L’America in Iraq raccontata da Kevin Powers e Ben Fountain

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La guerra in Iraq raccontata da Kevin Powers con Yellow Birds (Einaudi Stile Libero) e Ben Fountain con È il tuo giorno, Billy Lynn! (minimum fax): ne scrive Luca Briasco in un pezzo uscito su Alias, il supplemento culturale del manifesto.

di Luca Briasco

Il 2012 è stato un anno di svolta per la narrativa americana: nel giro di pochi mesi sono usciti due romanzi che hanno conquistato l’attenzione della critica e accumulato elogi: ambedue finalisti del National Book Award e vincitori di molti altri, importanti premi letterari, erano tra i favoriti per la conquista del Pulitzer Prize per il 2013, ma i giurati, come accade ormai da qualche anno, li hanno ignorati, conferendo l’alloro a un’opera straordinaria quanto “fuori dagli schemi” come Il signore degli orfani, di Adam Johnson. Due romanzi, soprattutto, che prendono di petto la “sporca guerra” in Iraq, vera e propria piaga nell’immaginario liberal dell’ultimo decennio: una guerra scatenata sulla base di un’oggettiva menzogna, ammantata di un patriottismo post-11 settembre duro a morire, e trasformatasi nel correlativo oggettivo di una nazione che ha rifiutato a lungo di interrogarsi su se stessa, sulla propria crisi morale, sulla progressiva corrosione – o peggio ancora, cessione – di quelle libertà che ne costituiscono il fondamento etico e filosofico.

La fortezza

Jennifer Egan-photo credit  Pieter M. van Hattem

Pubblichiamo un estratto da La fortezza, il testo che Jennifer Egan leggerà stasera a Letterature 2013 – Festival Internazionale di Roma. Il brano del reading di stasera fa parte del primo capitolo di un testo più lungo, ancora inedito in Italia. Traduzione di Martina Testa. (Immagine: Pieter M. van Hattem.)

di Jennifer Egan 

Il castello stava cadendo a pezzi, ma alle due di notte, sotto una luna inutile, Danny questo non poteva vederlo. Ciò che vedeva sembrava solidissimo: due torri rotonde con un arco in mezzo, e sotto quell’arco un cancello di ferro che sembrava non essersi mosso negli ultimi trecento anni, o forse mai.

Danny non era mai stato in un castello, e neppure in quella parte del mondo, ma il tutto per lui aveva un che di familiare. Gli pareva di ricordarsi quel posto da tantissimo tempo prima, non come se ci fosse proprio stato, ma come se l’avesse visto in sogno o su un libro. In cima alle torri c’erano quelle dentellature squadrate che ci mettono sempre i bambini quando disegnano i castelli. L’aria era fredda, fumosa e pungente come se l’autunno fosse già arrivato, anche se era metà agosto e a New York la gente andava in giro mezza nuda. Gli alberi stavano perdendo le foglie: Danny se le sentiva atterrare sui capelli e scrocchiare sotto le scarpe mentre camminava. Stava cercando una maniglia, un battiporta, una luce: un qualche modo per entrare, o almeno un modo per trovare il modo di entrare. Ma era sempre più pessimista.

#ScatolaNera 3: Il diario di Matthew Klam

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Il diario del tour italiano di Matthew Klam è uscito sul sito di minimum fax nel 2002. La traduzione è di Martina Testa.

Primo giorno, 24 maggio

Il mio volo è atterrato alle sette di mattina di venerdì; sono salito su un taxi e l’autista ha messo in moto (per portarmi a casa di M., il mio editore, che mi avrebbe ospitato per i primi due giorni) e ha cominciato a guidare come un pilota di Formula Uno. Erano quindici anni che avevo smesso di studiare l’italiano, ma mi sono ricordato qualcosa: “Tu guida la machina fantastico!”, e lui ha apprezzato molto. Ci siamo avvicinati a Roma: sull’aereo non avevo chiuso occhio e nel mio cervello insonnolito pensavo che avrei visto un posto tipo Parigi o Barcellona, e invece erano tutte colline verdi e alberi bellissimi che parevano usciti da un dipinto del Rinascimento; poi, entrare in città è stato come essere inghiottiti da una balena, all’improvviso un chiasso incredibile! Da ogni parte si alzavano chiese, rovine, folli monumenti costruiti da Mussolini, la strada curvava di punto in bianco, i palazzi erano splendidi, chiese antiche, vecchi palazzi signorili enormi e grandiosi… una sola di queste cose sarebbe già il fiore all’occhiello di qualunque città americana, ma qui sono tutte ammucchiate insieme. Le cupole delle basiliche sopra la mia testa, le strade acciottolate, il taxi che sobbalzava da tutte le parti.

