Perché il bar San Calisto è una scuola e in quanto tale non dovrebbe chiudere mai

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Venerdì scorso alle sette di sera sono sceso a Trastevere e ho passato un’ora a Piazza San Cosimato festeggiando il Bar San Calisto. Di una festa di strada, una festa improvvisata, si trattava. Non per il mezzo secolo del bar (che compirà esattamente fra un anno) ma per la bellezza e l’assoluta straordinarietà di un luogo che non è un semplice bar e che venerdì è stato chiuso su ordine del Questore per le seguenti motivazioni: malfrequentato (da “pregiudicati”) e causa di schiamazzi notturni (in particolare per via di una festa organizzata in piazza nella notte del 3 giugno da ragazzi che secondo le forze dell’ordine frequentano il bar). Il Decreto Regio del 18 giugno 1931, n. 773 è dietro all’articolo 100 del testo unico per la pubblica sicurezza (Tulps) che autorizza il questore a «sospendere la licenza di un esercizio» nel caso in cui sia «abituale ritrovo di persone pregiudicate» e «un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume».

L’età dell’ipocrisia. All’università con Petros Markaris

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ATENE. “La ripresa? Figuriamoci. Hanno sostituito i numeri alle persone. Ma i numeri non dicono nulla della gente che soffre e della classe media che scompare. Che poi a far questo sia la sinistra è una vergogna. Ma lei, Mister Nucci, lo sa cosa stiamo vivendo? Glielo dico subito. Siamo tornati esattamente ai tempi dell’Impero Ottomano. I grandi proprietari andavano dal Sultano giurando fedeltà e obbedienza e in cambio ricevevano privilegi, quindi tornavano a casa, in Grecia, e facevano soffrire la gente. Questo fanno Tsipras e compagnia. Vanno a Bruxelles, ottengono benefici per pochi ricchi, tornano a casa con misure insostenibili che portano solo sofferenza” Petros Markaris è furioso. Mi ha accolto con la gentilezza di sempre nella sua casa di Kipseli, un quartiere popolare di Atene che ama molto, fra vie pedonali, empori e bar dove a fine giornata passa il tempo con amici, negozianti, e tutta quella folla tipicamente greca di gente dedita alla discussione e alla critica.

Romanzo cretese: “Brutti incontri al chiaro di luna”

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. (La foto è dal film Ill met by Moonlight).

Nella notte del 4 aprile del 1944, Patrick Leigh Fermor, detto Paddy, e William Stanley Moss, detto Billy, agenti dello Special Operations Executive Britannico, s’incontrarono su una piccola spiaggia della costa meridionale di Creta, per dare definitivo inizio a una delle più spettacolari e stupefacenti azioni della seconda guerra mondiale. L’obiettivo all’apparenza folle era il rapimento del generale Heinrich Kreipe, comandante della divisione Sebastopol a Creta, dunque l’uomo più importante fra i nazisti che occupavano l’isola. Leigh Fermor che sarebbe diventato uno dei principali narratori di viaggio del Novecento scrisse poco di quell’impresa, forse anche perché Billy Moss tenne un lungo e dettagliato diario di quei giorni.

Cosa succede ad Atene

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Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo.

Una delle feste nazionali più importanti in Grecia cade il 28 ottobre. È il giorno del “Grande No”. Il No con cui Ioannis Metaxas nel 1940 rispose a Mussolini e alla sua pretesa di occupare militarmente il Paese. Nel nuovo millennio greco, invece, non esiste data più importante del 12 luglio 2015. La notte in cui Tsipras ha trasformato un altro “Grande No” in un drammatico Sì. La notte in cui l’attuale Premier sconfessò il risultato del referendum di una settimana prima in cui oltre il 60 per cento dei Greci aveva rifiutato il memorandum imposto dalla Troika, firmandone uno a condizioni ben peggiori del precedente.

Le lezioni americane di Calvino, trent’anni dopo

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Negli ultimi mesi, poco prima della morte, Calvino ricominciò a riempire i libri di postille e note a margine. Lo aveva fatto da ragazzino, affiancando ai commenti disegni ironici. Poi da adolescente, con più pudore e consapevolezza. Aveva smesso, chissà perché, nel 1944. Per quarant’anni, gli innumerevoli libri delle sue biblioteche riportano a matita, rigorosamente in apertura, le pagine che il lettore onnivoro elegge come sue favorite o decisive per l’interpretazione del testo.

