A proposito di niente. Woody Allen riavvolge il nastro

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Un dispiacere che l’autobiografia di Woody Allen abbia avuto una storia complicata, rifiutato da Hachette, a rischio macero e poi ripreso fortunatamente da un nuovo editore, Arcade Publishing. Le motivazioni di questo tortuoso percorso sono complesse e abbastanza note, coinvolgono il tempestoso rapporto del regista con la famiglia Farrow, ma la cosa, leggendo questo bel racconto di una vita, perde la sua importanza. Questo circo mediatico è ancor meno interessante proprio perché l’autobiografia A proposito di niente, pubblicata con convinzione da La Nave di Teseo, in ebook e in anteprima mondiale con la traduzione di Alberto Pezzotta (il cartaceo dovrebbe invece uscire il 9 aprile), è un racconto sincero e divertente di un’esistenza fortunata e di successo e i riferimenti ai fatti giudiziari sono, fortunatamente, pochi.

Qualche consiglio di lettura

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Photo by Jonas Jacobsson on Unsplash

Sono giorni in cui la lettura può rappresentare un buon modo per passare il tempo: qui di seguito allora una breve lista di libri che potrebbero essere di ottima compagnia. Si tratta di un libro sul giardino di un maestro del cinema, un romanzo molto lungo e interessante, un saggio di fisica e due classici di un grande scrittore francese riuniti in un unico volume.

– Lo si conosce principalmente per il suo lavoro di regista, ma Derek Jarman (1942-1994) si è dedicato anche alla scrittura e la casa editrice nottetempo pubblica adesso un libro prezioso, Il giardino di Derek Jarman, uscito in Inghilterra l’anno successivo alla morte del regista e composto da brani dei suoi diari accompagnati da fotografie scattate dall’amico Howard Sooley al suo giardino.

Tra sogno e racconto: “Gli dei notturni” di Danilo Soscia

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Che il sogno sia un peculiare materiale narrativo è noto, almeno da quando Freud ha dimostrato come i meccanismi del linguaggio agiscano pure negli ingranaggi dell’inconscio. Specialisti nella narrazione dei loro sogni sono stati in molti, ma tra questi un ruolo importante spetta probabilmente allo scrittore francese Georges Perec che tra il maggio 1968 e il settembre 1972 annotò minuziosamente i suoi sogni: il risultato di questa operazione sono le pagine di La bottega oscura (tradotto e annotato per Quodlibet da Ferdinando Amigoni), dove il resoconto del sogno si sovrappone continuamente con la forma narrativa del racconto, in un serie di frammenti di autobiografia che vivono grazie ai continui rimandi ai fantasmi della vita.

Andreas o I riuniti, la grande opera incompiuta di Hugo Von Hofmannsthal

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Hugo Von Hofmannsthal visse 55 anni (nato nel 1874 a Vienna e lì morto nel 1929 in circostanze tragiche, colpito da un’emorragia cerebrale mentre partecipava al funerale del figlio morto suicida due giorni prima): quasi metà del suo periodo di produttività come scrittore fu occupato da un singolo progetto, quello dell’Andreas, opera a cui dedicherà i suoi sforzi dal 1907 al 1927.

I momenti di felice ispirazione furono però pochi, tanto che il prezioso frutto del suo lavoro consta di non più di cento fogli, tanti sono quelli occupati dal testo compiuto. Ma tra le sue carte figuravano anche altre quattrocento pagine piene di appunti e frammenti che non trovarono una sistemazione definitiva, in quanto il lavoro dell’autore venne interrotto dalla sua morte.

Edizioni di Comunità e Piccola biblioteca morale: vademecum per il nostro presente

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Photo by Kimberly Farmer on Unsplash

Ci sono collane che si prefiggono compiti importanti, come quello di tramandare la memoria di personaggi decisivi, spesso minoritari, della nostra epoca o di quella appena passata, con l’augurio che le loro esperienze e le loro opere siano in grado, ancora oggi, di parlare ai lettori. Nel presente panorama editoriale, ce ne sono almeno due di cui vale la pena seguire gli svolgimenti e le uscite, una delle Edizioni di Comunità, fondate da Adriano Olivetti, l’altra della casa editrice e/o. Tra le loro ultime uscite ci sono testi interessanti che si presentano come possibili bussole per muoversi nel nostro presente, nonostante siano opera di autori che, come vedremo, appartengono tutti al secolo scorso.

