Kostas Vaxevanis, Hot Doc e l’evasione greca

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Immagine: Kostas Vaxevanis.)

Atene. La libertà di stampa in Grecia abita al quinto piano di un classico palazzone ateniese, di quelli costruiti sulle grandi arterie metropolitane con sogni ormai perduti di grandezza. A occhio gli spazi di questa libertà sono contenuti in un’ottantina di metri quadrati, dietro una porta su cui sta scritto Hot Doc. È la creatura a cui Kostas Vaxevanis ha dato vita otto mesi fa, da editore e direttore. Un quindicinale dal sottotitolo programmatico forte: “La verità come è. Il giornalismo come deve essere”. Tiratura che sfiora le 50.000 copie, numero uno di vendite tra le riviste, il giornale di Vaxevanis, nonostante la breve vita, è già un punto di riferimento, mentre il suo creatore è ormai indiscutibilmente il massimo esemplare di giornalismo d’inchiesta in Grecia.

Chi tifa Zeman non perde mai

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Messaggero.

“Il risultato è casuale. La prestazione no”. Nel 1998 un gruppo di amici aveva scelto questa frase per stampare la prima di una magnifica serie di magliette intitolate ZZ. Erano anni di felicità calcistica assoluta. Andavamo allo stadio a vedere un calcio stellare e a volte folle. Lontano dall’Olimpico, frequentavamo le sale dotate di maxischermo di una casa in collina sulla Nomentana dove era stato creato uno spazio intitolato “Zona Zeman”. Passavamo la settimana a considerare le possibilità di travolgenti successi e trionfi epocali. Ci emozionavamo per minuti di intensità agonistica mai vista prima. Una combinazione di numeri cominciò a creare rime con qualunque nostro desiderio. Quattrotretré, quattrotretré. Era come un mantra. Il calcio per me era rinato. Dopo anni di disinteresse e noia, undici giocatori mossi da una mano inconfondibile. Di nuovo un sogno da bambini. Una dimensione di felicità e speranza, fatta di ideali, bellezza, serietà, rigore. Vennero partite esaltanti e sconfitte da non dormirci la notte. Arrivò un divorzio che nessuno si aspettava. Eppoi dimenticammo.

Natale greco

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Immagine: AP Photo/Dimitri Messinis.)

Atene. “Hungry but chic”. Affamati ma chic. Lo slogan campeggia sulla vetrina di uno dei negozi semivuoti di Ermou, la via del Corso di Atene. Non sembra una scelta memorabile. E non solo perché il negozio continua a licenziare e non paga da luglio parecchi dipendenti. Questo, i passanti potrebbero anche ignorarlo. Il fatto è che nei dintorni c’è ben poco da essere chic. Su Ermou si aggirano innumerevoli mendicanti. Nelle strade laterali i senzatetto si stendono sotto i portici dietro barriere di cartone. La guerra, in Grecia, non si è fermata con le feste. I negozi chiudono uno dietro l’altro. Locali un tempo pieni si svuotano. Nei grandi magazzini gli inservienti sono immobili come custodi di un museo. Preferirebbero essere occupati. Sanno cosa li aspetta se i consumi non riprendono a crescere. Fuori, infatti, si soffre. Nelle scuole, i bambini malnutriti svengono. Negli ospedali mancano i farmaci. Di fronte alle mense cittadine si allungano code serpentine. Segni di vera ripresa non arrivano. E nessuno crede che il peggio sia già arrivato.

Viaggio ai confini dell’Uomo

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Questo reportage, uscito sul Venerdì, racconta cinque giorni di vela a bordo di Maserati con Giovanni Soldini e il suo equipaggio. (Immagine: Giovanni Soldini e Matteo Nucci. Foto di Tommaso Ausili/Contrasto.)

A un certo punto, al terzo giorno di navigazione fra La Spezia e Cadice, mentre Maserati con le sue vele immense passa a sud di Ibiza, Giovanni Soldini mi prende per un braccio e mi spinge sottocoperta. “Stai mangiando poco, tu. Vieni con me. Se non ti nutri bene, in barca non vai da nessuna parte”. C’è un sole caldissimo, fuori, e il cielo pulito di ottobre. “Ecco” fa mentre stappa una bottiglia di vino avvicinandomi una cuccuma in cui ha calato una carbonara fumante. Ci ha pensato lui, insieme a Michele Sighel, un fotografo trentino che ha lasciato tutto per la vela, e a cui Soldini ha rivelato i suoi segreti. Ossia: le misure, il tempo e la capacità di ascoltare la portata del fischio della pentola a pressione. Perché tutto si cucina solo nella pentola a pressione, sulle barche di Soldini. Velocità e arte da stregoni: basta conoscere il perfetto equilibrio fra acqua di mare e acqua desalinizzata, tempi di cottura dei cibi e capacità di non farsi trarre in inganno dal fischio della pentola sospesa sul fornello basculante. Niente sprechi di acqua, di sale, di pentole, di energia. Mantenimento di calorie e sapori. È in quel momento che capisco: la pentola a pressione domina sul ventre delle barche di Soldini, lui è il re di quel ventre e questo è il segreto che ne fa uno dei più straordinari navigatori dei nostri tempi.

