La Francia di Barthes e Mitterand nel romanzo di Laurent Binet

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«La vita non è un romanzo. O almeno vorreste credere che sia così. Roland Barthes risale Rue de Bièvre. Il più grande critico letterario del XX secolo ha tutte le ragioni per essere angosciato al massimo livello. Sua madre, con cui aveva un rapporto molto proustiano, è morta. E il suo corso al Collège de France, intitolato “La preparazione del romanzo”, si è risolto in uno smacco che difficilmente può nascondersi: per tutto l’anno ha parlato ai suoi studenti di haiku giapponesi, di fotografia, di significanti e significati, di divertissements pascaliani, di camerieri del bar, di vestaglie o di posti in aula magna – di tutto, tranne che del romanzo».

La natura del denaro. Su “Pagare o non pagare” di Walter Siti

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In un piccolo quanto denso libro pubblicato dalle edizioni Dehoniane di Bologna qualche anno fa, due filosofi, Peter Sloterdijk e Thomas Macho, si interrogavano sulle radici religiose del nostro rapporto attuale con il denaro, incalzati dalle intriganti domande di Manfred Osten. Il dio visibile, questo il titolo del libro, mostrava come i soldi figurassero nella nostra contemporaneità come quanto di più vicino ad una divinità tangibile per l’uomo, tangibile perché proprio da lui costruita: le radici religiose del nostro rapporto con il denaro invece sono tali perché il suo utilizzo o il suo possesso sono legati ad un’idea di miglioramento che modifica chi lo maneggia.

“Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati”, l’esordio di Andreas Moster

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Nel film di Haneke, Il nastro bianco, c’è una scena che vede i ragazzi protagonisti camminare di spalle verso le loro case del piccolo villaggio tedesco dove è ambientata la storia. Il regista austriaco costruiva in quel film una cruda e disturbante immagine del male, che non esplode mai in maniera diretta e lampante ma che, sotto traccia e attraverso le azioni dei ragazzi, si concretizza nella vita quotidiana. Haneke, con la capacità propria dei grandi registi, non mostrava mai l’orrore, ma lo lasciava semplicemente aleggiare, ne illustrava presagi e conseguenze nel gelo del bianco e nero.

L’angelo della storia: Walter Benjamin e Hannah Arendt

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Proseguiamo questa giornata dedicata a Walter Benjamin con un pezzo di Matteo Moca: una recensione di L’angelo della storia, uscito per La Giuntina, di Benjamin – Arendt.

L’esistenza di Walter Benjamin è sempre stata segnata dalla sofferenza; nacque da una famiglia ricca ma fu costretto a guadagnarsi da vivere sempre con più difficoltà, tentò di accedere al mondo accademico (con una strepitosa dissertazione che è diventato poi il volume Il dramma barocco tedesco) ma da esso fu respinto perché non adatto (già allora si commettevano grossi errori) e infine morì suicida in maniera amaramente rocambolesca a Port Bou durante la fuga dalle persecuzioni naziste, quando il giorno dopo arrivò ai suoi compagni di viaggio il lasciapassare per continuare il viaggio. Giulio Busi su Il Sole 24 Ore lo ha definito con una formula particolarmente calzante «spiritello maligno», un uomo che nella sua vita è riuscito a «ingarbugliare anche le situazione più semplici», mosso da una «umana inadeguatezza».

Saggio sull’autobiografia. Tre conferenze di Jacques Derrida

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Dopo venti anni torna in libreria in una nuova edizione Memorie per Paul de Man. Saggio sull’autobiografia di Jacques Derrida, sempre pubblicato dalla benemerita casa editrice milanese Jaca Book, vero e proprio faro per la traduzione italiana delle opere del filosofo francese scomparso nel 2004.

Questo libro, in cui vengono raccolte tre conferenze tenute nel 1984 da Derrida sull’opera dell’amico Paul de Man e sul rapporto tra autobiografia e finzione, e un’ultima di qualche anno successiva che si concentra sulle polemiche sorte quando si apprese che de Man tenne una rubrica letteraria in un giornale belga favorevole all’occupazione nazista, riveste un’importanza particolare nell’opera di Derrida, in primo luogo per lo stretto rapporto di amicizia che intercorse tra i due filosofi.

