Kronos. Witold Gombrowicz e il mistero del tempo

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C’è sempre un’ambiguità di fondo quando ci si addentra nei diari o nelle memorie intime degli scrittori: lo si può fare in punta di piedi, aggirandosi circospetti tra le confessioni in cerca di luci per interpretare meglio l’opera, oppure lo si può fare in maniera quasi morbosa, se con questa parola si intende anche la relazione con tutto il corpus di un autore, considerando ogni particolare come decisivo per la costruzione di un suo ritratto fedele. Se questi sono solamente due tra i differenti modi di leggere opere strettamente autobiografiche, e anch’essi soggetti a decise e profonde variazioni, con alcuni autori particolarmente cari al lettore quasi non esiste un vero e proprio scarto, perché tutto, ogni notizia, figura nello stesso tempo come via ermeneutica privilegiata e come un tesoro prezioso da custodire per la creazione della propria immagine personale.

Disperazione e speranza nella poesia di Agota Kristof

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La vita di Agota Kristof è segnata come quella di molti altri intellettuali, scrittori, poeti dell’Europa orientale ed esuli, sin dalla giovinezza dalla necessità della partenza e della fuga. Nata in Ungheria nel 1935, nel 1956, in seguito e a causa all’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria, fuggirà con la famiglia in Svizzera, nella città di Neuchatel, dove vivrà fino alla fine dei suoi giorni.

In un bellissimo volume edito dalla casa editrice svizzero-italiana Casagrande, dal titolo Analfabeta, Kristof ripercorre alcuni dei momenti più importanti della sua vita, dalla felice spensieratezza dell’infanzia agli anni di solitudine durante gli studi: uno dei momenti più interessanti di questa narrazione autobiografica è la parte che si concentra sulle lingue («All’inizio, non c’era che una sola lingua.

Il fiume della coscienza. Un testamento di Oliver Sacks

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Prosegue con la consueta regolarità la traduzione di Adelphi delle opere di Oliver Sacks. Questa volta ad essere pubblicata è l’opera postuma del grande scienziato americano, scomparso nel 2015, che ricade sotto il titolo fortemente evocativo di Il fiume della coscienza (tradotto da Isabella Blum) e curato da tre dei suoi allievi, Kate Edgar, Daniel Frank e Bill Hayes.

Due settimane prima della sua morte, scrivono i curatori, Sacks stabilì le linee generali di quest’ultimo libro, ma l’origine della sua creazione risale al 1991 quando, durante una discussione televisiva (visibile in parti su Youtube) Sacks si concentrò sulle questioni più importanti della scienza, come l’origine della vita, il significato dell’evoluzione o la natura della coscienza.

Simone Weil in due nuovi libri

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La matematica costituì un campo di riflessione importante per Simone Weil. La filosofa è cresciuta con il fratello André, di tre anni più grande, che fin da ragazzo dimostrò una stupefacente familiarità con la matematica, tanto che diventò uno dei grandi di questa scienza (si veda il vertiginoso Teoria dei numeri o il più personale Ricordi di un apprendistato), e tale legame fraterno rimase intatto per tutta la vita perché, seppure ovviamente dissimili per personalità e impressioni sul mondo, i due restarono uniti sino alla tragica morte della sorella.

Le relazioni tra gli uomini. Esquirol e Byung Chul-Han

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(fonte immagine)

«Il vuoto o il nulla del buddhismo zen non è dunque una semplice negazione dei fenomeni, o una forma di nichilismo o di scetticismo. Rappresenta piuttosto un’estrema affermazione dell’essere. Soltanto la delimitazione propria della sostanza, che crea tensioni oppositive, è negata. L’apertura, la gentilezza del vuoto significa anche che l’ente di volta in volta presente non solo è “nel” mondo, ma che nel suo fondo è il mondo, che nel suo strato profondo respira le altre cose o procura loro lo spazio di soggiorno. Così in una cosa abita il mondo intero». Questo scrive Byung Chul-Han in un passaggio particolarmente illuminante del suo nuovo libro tradotto in italiano da Vittorio Tamaro ed edito sempre da Nottetempo Filosofia del buddhismo zen: sembra che il fine del filosofo coreano in questa sua nuova riflessione, sia quello di mostrare, attraverso un confronto con la tradizione filosofica occidentale, le peculiarità e lo spessore del buddismo zen come chiave di lettura per la nostra contemporaneità.