Col PIL che cresce del 4,2% la Turchia ringrazia Allah e l’Europa

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Pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci, uscito sul «Venerdì», sulla Turchia.

A un certo punto, dopo quasi una settimana di strade turche, risalendo la costa di quella che sui libri abbiamo studiato come Asia Minore, in un paesino sul mare di nome Gelibolu, di fronte a un raki che l’uomo ha voluto assolutamente offrirci, la domanda è lapidaria: “ma che fine ha fatto lo stile italiano? che fine ha fatto l’Italia? Il bunga bunga, sì, Berlusconi, certo, l’Europa. Eppoi? Qui siamo colpiti perché non si muove più nulla da voi, neppure al nord! Eravamo abituati allo stile italiano, sia nell’aspetto che nel dinamismo. E ora? Che è successo all’Italia?” L’uomo lavora in una ditta di import-export. Si chiama Serkan Palaur. È di Istanbul ma passa le ultime vacanze nella penisola di Gallipoli, dove il padre della patria, Kemal Mustafa, più tardi detto Atatürk, si fece per la prima volta conoscere dal mondo, tra il 1914 e il 15, diventando protagonista della vittoria sul tentativo di invasione di inglesi e francesi. “Che fine ha fatto lo stile italiano?” ripetiamo insieme a lui brindando al futuro. Serkan Palaur è così felice di vedere due italiani lì, a Gelibolu, nella sua trattoria preferita, che non ammette repliche. Il raki a inizio pasto va bevuto e lo deve offrire lui. Ma troveremo noi una risposta, prima che sia finito il pranzo? Ride, si sbraccia, ordina cose incomprensibili al cameriere. Infine, quando si alza, ridendo ci passa un bigliettino da visita con i suoi numeri. “Ci vediamo a Istanbul, se avrete trovato una risposta…” poi ride “Ma anche se avrete bisogno di qualcosa”.

Oltraggio alla Catalogna (presa a calci)

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito su «La Lettura», sulla Catalogna.

“Meglio il silenzio. Mai umiliare lo sconfitto”. Era luglio, a Huelva, nel più profondo sud di Spagna, e la notizia della richiesta di aiuti da parte della Catalogna a Madrid campeggiava su tutti i giornali. Nel bar si rideva e gli uomini si davano pacche sulle spalle. Sembrava che fosse uscito il risultato di un match in cui l’eterno sconfitto ha rovesciato il risultato finale. Poi il vecchio appassionato di corride si è alzato in piedi e ha messo tutti a tacere. Aveva ragione, certo, ma per chi conosca un po’ la Spagna e decenni di polemiche segnate dallo spirito indipendentista catalano contro lo Stato centrale, non suonavano strane neppure le risa di un bar. Tutti sanno, del resto, che per anni la Comunità Autonoma di Catalogna ha ricevuto finanziamenti da Madrid, pur sbandierando una sorta di superiorità, soprattutto economica. La contraddizione esplose al termine dei ventitré anni di governo di Jordi Pujol, nazionalista e cattolico, che si avvicinò ai conservatori di Aznar, fino a sostenerli in cambio di aiuti. Era, secondo i critici più drastici, la solita “Barcellona pesetera”, legata ai pesos, guidata da una borghesia imprenditoriale tanto indipendentista quanto intelligentemente pronta a far fruttare il legame con Madrid. Mai però i toni delle richieste catalane avevano sfiorato la dimensione drammatica di questi mesi.

Quando la farfalla Scott Fitzgerald tornò a volare

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito sul Venerdì, su «L’amore dell’ultimo milionario» di Francis Scott Fitzgerald (Alet).

Sul finire del novembre 1941 Francis Scott Fitzgerald scrisse a Hemingway una famosa lettera. Era appena uscito “Per chi suona la campana” e i dissapori che avevano allontanato i due scrittori per un intero decennio si ricomposero con gli elogi di Fitzgerald. “Nessuno scrittore sulla piazza saprebbe fare meglio” scrisse. Non era vero. Lui che aveva amato e pubblicamente incensato la prosa hemingwayana definendola “infettiva”, stavolta nutriva dubbi sulla riuscita complessiva del romanzo. Altro peró era il motivo che lo spingeva a scrivere e ristabilire l’amicizia dei tempi andati: qualcosa che aveva a che fare con la tranquillità interiore.

