Simone Weil in due nuovi libri

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La matematica costituì un campo di riflessione importante per Simone Weil. La filosofa è cresciuta con il fratello André, di tre anni più grande, che fin da ragazzo dimostrò una stupefacente familiarità con la matematica, tanto che diventò uno dei grandi di questa scienza (si veda il vertiginoso Teoria dei numeri o il più personale Ricordi di un apprendistato), e tale legame fraterno rimase intatto per tutta la vita perché, seppure ovviamente dissimili per personalità e impressioni sul mondo, i due restarono uniti sino alla tragica morte della sorella.

Le relazioni tra gli uomini. Esquirol e Byung Chul-Han

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(fonte immagine)

«Il vuoto o il nulla del buddhismo zen non è dunque una semplice negazione dei fenomeni, o una forma di nichilismo o di scetticismo. Rappresenta piuttosto un’estrema affermazione dell’essere. Soltanto la delimitazione propria della sostanza, che crea tensioni oppositive, è negata. L’apertura, la gentilezza del vuoto significa anche che l’ente di volta in volta presente non solo è “nel” mondo, ma che nel suo fondo è il mondo, che nel suo strato profondo respira le altre cose o procura loro lo spazio di soggiorno. Così in una cosa abita il mondo intero». Questo scrive Byung Chul-Han in un passaggio particolarmente illuminante del suo nuovo libro tradotto in italiano da Vittorio Tamaro ed edito sempre da Nottetempo Filosofia del buddhismo zen: sembra che il fine del filosofo coreano in questa sua nuova riflessione, sia quello di mostrare, attraverso un confronto con la tradizione filosofica occidentale, le peculiarità e lo spessore del buddismo zen come chiave di lettura per la nostra contemporaneità.

La Francia di Barthes e Mitterand nel romanzo di Laurent Binet

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«La vita non è un romanzo. O almeno vorreste credere che sia così. Roland Barthes risale Rue de Bièvre. Il più grande critico letterario del XX secolo ha tutte le ragioni per essere angosciato al massimo livello. Sua madre, con cui aveva un rapporto molto proustiano, è morta. E il suo corso al Collège de France, intitolato “La preparazione del romanzo”, si è risolto in uno smacco che difficilmente può nascondersi: per tutto l’anno ha parlato ai suoi studenti di haiku giapponesi, di fotografia, di significanti e significati, di divertissements pascaliani, di camerieri del bar, di vestaglie o di posti in aula magna – di tutto, tranne che del romanzo».

La natura del denaro. Su “Pagare o non pagare” di Walter Siti

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In un piccolo quanto denso libro pubblicato dalle edizioni Dehoniane di Bologna qualche anno fa, due filosofi, Peter Sloterdijk e Thomas Macho, si interrogavano sulle radici religiose del nostro rapporto attuale con il denaro, incalzati dalle intriganti domande di Manfred Osten. Il dio visibile, questo il titolo del libro, mostrava come i soldi figurassero nella nostra contemporaneità come quanto di più vicino ad una divinità tangibile per l’uomo, tangibile perché proprio da lui costruita: le radici religiose del nostro rapporto con il denaro invece sono tali perché il suo utilizzo o il suo possesso sono legati ad un’idea di miglioramento che modifica chi lo maneggia.

“Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati”, l’esordio di Andreas Moster

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Nel film di Haneke, Il nastro bianco, c’è una scena che vede i ragazzi protagonisti camminare di spalle verso le loro case del piccolo villaggio tedesco dove è ambientata la storia. Il regista austriaco costruiva in quel film una cruda e disturbante immagine del male, che non esplode mai in maniera diretta e lampante ma che, sotto traccia e attraverso le azioni dei ragazzi, si concretizza nella vita quotidiana. Haneke, con la capacità propria dei grandi registi, non mostrava mai l’orrore, ma lo lasciava semplicemente aleggiare, ne illustrava presagi e conseguenze nel gelo del bianco e nero.

