Argentina: il triste compleanno della libertà

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Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Buenos Aires. Il dieci dicembre scorso, mentre Plaza de Mayo zeppa di gente festante, acclamava la donna più amata e odiata di Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, la Presidenta, che aveva appena chiuso il suo discorso per i trent’anni di democrazia, il periodo democratico più lungo nella storia del Paese, mentre bandiere sventolavano e schermi rimandavano immagini delle famose madri e nonne di Plaza de Mayo, ormai icona della ribellione e della tenacia, un pensionato kirchnerista, tal Ramón, mi ha detto senza sorriso: “Questo è un Paese di contraddizioni e le contraddizioni a un certo punto esplodono. Bisognerà vedere dove porta l’esplosione”. Sono rimasto di sasso. Per quasi un mese non avevo mai sentito nulla di simile. Che a parlare fossero giovani o vecchi, lavoratori o disoccupati, di marca idealista o realista, tutti concordavano su una sorta di fine delle grandi tensioni e delle grandi speranze, come se il 2001 con il default, la crisi nera, la gente di ogni credo in strada a chiedere giustizia e soprattutto pane, avesse rappresentato l’ultimo appuntamento. Come se, dopo il decennio kirchnerista, con le conquiste sociali, il rispetto ritrovato e una specie di normalità nuovamente agguantata, fossero cadute le ultime utopie. Quale il futuro politico del Paese? Un mediocre Presidente: chi sarà sarà, ma certo mediocre, grigio, un esponente delle istituzioni, mediamente corrotto. Mai mi sarei aspettato l’idea di un’esplosione in vista, un’idea sussurrata con paura ma anche con quelle oscure speranze che sempre porta con sé la crisi, il cambiamento, l’esplosione.

Da Stoner a Augusto, la vita anonima di un genio letterario perduto e ritrovato

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Esattamente quarant’anni fa, quando fu premiato con il National Book Award per Augustus, John Williams reagì con misurata soddisfazione. I colleghi più stretti, che pure ne conoscevano bene l’understatement, raccontano di essere rimasti stupiti. Dopo tre romanzi di scarsissimo successo commerciale, benché fosse idolatrato dagli studenti di scrittura creativa e ammirato da scrittori raffinati, Williams non sembrava tradire alcun tipo di emozione: sosteneva che non avrebbe fatto alcuna differenza se il libro avrebbe raggiunto mille o centomila lettori. Chi ammirava in lui la capacità di rendere cristalline anche le storie più oscure pensò fosse il vezzo della superstizione. Augustus meritava il premio. L’ascesa al potere di Ottaviano, nonostante in moltissimi già si fossero cimentati con la celebre storia, veniva ripercorsa con il piglio del grande narratore. Mescolati con accortezza, documenti, epistolari e racconti erano a volte ispirati direttamente da Cicerone o Tito Livio, a volte invece totalmente inventati, come alcuni personaggi chiave. “Se in questo lavoro sono presenti delle verità, sono le verità della narrativa più che della Storia”. Il libro scorreva come un fiume limpido che porta con sé i detriti delle innumerevoli regioni percorse.

Napoleone a Roma

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Jacques-Louis David)