#ScatolaNera 2: Aimee Bender conversa con Alice Sebold

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Questo pezzo è uscito sul sito di minimum fax nel 2002. Traduzione di Damiano Abeni e Martina Testa.

Aimee Bender: Va bene, cominciamo dalla struttura. Una volta abbiamo discusso a lungo della struttura “a tela di ragno”. In questo periodo stai scrivendo il tuo romanzo. Una volta mi hai detto che cercare parole nel dizionario è un metodo che trovi del tutto utile e condivisibile, se aiuta lo scrittore a partire di slancio. Anch’io ne sono convinta. Secondo te qual è il modo naturale in cui funziona la struttura di un romanzo?

Scatola nera #1: Jonathan Lethem conversa con Dave Eggers

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Questo pezzo è uscito nel 2002 sul sito di minimum fax. Traduzione di Martina Testa.

Il sarcasmo o Bob Dylan o Una lunga conversazione fra due persone in gamba

Jonathan Lethem: Quello che mi è piaciuto particolarmente della nostra discussione su Dylan è che abbiamo cominciato a individuare un fenomeno interessante: il classico impulso, da parte del fan e del critico, a scegliere un periodo della produzione di Dylan come “l’unica parte valida” per poi accomunare tutto il resto in un’unica onnicomprensiva condanna: come se Dylan dovesse vergognarsi della sua continua produttività, come se la mole imponente del suo lavoro fosse una specie di crimine o di malattia che minaccia l’ascoltatore o il suo rapporto con gli album che ama. E, come hai sottolineato tu, dietro la presunzione di quel tipo di rifiuto si nasconde – in maniera particolarmente intensa – una specie di confusione istintiva e spaventata di fronte alla continua ricerca di quell’artista, all’ostinata determinazione con cui pratica la sua arte, alla sua disponibilità alla sperimentazione, alla crescita e al fallimento. Come se, quando un artista è troppo prolifico, troppo generoso, scattasse un interruttore che lo fa improvvisamente apparire come un insulto al suo pubblico.

Wild Things. Un incontro con Dave Eggers

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(Immagine: grahamc99)

Mi accoglie dicendomi “Ora sembri quasi un adulto!”, riprendendo come l’avessimo lasciato in sospeso da qualche minuto il discorso sviscerato su un vagone della linea F della metropolitana di New York, fra Park Slope e Manhattan, dodici anni fa, il 9 agosto del 2000, nel periodo in cui entrambi compivamo trent’anni e ci pareva una soglia inimmaginabile, l’arrivo di un’età adulta che non sembrava appartenerci. Io li compivo quel giorno e lui, nato pochi mesi prima di me, scherzava a darmi consigli da vecchio saggio. Con un colpo di tosse chiede per un attimo l’attenzione delle molteplici creatività al lavoro con lui, in questo vivace open space nell’epicentro del quartiere messicano di San Francisco, per presentarmi art director e consulenti didattici, redattori, editor, assistenti, stagisti, insegnanti. All’unisono vedo una quindicina di cuffiette sfilarsi da una quindicina di orecchie e una trentina di occhi convergere verso il centro della stanza. “Vi presento un mio amico che ci viene a trovare addirittura dall’Italia, dove qualche anno prima di noi ha fondato una casa editrice che ci assomiglia: abbiamo autori in comune, gusti in comune, idee simili”.

