“Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin

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È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

Un tempo conosciuto come Quit the Doner

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Mi sono trovato diverse volte nella posizione di discutere con Quit riguardo al problema del (suo) nome. La prima è stata a Torino, più o meno esattamente un anno fa. Era appena uscito il suo primo libro, Quitaly (Indiana, 2014) e la discussione si è protratta per tre giorni ed è sfociata in un profilo. La seconda volta è stato a Milano, in piena estate. Le cose sono andate più velocemente, perché sembrava che il grosso del lavoro fosse fatto: si preparava alla pubblicazione di un romanzo e non vedeva una grande urgenza di abbandonare lo pseudonimo — ma d’altra parte… E tutto si riapriva di nuovo. La terza volta è stato a New York, in autunno. A quel punto aveva cominciato a fare quasi tutto da solo, io avevo espresso le mie opinioni e non erano servite a granché per risolvergli il dubbio. Quindi, a dire la verità, è stato abbastanza sorprendente dover preparare questa intervista, perché non sapevo come sarebbe andata a finire. Il primo romanzo di Quit The Doner si chiama Lascia stare la gallina (Bompiani, 2015) e uscirà il 21 maggio . Porta con sé alcuni passaggi fondamentali per la vita e per il lavoro dell’autore, che cominciano da una domanda molto più importante di quanto non sembri.
Come ti chiami?
Martina Veltron… ah no scusa Daniele Rielli.
E fin ora come ti hanno chiamato?
Quit , Quit the doner, Doner, o KKASSTA.

Vecchia guardia, nuovi merletti

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di Giacomo Giossi 

Per vecchia guardia fino a poco tempo fa s’identificava un gruppo solido e spesso vincente di una squadra. Vecchia guardia era quella del Milan degli anni Novanta (il grande Milan di Berlusconi), vecchia guardia erano Maldini, Tassotti, Donadoni per non parlare capitan Baresi (Baresi Franco, Giuseppe suo fratello, giocava nell’Inter, ma non era la stessa cosa). La vecchia guardia era insomma quella che aveva ottenuto successi stellari e poi negli anni aveva tenuto duro a fronte anche di un cambio generazionale spesso non all’altezza.

Azzurro. Massimo D’Alema e la fine dell’estate

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Oggi, 23 settembre, è l’equinozio d’autunno. di Ivan Carozzi Ho riguardato una foto che avevo postato su Facebook qualche mese fa, in aprile, quando l’estate era ancora un sogno. La foto è stata scattata probabilmente in Puglia, a Gallipoli, la città dove Massimo D’Alema, il protagonista dello scatto, è nato nel 1949. Questa foto oggi […]

Lo smoking di D’Alema

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

Favole sulla finanza

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Questo pezzo di Antonio Pascale è uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Antonio Pascale

Sono preoccupato perché quasi tutti parlano male di banche e finanza. D’accordo, la categoria non fa simpatia: «compagno di scuola ti sei salvato dal fumo delle barricate o sei entrato in banca pure tu?». Tuttavia un conto in banca, modestissimo, lo posseggo, dunque voglio capire bene come funziona, altrimenti li tengo sotto il cuscino. Ma nelle discussioni sui media e new media non riesco a capire nulla. A parte l’odio dico, non imparo niente.

Sento Rampini che parla male delle banche. Vado giù al bar e che dice Lamberto (il barista)? Le stesse cose di Rampini ma in maniera molto popolare e grezza: c’ho mettono nel culo, ecc. Vado a scuola di mio figlio perché c’è autogestione e mi hanno invitato in quanto scrittore e che ti leggo? Cartelli così: «Restituite la sovranità monetaria e popolare all’Italia e al mondo, maledetti usurai!!!».