Il 24 maggio del 1814 Roma esplose in una festa senza precedenti. Dopo quattro anni, dieci mesi e quattordici giorni di forzato esilio, il Papa – Pio VII Chiaramonti – rientrava in città. Era un ritorno trionfale. Il popolo assiepato per le strade seguiva, nella generale ebbrezza, il corteo diretto verso San Pietro. Coppe di vino passavano di mano in mano, le trattorie rigurgitavano uomini e donne incapaci ormai di curarsi del più semplice decoro. La primavera, il sole, la stagione della fioritura si congiunsero con il ritorno dell’unico vero Padre della città, un Padre buono e misericordioso. Balli e canti. Gli anni di Napoleone erano finiti per sempre. La coscrizione obbligatoria, che aveva messo in fuga molti cittadini spingendoli fuori dalle Mura, dovunque fosse possibile trovare un buco per dichiararsi assenti, era un ricordo. Obblighi e doveri che l’autorità napoleonica aveva cercato di infondere negli anni precedenti scomparivano come neve nel caldo infuocato di fine maggio. E tutti i riti e le celebrazioni pubbliche e i fasti dell’Impero che si erano sostituiti alle liturgie cattoliche tornavano al Nord, da dove erano arrivati sulle ali di una coscienza illuminista che Roma non avrebbe mai completamente accettato. La festa spazzò via un lustro in un battito di palpebre. Il ricordo dell’invasore sarebbe rimasto in epocali ritratti tipicamente romani, come nel sonetto del Belli che, vent’anni dopo, ancora rideva amaro: “E ssedute, e ddemanio, e ccoscrizzione, / Ggiuramenti a li preti e a l’avocati, / Carc’in culo a le moniche e a li frati, / Case bbuttate ggiù, cchiese a ppiggione…”. La storiografia seguente non avrebbe fatto sconti, oscurando gran parte delle iniziative francesi di rendere Roma una città moderna.

Alba Dorata e la Grecia nazista

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

L’ultimo delitto – l’uccisione di un musicista hip hop trentaquattrenne noto per le sue posizioni antifasciste – ha riaperto le polemiche ma non basterà nessuna polemica a fermare l’ascesa resistibilissima della formazione nazista più potente e violenta d’Europa. Servirebbe ben altro. E innanzitutto una conoscenza precisa del fenomeno chiamato Chrisì Avgì, ossia Alba Dorata. A noi italiani questa conoscenza la offre, in un libro zeppo di informazioni, un giornalista greco da molti anni a Roma come corrispondente di quella televisione pubblica che gli improvvidi governanti conservatori hanno chiuso: Dimitri Deliolanes. Costruito come una labirintica ricerca dei segreti e degli spesso ridicoli misteri che sono dietro la nascita del partito nazista greco, Albadorata. La Grecia nazista minaccia l’Europa (Fandango, pp. 203, euro 15) spiega ogni aspetto di un intollerabile successo.

Il mio nome è Fleming. Ian Fleming

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Il 15 gennaio del 1952, alle dieci di mattina, dalle parti di Orcabessa, Giamaica, sta per nascere uno dei personaggi destinati a più grande celebrità nell’immaginario popolare contemporaneo ma nessuno può saperlo. Neppure i migliori conoscenti dell’inglese che da sei anni è venuto a vivere lì nei mesi freddi del suo inverno europeo sanno nulla di quel che sta per accadere. E probabilmente non lo sa neppure lui, mentre si aggira come un fantasma accanto alla grande scrivania della villa che si è fatto costruire, dandole un nome che richiama come un sogno o un incubo la sua passione per l’oro: Goldeneye. Fa caldo, il sole è già alto e chi passa nei dintorni potrebbe vedere soltanto una mano sottile che ondeggia dietro le finestre di una grande sala spartana. Tra l’indice e il medio della sinistra penzola un lungo bocchino nero, la cenere cade in terra, le persiane si chiudono. È una specie di penombra quel che cerca l’uomo apparentemente flemmatico e in effetti nervoso.

Grecia in vendita

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Atene. La più balzana fra le parecchie idee balzane con cui l’ormai famigerata troika sta intervenendo sui conti greci è arrivata alla fine dello scorso anno. Gli esponenti di FMI, BCE e UE, hanno suggerito di evacuare le isole abitate da meno di 150 persone per tagliare l’inutile spesa statale. Le cronache raccontano che i Ministri greci, benché ormai abituati a ogni genere di richieste (richieste che accompagnano la Grecia al suo sesto anno di recessione), sono saltati su, a tal punto sdegnati che la proposta è stata subito ritirata. Del resto, quel che raccontavano i giornali nei giorni seguenti era abbastanza chiaro. Perché svuotare isole minuscole che non hanno nulla, a parte tradizioni e abitanti legati alla terra, se non per privatizzarle e venderle? Non è quel che hanno detto a chiare lettere politici tedeschi come il liberale Schäffer e il democristiano Wanderwitz? Il primo ha suggerito di vendere isole per tornare in pareggio, il secondo ha addirittura chiesto qualche isola in cambio degli aiuti finanziari. Nel caso di isole quasi vuote di che stupirsi?

