Giorni, nuvole, lettere: il museo delle penultime cose

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«Da quel momento avrebbe custodito per sempre il loro ricordo [dei Giusti italiani, nda] e quello di tutti gli altri». Questo custode è il museo della Shoah che, in una Roma di qualche anno più vecchia di oggi, si incastona nella «parte di villa Torlonia che si allunga verso piazza Bologna» e tra le pagine del romanzo di Massimiliano Boni, Il museo delle penultime cose, edito da 66thand2nd.

Il suo giovane vicedirettore è Pacifico Lattes, che ha anche il compito di ricostruire le storie degli ebrei della Shoah dando un nome ai numeri nei registri nazisti. Lavora principalmente con i morti, Pacifico, e con le loro memorie. Disperse nelle transoceaniche (e negli errori ortografici degli impiegati degli uffici immigrazione), nei fascicoli, in tutto quel tempo che è esistito prima dei campi di sterminio.