La ricerca della luce: “Il libro di tutti i libri” di Roberto Calasso

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«Così, libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perché tentiamo di entrarvi come in un secondo mondo e lì ci smarriamo, ci illuminiamo e ci perfezioniamo»: questa citazione di Goethe, scelta da Roberto Calasso come esergo e titolo del suo ultimo libro, Il libro di tutti i libri appunto, riassume il modo in cui lo scrittore ed editore di Adelphi approccia i testi dell’Antico Testamento che sono il cuore di questa suo nuovo lavoro.

Alla maniera di Goethe, negli undici capitoli che compongono questo libro Calasso si fa guidare dalla Parola, misterica e complessa, fino quasi a perdere l’orientamento: ma proprio in quel preciso momento l’autore sembra trovare l’illuminazione di cui parla lo scrittore tedesco, la linfa per poter procedere fino all’illuminazione successiva in un virtuoso e continuo percorso interpretativo.

L’importanza di capire Kafka e il Processo

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Certo stupirà scoprire, per chi non è avvezzo alla storia editoriale di Kafka, che dopo la prima traduzione in italiano del 1933 del Processo, pubblicata nella collana “Biblioteca europea” dell’editore Frassinelli diretta da Franco Antonicelli, dovettero passare quarant’anni prima di vederne una seconda.

Un dato accessorio se si trattasse di un altro scrittore, ma importante se si parla di Kafka perché permette di comprendere le letture italiane dello scrittore praghese di critici e scrittori come Tommaso Landolfi o Italo Calvino, Elio Vittorini o Franco Fortini, Federico Fellini o Elio Petri. A tradurlo fu Alberto Spaini, giornalista e scrittore, che aveva già dato alle stampe negli anni precedenti traduzioni epocali, come quella delle Esperienze di Wilhelm Meister di Goethe, le Opere complete di Georg Buchner o l’Opera da tre soldi di Brecht.

Una panchina a Manhattan. La stagione dei nuovi orizzonti

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«Ho voluto ricordare una stagione che ho vissuto, a partire dagli anni Settanta, quando le mostre –  allora molto meno frequenti e con tempi lunghi di gestazione – hanno dilatato la nostra conoscenza, aperto nuovi orizzonti. Quando i cataloghi hanno scardinato le gerarchie dei manuali e portato alla ribalta nuovi protagonisti o inquadrato da angolazioni inattese i grandi artisti di sempre».

Questo ha raccontato in un’intervista a “La Repubblica” la storica dell’arte Anna Ottani Cavina parlando del suo nuovo libro, Una panchina a Manhattan. Nuove geografie dell’arte, pubblicato da Adelphi nella bella ed elegante collana Imago (nella quale era già uscito Terre senz’ombra, dove Cavina raccontava la rappresentazione del panorama italiano tra il Seicento e l’Ottocento).

Una lista di lettura: quattro saggi stimolanti su argomenti molto diversi

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Come cambiare la tua mente, Michael Pollan, Adelphi (traduzione di Isabella C. Blum)

Un libro, soprattutto su un tema complesso e scivoloso come questo, può ovviamente essere letto in più modi e molteplici sono anche le interpretazione che ne escono. Eppure, e sicuramente proprio a causa della delicatezza dell’argomento, in brevissimo le applicazione scientifiche degli psichedelici e il loro rapporto con la mente, un certo puritanesimo finisce per emergere con forza (si veda la recensione su Repubblica di Stefano Massini).

Si tratta però di letture fuori fuoco, che scambiano questo libro di Pollan, critico gastronomico, autore di deliziosi libri tra il saggio e la forma narrativa come Cotto o Il dilemma dell’onnivoro, per ciò che non è, ovvero un’istigazione all’uso di psichedelici («Per cui, non me ne voglia Pollan, ma alla sua domanda “Come cambiare la tua mente”, risponderei “con un sano bagno di realtà”.

Le perifrasi di Leo Spitzer

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Nel settembre del 1915, il giovane Leo Spitzer, viennese di una facoltosa famiglia ebraica, viene assegnato all’Ufficio centrale della censura postale dell’esercito imperalregio. Il suo compito è quello, all’interno di un clima di crescente preoccupazione per l’Impero che deve difendersi dalle numerose accuse di violazione delle convenzioni internazionali, di leggere le lettere dei prigionieri e bloccare quelle informazioni scomode che l’Austria non voleva uscissero dai campi di lavoro.

Spitzer è ovviamente sollevato dal non dover recarsi sul fronte, ma lo è ancora di più perché attraverso questa attività può esercitarsi nelle sue competenze linguistiche: per questo si attarda in ufficio dove, mentre vaglia migliaia di lettere, annota e ricopia alcuni passi delle corrispondenze, mantenendo la grafia originaria che molto spesso si distacca dalle consuete norme ortografiche.