Il diario di Cheever

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero.

Il più bel libro pubblicato in Italia negli ultimi mesi ha compiuto da poco trent’anni. Si può leggere come un romanzo ma si tratta di un diario. Un lunghissimo diario che attraversa quattro decenni, dalla fine degli anni Quaranta fino a una mattina del giugno 1982, quando John Cheever, uno dei più straordinari scrittori di racconti d’America, scrisse “non ho mai conosciuto niente di simile a questa spossatezza”. Si tratta di un libro eccezionale. In realtà sapevo da tempo che Una specie di solitudine (Feltrinelli, pp. 505, euro 20) avrebbe scalato la vetta della mia classifica immaginaria.

Me ne aveva parlato chi lo ha tradotto per noi in una bellissima versione italiana piena di luce: Adelaide Cioni. È difficile che un traduttore possa convincervi a parole della bellezza di ciò su cui ha lavorato. Ma se vi dice: “dopo aver tradotto questo libro ho deciso che non tradurrò più opere di narrativa per almeno due anni”, si può tranquillamente fare un’eccezione. Senza paura di sbagliare. E infatti ci troviamo davanti a un diario che è un’opera di narrativa, un’opera che ha potenza sconvolgente.

Così Caldwell fu arrestato per un libro

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Grant Wood, American Gothic.)

Non c’è speranza nei libri di Erskine Caldwell. Non c’è pietà. Eppure lo stile di questo scrittore sottovalutato dai posteri e oscurato dall’epos scintillante di altri esponenti della cosiddetta letteratura sociale statunitense, sembra resistere al tempo come i campi bruciati dal sole in cui si specchia. Nessun moralismo, mai un giudizio, neppure il briciolo di un tentativo lirico. Ossia tutto quello che possiamo vedere, senza filtri e quasi esemplarmente, in uno dei libri più celebri: Il piccolo campo, ora di nuovo in libreria nella bella traduzione di Luca Briasco (Fazi, pp. 247, euro 17,50).

Senofonte, Anabasi: tornare ai padri, tradurli bene e riscoprirli nuovi

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

“Arrivarono a un monte di nome Teche. Quando i primi fra i greci raggiunsero la cima, e da lì videro il mare, esplosero in grida immense”. È passato quasi un anno dalla primavera del 401 a.C., quando diecimila mercenari greci hanno deciso di seguire Ciro il Giovane, principe persiano divorato dal sogno di spodestare il fratello Artaserse, e sono partiti da Sardi, nell’odierna Turchia poco lontano da Smirne, oggi Izmir. Hanno seguito Ciro in quella “spedizione verso l’interno” che è il significato letterale del greco “Anabasi”, titolo di una delle opere più note dell’antichità.

John Williams – Tra Melville e McCarthy

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

Sperduta nel Kansas, Butcher’s Crossing nel 1870 è una manciata di baracche di legno tagliata in due da una strada sterrata. Maniscalco, barbiere, emporio, hotel, saloon e bordello costituiscono l’ossatura di questo villaggio, assieme all’uomo che sembra rappresentarne il futuro: J.D. McDonald, ricco commerciante in pelli di bisonte.

È proprio di McDonald che è in cerca William Andrews, ventenne studente dell’est, quando un mattino di primavera scende dalla diligenza che lo ha accompagnato nell’ultima tappa del suo lungo viaggio da Boston. Ha in tasca una lettera del padre, una specie di raccomandazione. Ma non cerca lavoro. Non scommette sul successo nel nuovo mondo. Ha lasciato Harvard per inseguire ben altro: qualcosa che ha a che fare con se stesso e con la sfida della natura.