Quello che è andato in scena alla prima della Scala

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di Michelangelo Pecoraro

Tu sei bella,
tu sei bella!
Pazzerella,
che fai tu?

Per i melomani, la prima recita stagionale del Teatro alla Scala dovrebbe essere una celebrazione festiva. In questo gioioso senso, può valere persino l’iperbolica e a volte bacchettona definizione del teatro come “Tempio della Musica”. È d’obbligo il condizionale: la magia di uno spettacolo dal vivo consiste anche nel mettere a confronto attese ed esiti; non sempre le tensioni di pubblico e artisti possono sciogliersi in applausi catartici e “Bravo!” gridati con entusiasmo. Alcune prime degli ultimi anni, difatti, hanno lasciato l’amaro in bocca: pare ieri la rovinosa caduta de La traviata, due anni fa, con la contestatissima regia di Dmitri Tcherniakov.

La poesia che s’intravede dentro Die, l’album di Iosonouncane

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(fonte immagine)

di Nicolò Porcelluzzi

Comprensione del testo

Manca ancora qualcosa alla fine di questo 2015 ma c’è un disco che, già in piena estate, si è imposto come serio candidato a Disco Italiano dell’Anno. Parlo di Die, di Iosonouncane. Non voglio parlare del panorama musicale contemporaneo, ma dell’ambizione letteraria del disco. I testi, in poche parole. Come se fossimo nel 2025 e Die fosse già canonizzato. Non uno sforzo eccessivo, per quanto mi riguarda.

Meraviglioso Modugno

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Qualche tempo fa “File urbani”, programma musicale di Radio 3 condotto da Valerio Corzani e curato da Monica Nonno, ha dedicato due puntate al “Pianeta Modugno”, riproponendo molti dei brani del “cantattore” pugliese reinterpretati nel corso della serata inaugurale del Medimex 2012 al Petruzzelli di Bari.

Sarà banale dirlo, ma ascoltando la trasmissione è stato impossibile non pensare quanto sia davvero immenso il “pianeta Modugno”, il lascito di un patrimonio di canzoni e  interpretazioni che hanno segnato una cesura netta nella storia della musica italiana. Il discorso non riguarda solo “Nel blu dipinto di blu” e quel grido liberatorio (“Volare…”) che avrebbe anticipato il boom e che velocemente sarebbe diventato il ritornello italiano più conosciuto al mondo – uno dei primi esempi di world music novecentesca… Il discorso riguarda l’intera, eclettica, complessa e poliedrica carriera di un cantante che è stato allo stesso tempo autore, attore e sovente paroliere, e ha fatto della canzone quasi un’opera teatrale in sé. Impossibile non imitarlo, disse una volta Fabrizio De Andrè.

Ci metteremo a leggere verbali

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Pubblichiamo un’intervista di Lorenzo Alunni a Tommaso Munari, curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952».

di Lorenzo Alunni

Tommaso Munari è il curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952». La sua introduzione al volume inizia con le parole di una lettera del 1945 di una segretaria della redazione torinese a una collega di quella milanese: «Qui tutto procede. Pavese si strappa i capelli e si mangia le dita. Mila è tornato con noi ed ogni tanto dice la sua. Ormai però non si fa altro che scrivere e scrivere rapporti e verbali per Roma e Milano, e leggere quelli di Roma. Ci metteremo a stampare verbali». Quella segretaria, Bianca Maria Cremonesi, era stata decisamente lungimirante: circa sessantasei anni dopo quella lettera, si sono messi effettivamente a stampare verbali. Il volume curato da Munari raccoglie la documentazione delle celebri riunioni a cui partecipavano regolarmente personaggi quali Norberto Bobbio, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Antonio Giolitti, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Massimo Mila e così via. Pubblicata in coincidenza con il centenario della nascita di Giulio Einaudi, sempre presente a quegli incontri, la raccolta ha ricevuto apprezzamenti e sollevato polemiche che confermano l’interesse problematico verso i modi in cuila Einaudi ha influito sui percorsi del dibattito culturale italiano.