Viaggio eminente nel tennis. Intervista a Matteo Codignola

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Per chi ama il tennis, Vite brevi di tennisti eminenti è un libro pressoché obbligatorio. Matteo Codignola, come la sua ironica sprezzatura lascia emergere nell’intervista, è alieno da facili nostalgie o entusiasmi iperbolici.

Non troverete l’epica del tennis anni ’70 o la celebrazione retorica di “quanto era bello il tennis di una volta”. Al contrario, l’autore, che apprezza il tennis contemporaneo, atleticamente frenetico, ci racconta le storie antecedenti all’era del professionismo.

Storie straordinarie, divertentissime eppure intrecciate ai crocevia più tragici della storia del Novecento, narrate in uno stile deliziosamente aristocratico eppure equilibrato, equidistante tral’incedere barocco dello Scriba Clerici e i funambolici calembour di Gianni Brera.

Il mio nome è Fleming. Ian Fleming

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Il 15 gennaio del 1952, alle dieci di mattina, dalle parti di Orcabessa, Giamaica, sta per nascere uno dei personaggi destinati a più grande celebrità nell’immaginario popolare contemporaneo ma nessuno può saperlo. Neppure i migliori conoscenti dell’inglese che da sei anni è venuto a vivere lì nei mesi freddi del suo inverno europeo sanno nulla di quel che sta per accadere. E probabilmente non lo sa neppure lui, mentre si aggira come un fantasma accanto alla grande scrivania della villa che si è fatto costruire, dandole un nome che richiama come un sogno o un incubo la sua passione per l’oro: Goldeneye. Fa caldo, il sole è già alto e chi passa nei dintorni potrebbe vedere soltanto una mano sottile che ondeggia dietro le finestre di una grande sala spartana. Tra l’indice e il medio della sinistra penzola un lungo bocchino nero, la cenere cade in terra, le persiane si chiudono. È una specie di penombra quel che cerca l’uomo apparentemente flemmatico e in effetti nervoso.

Droni e predatori, le nuove armi

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Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Lo Straniero.

Quali sono le conseguenze morali dell’uso dei droni? Quale trasformazione della nostra riflessione morale esige il loro utilizzo? È una questione enorme, quella sollevata di recente da Michael Walzer in un articolo apparso sul sito della rivista “Dissent” (Target Killing and Drone Warfare).

Probabilmente fino a quindici anni fa non avremmo neanche lontanamente immaginato che questo tipo di domande fuoriuscisse dalla fantascienza o dalla casistica ipotetica (benché altamente improbabile). Invece i droni sono il nostro presente, sono la nostra quotidianità. Diamo ormai per scontato il fatto che nei nuovi conflitti bellici, in particolare nell’ultima evoluzione della “guerra al terrore” contro le nuove cellule di al Qaeda e i loro “compagni di strada”, si utilizzino aerei privi di pilota ma governati a migliaia di chilometri di distanza sullo schermo di un computer.