La Francia di Barthes e Mitterand nel romanzo di Laurent Binet

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«La vita non è un romanzo. O almeno vorreste credere che sia così. Roland Barthes risale Rue de Bièvre. Il più grande critico letterario del XX secolo ha tutte le ragioni per essere angosciato al massimo livello. Sua madre, con cui aveva un rapporto molto proustiano, è morta. E il suo corso al Collège de France, intitolato “La preparazione del romanzo”, si è risolto in uno smacco che difficilmente può nascondersi: per tutto l’anno ha parlato ai suoi studenti di haiku giapponesi, di fotografia, di significanti e significati, di divertissements pascaliani, di camerieri del bar, di vestaglie o di posti in aula magna – di tutto, tranne che del romanzo».

La natura del denaro. Su “Pagare o non pagare” di Walter Siti

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In un piccolo quanto denso libro pubblicato dalle edizioni Dehoniane di Bologna qualche anno fa, due filosofi, Peter Sloterdijk e Thomas Macho, si interrogavano sulle radici religiose del nostro rapporto attuale con il denaro, incalzati dalle intriganti domande di Manfred Osten. Il dio visibile, questo il titolo del libro, mostrava come i soldi figurassero nella nostra contemporaneità come quanto di più vicino ad una divinità tangibile per l’uomo, tangibile perché proprio da lui costruita: le radici religiose del nostro rapporto con il denaro invece sono tali perché il suo utilizzo o il suo possesso sono legati ad un’idea di miglioramento che modifica chi lo maneggia.

“Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati”, l’esordio di Andreas Moster

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Nel film di Haneke, Il nastro bianco, c’è una scena che vede i ragazzi protagonisti camminare di spalle verso le loro case del piccolo villaggio tedesco dove è ambientata la storia. Il regista austriaco costruiva in quel film una cruda e disturbante immagine del male, che non esplode mai in maniera diretta e lampante ma che, sotto traccia e attraverso le azioni dei ragazzi, si concretizza nella vita quotidiana. Haneke, con la capacità propria dei grandi registi, non mostrava mai l’orrore, ma lo lasciava semplicemente aleggiare, ne illustrava presagi e conseguenze nel gelo del bianco e nero.

L’angelo della storia: Walter Benjamin e Hannah Arendt

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Proseguiamo questa giornata dedicata a Walter Benjamin con un pezzo di Matteo Moca: una recensione di L’angelo della storia, uscito per La Giuntina, di Benjamin – Arendt.

L’esistenza di Walter Benjamin è sempre stata segnata dalla sofferenza; nacque da una famiglia ricca ma fu costretto a guadagnarsi da vivere sempre con più difficoltà, tentò di accedere al mondo accademico (con una strepitosa dissertazione che è diventato poi il volume Il dramma barocco tedesco) ma da esso fu respinto perché non adatto (già allora si commettevano grossi errori) e infine morì suicida in maniera amaramente rocambolesca a Port Bou durante la fuga dalle persecuzioni naziste, quando il giorno dopo arrivò ai suoi compagni di viaggio il lasciapassare per continuare il viaggio. Giulio Busi su Il Sole 24 Ore lo ha definito con una formula particolarmente calzante «spiritello maligno», un uomo che nella sua vita è riuscito a «ingarbugliare anche le situazione più semplici», mosso da una «umana inadeguatezza».

Saggio sull’autobiografia. Tre conferenze di Jacques Derrida

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Dopo venti anni torna in libreria in una nuova edizione Memorie per Paul de Man. Saggio sull’autobiografia di Jacques Derrida, sempre pubblicato dalla benemerita casa editrice milanese Jaca Book, vero e proprio faro per la traduzione italiana delle opere del filosofo francese scomparso nel 2004.

Questo libro, in cui vengono raccolte tre conferenze tenute nel 1984 da Derrida sull’opera dell’amico Paul de Man e sul rapporto tra autobiografia e finzione, e un’ultima di qualche anno successiva che si concentra sulle polemiche sorte quando si apprese che de Man tenne una rubrica letteraria in un giornale belga favorevole all’occupazione nazista, riveste un’importanza particolare nell’opera di Derrida, in primo luogo per lo stretto rapporto di amicizia che intercorse tra i due filosofi.