Andreas o I riuniti, la grande opera incompiuta di Hugo Von Hofmannsthal

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Hugo Von Hofmannsthal visse 55 anni (nato nel 1874 a Vienna e lì morto nel 1929 in circostanze tragiche, colpito da un’emorragia cerebrale mentre partecipava al funerale del figlio morto suicida due giorni prima): quasi metà del suo periodo di produttività come scrittore fu occupato da un singolo progetto, quello dell’Andreas, opera a cui dedicherà i suoi sforzi dal 1907 al 1927.

I momenti di felice ispirazione furono però pochi, tanto che il prezioso frutto del suo lavoro consta di non più di cento fogli, tanti sono quelli occupati dal testo compiuto. Ma tra le sue carte figuravano anche altre quattrocento pagine piene di appunti e frammenti che non trovarono una sistemazione definitiva, in quanto il lavoro dell’autore venne interrotto dalla sua morte.

Edizioni di Comunità e Piccola biblioteca morale: vademecum per il nostro presente

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Photo by Kimberly Farmer on Unsplash

Ci sono collane che si prefiggono compiti importanti, come quello di tramandare la memoria di personaggi decisivi, spesso minoritari, della nostra epoca o di quella appena passata, con l’augurio che le loro esperienze e le loro opere siano in grado, ancora oggi, di parlare ai lettori. Nel presente panorama editoriale, ce ne sono almeno due di cui vale la pena seguire gli svolgimenti e le uscite, una delle Edizioni di Comunità, fondate da Adriano Olivetti, l’altra della casa editrice e/o. Tra le loro ultime uscite ci sono testi interessanti che si presentano come possibili bussole per muoversi nel nostro presente, nonostante siano opera di autori che, come vedremo, appartengono tutti al secolo scorso.

La ricerca della luce: “Il libro di tutti i libri” di Roberto Calasso

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(fonte immagine)

«Così, libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perché tentiamo di entrarvi come in un secondo mondo e lì ci smarriamo, ci illuminiamo e ci perfezioniamo»: questa citazione di Goethe, scelta da Roberto Calasso come esergo e titolo del suo ultimo libro, Il libro di tutti i libri appunto, riassume il modo in cui lo scrittore ed editore di Adelphi approccia i testi dell’Antico Testamento che sono il cuore di questa suo nuovo lavoro.

Alla maniera di Goethe, negli undici capitoli che compongono questo libro Calasso si fa guidare dalla Parola, misterica e complessa, fino quasi a perdere l’orientamento: ma proprio in quel preciso momento l’autore sembra trovare l’illuminazione di cui parla lo scrittore tedesco, la linfa per poter procedere fino all’illuminazione successiva in un virtuoso e continuo percorso interpretativo.

L’importanza di capire Kafka e il Processo

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Certo stupirà scoprire, per chi non è avvezzo alla storia editoriale di Kafka, che dopo la prima traduzione in italiano del 1933 del Processo, pubblicata nella collana “Biblioteca europea” dell’editore Frassinelli diretta da Franco Antonicelli, dovettero passare quarant’anni prima di vederne una seconda.

Un dato accessorio se si trattasse di un altro scrittore, ma importante se si parla di Kafka perché permette di comprendere le letture italiane dello scrittore praghese di critici e scrittori come Tommaso Landolfi o Italo Calvino, Elio Vittorini o Franco Fortini, Federico Fellini o Elio Petri. A tradurlo fu Alberto Spaini, giornalista e scrittore, che aveva già dato alle stampe negli anni precedenti traduzioni epocali, come quella delle Esperienze di Wilhelm Meister di Goethe, le Opere complete di Georg Buchner o l’Opera da tre soldi di Brecht.

Una panchina a Manhattan. La stagione dei nuovi orizzonti

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«Ho voluto ricordare una stagione che ho vissuto, a partire dagli anni Settanta, quando le mostre –  allora molto meno frequenti e con tempi lunghi di gestazione – hanno dilatato la nostra conoscenza, aperto nuovi orizzonti. Quando i cataloghi hanno scardinato le gerarchie dei manuali e portato alla ribalta nuovi protagonisti o inquadrato da angolazioni inattese i grandi artisti di sempre».

Questo ha raccontato in un’intervista a “La Repubblica” la storica dell’arte Anna Ottani Cavina parlando del suo nuovo libro, Una panchina a Manhattan. Nuove geografie dell’arte, pubblicato da Adelphi nella bella ed elegante collana Imago (nella quale era già uscito Terre senz’ombra, dove Cavina raccontava la rappresentazione del panorama italiano tra il Seicento e l’Ottocento).