Nel 1984 però la mano di Calvino torna a segnare i suoi volumi, cercando rapporti fra i libri che rilegge e le opere che investiga pur di trovare la strada di cui ha bisogno. Il bisogno contingente è rappresentato dalle lezioni che dovrà tenere nell’anno accademico 85-86 a Harvard.

Roma attraverso i fulmini

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ROMA. “A Roma tutto quello che c’è di vero sta sottoterra”. La frase lapidaria arriva alla metà perfetta di un libro che sfugge a ogni definizione, esordio di un non romano alle prese con enigmi e incubi che a Roma valgono oggi come duemila anni fa. Romanzo esoterico, misterico, di formazione, per nulla di genere, Il libro dei fulmini (Atlantide, pp. 171, euro 20) racconta una città molto lontana da quella delle cronache, dei reportage, delle guide turistiche. Attraverso di essa, vuole in effetti raccontare una discesa agli inferi esistenziale e un incontro con la morte, tipico di culti arcaici apparentemente sepolti. E tuttavia, forse proprio per questo, il libro illumina certi aspetti della città eterna generalmente negletti.

La dura battaglia degli Etruschi: tra le meraviglie di Vulci

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

VULCI. Se vivessimo in un Paese normale, governato anche solo con minima lungimiranza, da queste parti, fra il monte Amiata e il Tirreno, fra l’Uccellina e il fiume Arrone, si rivivrebbero i fasti di quasi tremila anni fa. Tesori sotterranei verrebbero alla luce, frotte di visitatori arriverebbero da tutto il mondo e il vero oro su cui camminiamo ancora incoscienti brillerebbe nella massa di forze lavoro richiamate sul campo. Decine di archeologi vivrebbero da queste parti e, insieme a loro, storici dell’arte, geometri, muratori, restauratori, antropologi, studiosi e mano d’opera di ogni genere.

Sulle tracce dell’Odissea. Riscoprire Nikos Kazantzakis

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Nikos Kazantzakis è stato un genio indiscutibile. Ma è cosa poco nota. In Italia, pochissimi ne conoscono anche solo il nome. E tra quei pochissimi, la maggior parte non ha mai letto una sua opera e prevale semmai il vago ricordo dei titoli di coda di un film stratosferico interpretato da Anthony Quinn, Zorba il greco. All’estero forse qualcosa cambia. Ma il problema è che nella sua stessa terra natale, Kazantzakis è stato osteggiato e continua a esserlo da uno schieramento di forze composite, a partire dalla potentissima chiesa ortodossa, passando per la destra, fino agli stessi intellettuali, giornalisti e scrittori, rosi dal livore dell’invidia nei confronti del genio. E tuttavia i suoi lavori restano per sempre a testimonianza di questa grottesca sorte di cui la storia farà giustizia.

Alla conquista del Polo Sud

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Dal nostro archivio, un pezzo di Matteo Nucci apparso su minima&moralia il 23 dicembre 2011.

Questo articolo di Matteo Nucci è uscito sul «Messaggero» e racconta la conquista del Polo Sud (avvenuta cent’anni fa) attraverso i libri usciti in questo periodo in occasione dell’anniversario, e in particolare attraverso uno, pubblicato da Cavallo di Ferro: «Race. Alla conquista del polo sud. I diari di Roald Amundsen e Robert F. Scott» di Roland Huntford.

“Così siamo arrivati e abbiamo innalzato la nostra bandiera al Polo Sud”. Le parole che Roald Amundsen incide sul suo piccolo bloc notes sono, al solito, prive di retorica. È il 14 dicembre di cento anni fa e la celebrazione è avvenuta semmai nei gesti. Poco prima, ha chiesto ai suoi quattro compagni di impugnare contemporaneamente l’asta della bandiera norvegese, perché l’impresa appartiene a tutti. Subito poi ha voluto festeggiare con “una piccola bistecca di foca a testa”.

Se partecipare al Premio Strega significa far pubblicità alla Toyota

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“Ma come, Matteo, non lo sai che ci sono regole d’ingaggio?” mi ha domandato uno degli altri quattro finalisti di questa edizione del Premio Strega, pochi giorni fa a Salerno, durante la prima delle presentazioni previste prima della serata finale. “Certo che lo so” gli ho risposto “ma fare pubblicità alla Toyota non era fra le regole d’ingaggio”.