno, per Cronenberg la qualifica di romanziere si aggiunge ad un lunghissimo elenco di skill professionali.

Martina Testa intervista Ben Fountain

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Quando una traduttrice intervista uno scrittore: Martina Testa conversa con Ben Fountain, autore del romanzo È il tuo giorno, Billy Lynn! uscito per minimum fax nel 2013. 

di Martina Testa

Il tuo libro parla di un gruppo di giovani soldati americani impegnati al fronte in Medio Oriente che vengono riportati negli Stati Uniti e acclamati come eroi in un “Victory Tour” di due settimane, dopo che una loro missione viene filmata da una troupe televisiva e finisce su un tg nazionale. Dopo il tour di propaganda (che culmina in un’ospitata alla prestigiosa partita di football del Giorno del Ringraziamento), i ragazzi verranno rispediti al fronte.

Ammesso e non concesso che certe categorizzazioni abbiano un senso, se questo è un “romanzo di guerra” (è stato, in effetti, più volte paragonato ad altri romanzi di guerra, da Comma 22 di Joseph Heller al recente Yellow Birds di Kevin Powers), lo è in un senso molto vago, perché la guerra non si vede mai. Allora forse non è un romanzo di guerra? Tu come lo vedi?

È un romanzo che parla di un periodo storico – nel quale ancora ci troviamo – in cui gli Stati Uniti d’America sono impazziti. Le guerre in Afghanistan e in Iraq sono stati i sintomi più evidenti di questa pazzia, ma tutti gli altri elementi del romanzo – il football, le cheerleader, l’industria cinematografica, il capitalismo, la pubblicità, la religione – sono tinti di una loro particolare sfumatura di follia.

Il migliore libro dell’anno

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Come vi avevamo promesso – dopo avervi fatto leggere a Pasquetta un suo racconto, dopo avervi seganalato un’introduzione capillare e amorosa alla sua opera su Rivistastudio a cura di Cristiano De Majo (qui) e una  lunga, bellissima, intima intervista di Martina Testa che potete trovare invece qui – torniamo a parlare di David Means, con questo pezzo uscito su Europa.

di Christian Raimo

È inutile, probabilmente fastidioso, affermare che un libro è il migliore di quelli pubblicati in Italia quest’anno. Il miglior libro dell’anno, non è una recensione, è uno status su Facebook. Ma il motivo per cui mi veniva da lanciare un giudizio definitivo di questo tipo è che questo libro, Il punto, scritto da David Means passerà quasi sicuramente inosservato, ed è invece un’assoluta meraviglia.

Se conosco come vanno le cose nell’editoria, se so che un libro di racconti pubblicato originariamente nel 2010 negli States e tradotto ora mirabilmente da Silvia Pareschi per Einaudi, un libro di uno scrittore poco famoso e abbastanza schivo che ha scritto soltanto racconti – una cinquantina in tutto, divisi in quattro raccolte per la precisione – bene che andranno le cose, potrà vendere 1500 copie, mi sale un sentimento di rabbia, e non m’interessa dover moderare i giudizi, evitare i superlativi: Il punto di David Means è il migliore libro dell’anno, e ci sono le prove.

Quello che spero io (un piccolo regalo per Pasquetta)

bellezza

Uno dei migliori scrittori americani viventi è David Means. Jonathan Franzen gli dedicò Le correzioni. Gli attestati di ammirazione dei suoi colleghi scrittori sono negli anni cresciuti a dismisura. In questi giorni Einaudi ha mandato in libreria la sua ultima straordinaria racconta di racconti, Il punto (The spot), uscita negli Stati Uniti nel 2010, tradotta […]

Scrivere secondo John Barth

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Pubblichiamo un estratto dalla raccolta L’algebra e il fuoco. Saggi sulla scrittura di John Barth a cura di Martina Testa, e vi invitiamo alle 21 alla libreria minimum fax di Roma per l’incontro Perché leggere John Barth? con Giordano Tedoldi e Damiano Abeni.

Va da sé

di John Barth

Cos’è la narrativa? Cos’è una storia? Cosa spiega il fatto che gente di ogni epoca e di ogni luogo pare trovare piacere, sia a livello individuale che di cultura collettiva, nell’inventarsi delle storie e poi nel raccontarle o scriverle o metterle in scena, come anche nel sentirle o leggerle o vederle rappresentate?

Domande del genere sono talmente elementari che ci sembrerebbe di poter rispondere a ciascuna: «Va da sé». Ma (1) quando io ero un giovane apprendista scrittore di narrativa, appena insignito del diploma di Master of Arts ma ancora ben lungi da qualsiasi maestria nella mia arte, presi la decisione – non so se per una scelta automatica dettata dalla passione o per una profondamente sentita mancanza di alternative – di pagare l’affitto insegnando all’università, almeno fino a quando i proventi delle mie opere letterarie non mi avrebbero gonfiato il portafoglio; e inoltre decisi di dedicare il versante accademico della mia vita a dire e ripetere all’infinito, come un mantra, tutto ciò che riguardo l’arte della narrativa non c’è bisogno di dire, fino a quando l’ovvio non si sarebbe spogliato della propria ovvietà diventando così nuovo e arcano, come succede alla propria firma dopo che uno l’ha riscritta mille e una volta di fila – alquanto interessante esercizio di defamiliarizzazione ontologica.

Un’intervista a David Foster Wallace

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Oggi David Foster Wallace avrebbe compiuto cinquantadue anni. Pubblichiamo un’intervista che rilasciò nel 1996 a Laura Miller di Salon contenuta nella raccolta Un antidoto contro la solitudine. Traduzione di Martina Testa.

di Laura Miller

L’aspetto dimesso, da topo di biblioteca, con cui si presenta David Foster Wallace contraddice il look delle foto pubblicitarie, con la barba di qualche giorno e la bandana in testa. Ma del resto, anche il più alternativo degli scrittori deve avere un certo grado di serietà e disciplina per produrre un libro di 1079 pagine in tre anni. Infinite Jest, il mastodontico secondo romanzo di Wallace, giustappone la vita in un’accademia tennistica d’élite con le vicissitudini dei residenti di una casa famiglia nei paraggi, il tutto ambientato in un futuro prossimo in cui gli Stati Uniti, il Canada e il Messico si sono unificati, tutta la parte settentrionale del New England è diventata un’enorme discarica per rifiuti tossici, e qualunque cosa, dalle auto private agli anni stessi, è sponsorizzata da grandi aziende. Pieno di slang, ambizioso e qua e là fin troppo innamorato del prodigioso intelletto del suo autore, Infinite Jest ha comunque alla base una solida zavorra emotiva che gli impedisce di andare a gambe all’aria. E c’è qualcosa di raro ed esaltante in un autore contemporaneo che mira a catturare lo spirito dei suoi tempi.