Martha Nussbaum. Tutti i capricci della filosofia

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Pubblichiamo un’intervista di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», alla filosofa Martha Nussbaum

Una ventina di anni fa, mentre sognavo di realizzare una carriera accademica e passavo il giorno intero su brevi frasi di Platone, mi arrivò tra le mani un libro di cui si parlava fin dalla sua uscita americana. S’intitolava La fragilità del bene. Erano ottocento pagine in cui l’autrice newyorkese, Martha Nussbaum, rileggeva Platone, Aristotele, i tragici e i grandi temi etici del mondo classico. Mi entusiasmai. Io che soffrivo nell’estenuante lavoro filologico, mi trovavo finalmente di fronte a un lavoro di ampio respiro. “Così si deve fare”, dicevo al mio migliore amico, anche lui studioso e molto migliore di me, che scuoteva la testa e ripeteva “nulla di nuovo, nulla di nuovo”, sottoponendo a critica punto per punto le tesi del libro. Io ridevo e non gli davo ascolto. Del resto, di Martha Nussbaum si sparlava parecchio, come spesso capita nel mondo accademico di fronte a chi ha successo, e questa mi pareva la migliore conferma che quel mondo fosse, prima o poi, da abbandonare.

Gloria e fetore della noble art. Le mitiche sfide del pugilato in due romanzi che hanno come voce narrante un giornalista

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Pubblichiamo una recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», su «Il colosso d’argilla» di Budd Schulberg (66th and 2nd) e «Il professionista» di W.C. Heinz (Giunti).

“Un mondo di odori aspri e pungenti, un fetore selvatico e viziato in cui si mescolano sudore e pomate, magliette usate, sigari da quattro soldi e un ammasso di corpi,alcuni coperti, altri no, stipati dentro una stanza evidentemente priva di impianti di ventilazione”. Esiste ancora, questo mondo. Forse non finirà mai, il mondo delle palestre dove si costruiscono pugili, e gli odori resteranno sempre gli stessi. Tutti sanno però che nel nuovo millennio qualcosa è inesorabilmente cambiato. Lo sport è tra i più antichi. Alcuni credono di vederlo raffigurato addirittura in graffiti che affondano nell’oscurità del III millennio a.C. e certo Omero lo racconta nell’VIII a.C. e gli scultori antichi ne danno ampie testimonianze (su tutti il “pugile a riposo” della scuola di Lisippo, al Museo nazionale romano). Eppure quella che fu ribattezzata “nobile arte”, dopo il secolo d’oro del Novecento, con l’esplosione del pugilato americano, soffre di un’evidente malattia di decadenza. Fortuna che la letteratura si sia spesa sull’argomento e che ci siano libri per molti anni ignorati in Italia che finalmente arrivano in traduzione. Quel che è capitato, in questi mesi, con Il colosso d’argilla di Budd Schulberg (66th and 2nd, pp. 411, euro 20) e Il professionista di W.C. Heinz (Giunti, pp. 367, euro 12), due romanzi capaci di raccontarci splendori e miserie di un mondo unico.

Facce da Erasmus

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci  uscito su «il Venerdì di Repubblica» in occasione del venticinquesimo anniversario dell’Erasmus.

Roskilde (Danimarca). I campi erano coperti da un sottile strato di ghiaccio e si confondevano nel cielo biancastro. Tutto intorno non si vedevano edifici e io seguivo lo sciame di studenti lungo il viottolo dalla stazione del treno verso quella che sarebbe diventata l’Università di tutti i miei sogni, chiedendomi soltanto dove si trovasse. Non avevo la minima idea di cosa avrei incontrato, in quel giorno di fine gennaio di vent’anni fa, mentre lo studente danese al mio fianco ripeteva: “We’re in the middle of nowhere”. Nel mezzo del nulla, sì. Solo cielo e campi e un freddo assoluto a cui mi ero preparato meticolosamente. Il Gore Tex non era ancora diffuso e io sudavo, imbacuccato in un giaccone che i miei genitori avevano comprato dopo mille ricerche, la sciarpa di lana lavorata dalla mia ragazza, i guanti verdi, regalo benaugurante della mia professoressa di latino e greco al Liceo. La Danimarca allora ci appariva alle soglie del Polo nord. E l’Università di Roskilde affondava in una specie di mito. Perché lì, più che altrove, si scommetteva sul futuro dell’Europa.