Una lista di lettura: quattro saggi stimolanti su argomenti molto diversi

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Come cambiare la tua mente, Michael Pollan, Adelphi (traduzione di Isabella C. Blum)

Un libro, soprattutto su un tema complesso e scivoloso come questo, può ovviamente essere letto in più modi e molteplici sono anche le interpretazione che ne escono. Eppure, e sicuramente proprio a causa della delicatezza dell’argomento, in brevissimo le applicazione scientifiche degli psichedelici e il loro rapporto con la mente, un certo puritanesimo finisce per emergere con forza (si veda la recensione su Repubblica di Stefano Massini).

Si tratta però di letture fuori fuoco, che scambiano questo libro di Pollan, critico gastronomico, autore di deliziosi libri tra il saggio e la forma narrativa come Cotto o Il dilemma dell’onnivoro, per ciò che non è, ovvero un’istigazione all’uso di psichedelici («Per cui, non me ne voglia Pollan, ma alla sua domanda “Come cambiare la tua mente”, risponderei “con un sano bagno di realtà”.

Le perifrasi di Leo Spitzer

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Nel settembre del 1915, il giovane Leo Spitzer, viennese di una facoltosa famiglia ebraica, viene assegnato all’Ufficio centrale della censura postale dell’esercito imperalregio. Il suo compito è quello, all’interno di un clima di crescente preoccupazione per l’Impero che deve difendersi dalle numerose accuse di violazione delle convenzioni internazionali, di leggere le lettere dei prigionieri e bloccare quelle informazioni scomode che l’Austria non voleva uscissero dai campi di lavoro.

Spitzer è ovviamente sollevato dal non dover recarsi sul fronte, ma lo è ancora di più perché attraverso questa attività può esercitarsi nelle sue competenze linguistiche: per questo si attarda in ufficio dove, mentre vaglia migliaia di lettere, annota e ricopia alcuni passi delle corrispondenze, mantenendo la grafia originaria che molto spesso si distacca dalle consuete norme ortografiche.

Sulla ragione artificiale, e dintorni

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I ragionamenti e le discussioni sull’intelligenza artificiale occupano oggi un posto importante all’interno del dibattito pubblico e delle riflessioni contemporanee. Questo è certamente dovuto al fatto che l’intelligenza artificiale, dopo un periodo di affinamento e ricerca nei laboratori, ha ormai un ruolo pervasivo nella nostra società, occupando una porzione decisiva della quotidianità e investendo così le esistenze di nuove speranze e interessanti promesse.

Ovviamente a fianco di queste prospettive positive, se ne prefigurano altre di segno opposto, portate avanti da osservatori critici che sottolineano, per esempio, come questo tipo di novità metta a repentaglio posti di lavoro per gli uomini.

“Il sussurro del mondo”, il nuovo romanzo di Richard Powers

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Nel celebre Walden ovvero Vita nei boschi, Henry David Thoreau rintraccia nella natura una funzione fondamentale per l’uomo, quella di tramite per un’indagine del proprio io, una via da percorrere per giungere a una conoscenza di sé, ma non solo, anche del mondo, realmente completa ed esauriente.

Su posizioni simili, ma non completamente sovrapponibili, si situa anche la riflessione di Ralph Waldo Emerson, spesso in posizione ferocemente oppositiva rispetto alle barbarie umane nei confronti della natura, comportamento marchiato a suo dire dalla totale assenza di rispetto: ciò che secondo Emerson l’uomo non capisce è la necessità di un legame tra uomo e natura, un legame fatto di fratellanza e corrispondenza senza il quale non è possibile trovare il proprio posto nel mondo.

Di amore e magia. “Un soffio di vita” di Clarice Lispector

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Clarice Lispector, nata da una famiglia ebraica a Tchetchelink in Ucraina nel 1920, scappò con la famiglia in Romania per sfuggire ai pogrom e infine, passando dalla Germania, raggiunse il Brasile, paese nel quale trascorse tutta la sua vita e cambiò anche il suo nome da Chaya a Clarice. L’itinerario biografico della scrittrice, seppur vissuto quando era ancora una bambina molto piccola, giunse infatti in Brasile quando aveva appena due anni, delinea comunque già l’inquietudine che segnerà successivamente tutta la sua opera: questa forza disgregatrice che mina la sua identità non mancherà mai di fare sentire il suo peso, trovando testimonianza decisiva in un testo scritto che si condensa in un flusso inarrestabile di parole che ne avvicinano l’opera a quella di James Joyce e di Virginia Woolf.