Le lezioni di Jurij Lotman

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«Gente. Destini. Quotidianità», «I rapporti tra le persone e lo sviluppo delle culture», «Cultura e intellettualità», «L’uomo e l’arte» e «Puskin e il suo ambiente»: sono questi i titoli dei sei cicli di incontri tenuti da Jurij Lotman, tra i più grandi pensatori e studiosi del Novecento, tra il 1986 e il 1992, ideati per una serie televisiva dal titolo Conversazioni sulla cultura russa, che aveva il non facile compito di offrire al popolo russo un ritratto e la loro memoria, e che adesso Bompiani propone in libreria nella sempre tanto algida quanto felice collana degli Studi, con la traduzione di Valentina Parisi e la cura e l’introduzione di Silvia Burini, appassionata studiosa di Lotman che omaggia con un saggio introduttivo che restituisce i movimenti principali del suo pensiero.

Tommaso Landolfi e la parola morta

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Matteo Moca Tra parola e silenzio – Landolfi, Perec, Beckett.

Nel 1964, con un racconto contenuto nella raccolta Tre racconti, Tommaso Landolfi porta all’estremo la sua riflessione sul linguaggio, in una storia che si concluderà con un sacrificio rituale all’altare dell’impossibilità di comunicazione e del silenzio. Si tratta di La muta, racconto di chiaro impianto dostojevskiano riconoscibile nei risvolti dell’incubo che si consuma. La storia viene raccontata in un’atmosfera ambigua, in cui non è facile distinguere nettamente atrocità e sublimazione, mancato abbandono sessuale e successiva punizione, sorretta da una lucidità narrativa capace di consegnare all’ansia diffusa e alla nevrosi del protagonista l’ambiguità di cui si parlava.

Quando Tolstoj si chiedeva che fare

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Nel Vangelo secondo Luca, alla interrogazione delle folle che gli chiedevano «che cosa dobbiamo fare?», Gesù rispondeva: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». È questa la citazione in esergo che apre Che fare, dunque?, libro di Lev Tolstoj scritto tra il 1882 e l 1886,  e ora edito in Italia da Fazi con la nuova traduzione di Flavia Sigona.

Il potere secondo Simone Weil

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La casa editrice Chiarelettere, nella sua collana Biblioteca Chiarelettere, dopo la riproposizione di libri importanti quali La scuola della disobbedienza di Don Lorenzo Milani o La vita è bella di Leon Trotsky, ripubblica alcuni testi di Simone Weil sotto l’emblematico titolo Il libro del potere. La raccolta, curata e introdotta da Mauro Bonazzi, accoglie al suo interno tre testi che segnano con forza l’itinerario del pensiero della filosofa francese: Iliade o il poema della forza, Non ricominciamo la guerra di Troia e L’ispirazione occitana.

Questi tre testi, accomunati dalla ripresa di temi e vicende dell’antichità, da Omero alla Grecia classica fino all’età del Cristianesimo eretico, vivono tutti della stessa forza, quella di un radicalismo che è condizione necessaria e fondamentale per dare un senso alla propria esistenza. Esempio lampante di questo radicalismo che regola anche il vivere quotidiano, è il famoso episodio biografico che vede Weil lavorare in fabbrica, colpendo la sua già fragile salute, per capire il mondo operaio e poter scrivere un testo realmente aderente alla realtà, La condizione operaia, dove scriverà: «solo là si conosce che cos’è la fraternità umana. Ma ce n’è poca, pochissima. Quasi sempre le relazioni, anche tra compagni, riflettono la durezza che, là dentro, domina su tutto».

L’Album inedito di Roland Barthes

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All’interno delle principesche manifestazioni che lo scorso anno hanno celebrato il centenario della nascita di Roland Barthes, inclusa una superba mostra di manoscritti e lettere al museo Pompidou, l’editore Seuil ha pubblicato Album, a cura di Eric Marty: si tratta di un libro che riunisce inediti, immagini, documenti, archivi e lettere che, al di là della loro ovvia eterogeneità, costituiscono un’importante via di lettura dell’opera del semiologo francese.

Come sempre, non in ogni momento in primo piano, ma comunque sempre con arguzia tra le linee dei molti documenti qui raccolti, l’attenzione di Barthes si sofferma sulla lingua e sul linguaggio, forse il luogo dove il suo pensiero si è fatto più originale, certamente una risorsa ancora attuale: perché Roland Barthes, già da giovanissimo, aveva intuito il potere e la pericolosità del linguaggio e così, attraverso la ricerca linguistica che segnerà tutta la sua vita, tenterà di farne uno strumento di ripudio e sconfessione di quel potere che al suo interno tutto comprende.