Guardami, di Jennifer Egan

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Arriva in libreria Guardami di Jennifer Egan, tradotto da Matteo Colombo e Martina Testa. Pubblichiamo qui l’incipit, ringraziando tutti i lettori di minima&moralia per i commenti e i suggerimenti con cui hanno accolto il lancio del nuovo sito. (Immagine: Necklace or Anatomy, Man Ray.)

di Jennifer Egan

Dopo l’incidente, diventai meno visibile. Non nel senso ovvio che andavo a meno feste e non mi si vedeva più in giro. O almeno non solo. Nel senso che, dopo l’incidente, diventò letteralmente più difficile vedermi.

Nel ricordo, l’incidente ha acquisito una sua aspra e abbagliante bellezza: la luce bianca del sole, un lento e ripetuto volteggio nello spazio, come su una di quelle giostre i cui abitacoli ruotano su una piattaforma rotante a sua volta (da sempre le mie preferite), la sensazione che il mio corpo si muovesse più veloce del veicolo che lo conteneva e in senso opposto. Quindi una luminosa, ramificata incrinatura, io che sfondo il parabrezza e volo all’esterno, insanguinata e terrorizzata e confusa.

Pace e lavoro umanitario

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Oggi è stato conferito all’Unione Europea il Nobel per la Pace. Nel 1999 questo premio è stato assegnato a Medici Senza Frontiere. Pubblichiamo il discorso di James Orbinski, presidente del Consiglio internazionale dell’organizzazione, tratto da Costruire la pace. Discorsi dei premi Nobel per la pace. Traduzione di Martina Testa. (Immagine: Medici Senza Frontiere.)

Discorso tenuto da James Orbinski1 il 10 dicembre 1999.

Vostre Maestà, Vostra Altezza Reale, membri del Comitato per il premio Nobel, Eccellenze, signore e signori,

il popolo della Cecenia, e in particolare gli abitanti di Grozny, oggi e da più di tre mesi stanno subendo bombardamenti indiscriminati da parte dell’esercito russo. L’assistenza umanitaria gli è virtualmente sconosciuta. Sono i malati, i vecchi e i più deboli che non possono fuggire da Grozny. Se è vero che la dignità degli individui in situazioni di crisi ha un significato centrale per il premio che si assegna oggi, il merito che ci riconoscete è il nostro particolare modo di rispondere a queste emergenze.

Due mondi accomunati dalla guerra: quando vivere o morire dipende dalla sorte

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Oggi ricorre l’anniversario dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle. Pubblichiamo un estratto da «New York, ore 8.45. La tragedia delle Torri Gemelle raccontata dai premi Pulitzer», a cura di Simone Barillari. Traduzione di Martina Testa.

di C.J. Chivers
30 dicembre 2001

Kabul. Il cecchino era seduto al riparo di alcuni sacchi di sabbia sul tetto dell’ambasciata americana mentre il sole tramontava dietro i monti Paghman e il cielo cominciava a oscurarsi. Da un fornelletto da campo accanto alle sue ginocchia veniva puzza di gasolio e un sibilo costante.

Il soldato era il sergente Shane B. Schmidt, del corpo dei marine. Quello era il suo bunker. Alla sua sinistra c’era un fucile a otturatore girevole con il mirino telescopico. Alla sua destra, cinque bastoncini di zucchero bianchi e rossi appesi a un filo. Il sergente ­Schmidt era in vacanza nel Wisconsin quando gli aerei dirottati avevano abbattuto il World Trade Center. Guardare la scena in diretta televisiva, ha detto, «mi ha fatto sentire come un pugile che non riusciva a rispondere ai colpi». Ora davanti a lui si stendeva la capitale dell’Afghanistan, liberata dai talebani e silenziosa come la mezzanotte a Central Park. Per il momento si sentiva soddisfatto. «Le forze della coalizione?», ha commentato. «Diciamo soltanto che sono state piuttosto efficienti nel disinfestare questo posto dai ratti».

L’ultima confessione di David Foster Wallace

Nel 1996, durante il tuor americano di Infinit Jest, un giornalista del Rolling Stone, David Lipsky, trascorse cinque giorni ininterrotti al fianco di David Foster Wallace, in giro per librerie, presentazioni e corsi di scrittura, da uno stato all’altro dell’America, buttando giù appunti per quella che divenne una lunghissima intervista per il giornale. Questa intervista è ora diventata un libro, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (minimum fax), in cui la voce dell’autore ci arriva senza filtri.