L’angelo della storia: Walter Benjamin e Hannah Arendt

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Proseguiamo questa giornata dedicata a Walter Benjamin con un pezzo di Matteo Moca: una recensione di L’angelo della storia, uscito per La Giuntina, di Benjamin – Arendt.

L’esistenza di Walter Benjamin è sempre stata segnata dalla sofferenza; nacque da una famiglia ricca ma fu costretto a guadagnarsi da vivere sempre con più difficoltà, tentò di accedere al mondo accademico (con una strepitosa dissertazione che è diventato poi il volume Il dramma barocco tedesco) ma da esso fu respinto perché non adatto (già allora si commettevano grossi errori) e infine morì suicida in maniera amaramente rocambolesca a Port Bou durante la fuga dalle persecuzioni naziste, quando il giorno dopo arrivò ai suoi compagni di viaggio il lasciapassare per continuare il viaggio. Giulio Busi su Il Sole 24 Ore lo ha definito con una formula particolarmente calzante «spiritello maligno», un uomo che nella sua vita è riuscito a «ingarbugliare anche le situazione più semplici», mosso da una «umana inadeguatezza».

Saggio sull’autobiografia. Tre conferenze di Jacques Derrida

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Dopo venti anni torna in libreria in una nuova edizione Memorie per Paul de Man. Saggio sull’autobiografia di Jacques Derrida, sempre pubblicato dalla benemerita casa editrice milanese Jaca Book, vero e proprio faro per la traduzione italiana delle opere del filosofo francese scomparso nel 2004.

Questo libro, in cui vengono raccolte tre conferenze tenute nel 1984 da Derrida sull’opera dell’amico Paul de Man e sul rapporto tra autobiografia e finzione, e un’ultima di qualche anno successiva che si concentra sulle polemiche sorte quando si apprese che de Man tenne una rubrica letteraria in un giornale belga favorevole all’occupazione nazista, riveste un’importanza particolare nell’opera di Derrida, in primo luogo per lo stretto rapporto di amicizia che intercorse tra i due filosofi.

Le lezioni di Jurij Lotman

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«Gente. Destini. Quotidianità», «I rapporti tra le persone e lo sviluppo delle culture», «Cultura e intellettualità», «L’uomo e l’arte» e «Puskin e il suo ambiente»: sono questi i titoli dei sei cicli di incontri tenuti da Jurij Lotman, tra i più grandi pensatori e studiosi del Novecento, tra il 1986 e il 1992, ideati per una serie televisiva dal titolo Conversazioni sulla cultura russa, che aveva il non facile compito di offrire al popolo russo un ritratto e la loro memoria, e che adesso Bompiani propone in libreria nella sempre tanto algida quanto felice collana degli Studi, con la traduzione di Valentina Parisi e la cura e l’introduzione di Silvia Burini, appassionata studiosa di Lotman che omaggia con un saggio introduttivo che restituisce i movimenti principali del suo pensiero.

Tommaso Landolfi e la parola morta

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Matteo Moca Tra parola e silenzio – Landolfi, Perec, Beckett.

Nel 1964, con un racconto contenuto nella raccolta Tre racconti, Tommaso Landolfi porta all’estremo la sua riflessione sul linguaggio, in una storia che si concluderà con un sacrificio rituale all’altare dell’impossibilità di comunicazione e del silenzio. Si tratta di La muta, racconto di chiaro impianto dostojevskiano riconoscibile nei risvolti dell’incubo che si consuma. La storia viene raccontata in un’atmosfera ambigua, in cui non è facile distinguere nettamente atrocità e sublimazione, mancato abbandono sessuale e successiva punizione, sorretta da una lucidità narrativa capace di consegnare all’ansia diffusa e alla nevrosi del protagonista l’ambiguità di cui si parlava.

Quando Tolstoj si chiedeva che fare

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Nel Vangelo secondo Luca, alla interrogazione delle folle che gli chiedevano «che cosa dobbiamo fare?», Gesù rispondeva: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». È questa la citazione in esergo che apre Che fare, dunque?, libro di Lev Tolstoj scritto tra il 1882 e l 1886,  e ora edito in Italia da Fazi con la nuova traduzione di Flavia Sigona.