Sweet home Grazioli

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Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest’estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d’Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

El especialista de Barcelona

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero. (Fonte immagine)

Sarà vero che “i grandi romanzi autobiografici… ‘oh, un’ultima didascalia, mia adorata foglia tra ancora un po’ di vita e il tempo che fu’… mica si fanno parlando di sé!”, ma l’io narrante che conversa con una foglia di platano sopra una sedia di ferro della Rambla con proprietà taumaturgiche (ti ci siedi, e alla chiarezza di pensiero aggiungi la temporanea soluzione dei tuoi problemi di vescica) è tanto simile all’autore di questo El especialista de Barcelona da far pensare che l’Aldo Busi che li contiene entrambi trascorra le 368 pagine del libro a domare contraddizioni dell’ego a lui ben note ma poi dimenticate ad arte per fronteggiarle nuovamente – giacché siamo in Spagna – nelle vesti di donchisciottesche apparizioni.

Genova, il tempo delle scuse

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È di qualche giorno fa la notizia della sentenza della Cassazione sull’irruzione alla Diaz. Pubblichiamo una riflessione di Emiliano Sbaraglia.

di Emiliano Sbaraglia

Dopo quelle di Antonio Manganelli, attuale capo della polizia, sono arrivate anche le scuse di Gianni De Gennaro, che all’epoca, cioè nei giorni del G8 di Genova, ricopriva lo stesso ruolo. Meglio tardi che mai, si dice. Il problema è che oggi De Gennaro parla da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti. Immagino le pressioni e lo sforzo che gli è costato arrendersi a certe dichiarazioni. De Gennaro ha fatto carriera in questi anni, come i vari Luperi, Gratteri Canterini, tutti responsabili della mattanza alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. E ora tutti condannati in Cassazione (a parte il capo), con sentenza definitiva. Meglio tardi che mai? Si dice, ma è tutto da verificare. Resta il fatto che dalle zone cosiddette rosse non di Genova, ma dei partiti “sinistri” e oggi sinistrati della politica italiana, di investiture e coperture per il signor De Gennaro & C. ne sono arrivate parecchie in questo decennio e oltre, a cominciare dal suo “tutor” ufficiale, Luciano Violante. D’altra parte, pochi mesi prima (marzo 2001), nel corso del vertice Osce a Napoli si erano registrate scene molto simili a quelle che poi hanno fatto la storia del G8, con manifestanti inseguiti e picchiati in zona Castel dell’Ovo, prima di essere tradotti nella caserma Raniero, per finire i conti. Presidente del Consiglio, allora, Massimo D’Alema. Poi arrivò maggio, la vittoria di Berlusconi, con Fini vicepremier. L’occasione per omaggiare gli elettori “duri e puri” era troppo ghiotta, e così andò.

Gli antiesordi

immagine gli antiesordi

Filippo D’Angelo, esordiente con un romanzo molto duro e arrabbiato («La fine dell’altro mondo»), inizierà in questi giorni il suo primo giro di presentazioni. Vista la retorica spesso insopportabile con cui in Italia il mondo della comunicazione ha circondato il concetto stesso di esordio letterario, Filippo D’angelo racconta a minima&moralia l'”antiesordio” di Franco De Longis.

I lettori genovesi sicuramente ricorderanno la misteriosa e tragica figura che, nell’inverno a cavallo fra il 1998 e il 1999, invase il paesaggio letterario della loro città: Franco De Longis, autore del romanzo Il cerchio. Figura misteriosa perché sorta dal nulla, come quella di ogni scrittore esordiente, ma prima che l’esordio diventasse un fenomeno di moda editoriale; figura tragica in quanto destinata a rapidamente tornare nel nulla da cui si era strappata, e a sprofondarvi del tutto. Non sarà inutile, per i lettori delle altre città, evocare la vicenda di un personaggio che meriterebbe il capitolo centrale di una Storia universale dell’infamia letteraria, opera che, fra quelle immaginarie possibili, raggiungerebbe senz’altro il numero più elevato di pagine, essendo gli scrittori le persone maggiormente esposte al rischio di ignominia. Ma non vorrei che, in ragione della sua stramberia, la veridicità del personaggio De Longis fosse messa in dubbio. Potrebbe sembrare un aborto espulso dalla penna senile di Borges o da quella moribonda di Bolaño. Egli è invece realmente esistito. Per accertarsene, basta controllare su Google.