Facce da Erasmus

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci  uscito su «il Venerdì di Repubblica» in occasione del venticinquesimo anniversario dell’Erasmus.

Roskilde (Danimarca). I campi erano coperti da un sottile strato di ghiaccio e si confondevano nel cielo biancastro. Tutto intorno non si vedevano edifici e io seguivo lo sciame di studenti lungo il viottolo dalla stazione del treno verso quella che sarebbe diventata l’Università di tutti i miei sogni, chiedendomi soltanto dove si trovasse. Non avevo la minima idea di cosa avrei incontrato, in quel giorno di fine gennaio di vent’anni fa, mentre lo studente danese al mio fianco ripeteva: “We’re in the middle of nowhere”. Nel mezzo del nulla, sì. Solo cielo e campi e un freddo assoluto a cui mi ero preparato meticolosamente. Il Gore Tex non era ancora diffuso e io sudavo, imbacuccato in un giaccone che i miei genitori avevano comprato dopo mille ricerche, la sciarpa di lana lavorata dalla mia ragazza, i guanti verdi, regalo benaugurante della mia professoressa di latino e greco al Liceo. La Danimarca allora ci appariva alle soglie del Polo nord. E l’Università di Roskilde affondava in una specie di mito. Perché lì, più che altrove, si scommetteva sul futuro dell’Europa.

Addio, Ray

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito sul «Messaggero», sulla morte di Ray Bradbury.

“Vorrei dirle una cosa adesso, una cosa che la gente non capisce. Io ricordo il parto di mia madre. Intendo quando sono nato. Ricordo quando ero nell’utero. Mi crede?” Aveva ottantotto anni, Ray Bradbury, quando lo intervistai. Ci mise un po’ prima di arrivare alla questione che riteneva più importante: la memoria prodigiosa a cui si stentava a credere. “Lo so che è rarissimo” mi disse “Ma sa, ho scoperto di essere nato a dieci mesi e non nove. Pare che questo faccia una grande differenza. Del resto, io ho memoria di molte altre cose fin dall’inizio. Per esempio ricordo di aver visto Il Gobbo di Notre Dame quando avevo tre anni. E anzi fu in quel momento che decisi di scrivere, benché poi abbia cominciato più tardi”. Di aneddoti, Bradbury ne raccontava in quantità. Era generoso. Non si risparmiava. Ripeteva “sono la totale memoria di tutto quello che ho amato” e sosteneva di aver amato moltissimo.

Grecia sul lastrico

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito su «Repubblica», sulla crisi greca nello sport.

Atene. “Dal paradiso all’inferno”. Lascia cadere le mani sul tavolo, Vassilis Sevastis, e la stanza rimbomba e carte volano giù. È un personaggio omerico, Sevastis. Sessantaduenne presidente della Federazione di Atletica (SEGAS), ex decathleta, ha mani come palanche, baffoni, una stazza micidiale. Fa paura mentre prende il fascicolo dei progetti quinquennali che aveva pubblicato a inizio 2010 e lo getta nel cestino. Mima quello che, secondo lui, avrebbero fatto al Ministero. Il cestino rotola in terra. “Tutto andato, chiaro? Lo sport non interessa a nessuno. Dopo le Olimpiadi, nulla”.

Pochi giorni fa, Sevastis ha annunciato una decisione storica: chiudere le attività. Niente corse, salti, marce, niente gare in Grecia per l’intero mese almeno. La situazione si è fatta insostenibile. Allenatori e impiegati che non prendono lo stipendio da giugno. Impianti in cui il riscaldamento è un ricordo. Spogliatoi in cui manca l’acqua calda. Soldi per pagare gare e circoli giovanili assenti. Debiti che ormai non consentono più alcuna programmazione. “Guardi qua” fa Sevastis “Ecco i conti”. Il fogliaccio trema. Tagli ce ne sono per tutte le federazioni ma nessuna soffre come l’Atletica leggera. Si passa dagli 8 milioni e 250.000 euro del 2010 ai 6 milioni e mezzo del 2012, ma soprattutto il dito chilometrico di Sevastis indica il taglio del2011. Ainizio anno vengono promessi in bilancio 7 milioni 350.000 euro che a settembre scorso diventano 5 milioni 450.000. “Quasi due milioni di euro in meno. Ma noi avevamo programmato, comprato, speso. E ora? Ora siamo in rosso per la prima volta nella nostra storia”.

Dominguín e il rosa di Picasso

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Pubblichiamo una recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», a proposito del libro «Per Pablo», scritto da Dominguìn, il torero marito di Lucia Bosè, per Pablo Picasso.

“Pablo è un uomo assai complesso, come tutto ciò che è semplice, come tutto ciò che è reale”. Si apre così un libriccino meraviglioso dedicato a Pablo Picasso fin dal titolo, Per Pablo (0 barra 0 edizioni, pp. 53, euro 6). A scrivere è un uomo che non sa scrivere e non sa cosa deve scrivere e non sa perché deve scrivere. E che finisce per scrivere pagine superbe. Forse perché l’unica cosa che sa è che l’arte a cui lui stesso si dedica “è il risultato di una difficile facilità, l’effetto di una tecnica che ci dona l’aria di essere naturali, addirittura di improvvisare”. Dunque qualcosa di molto simile all’artista a cui dedica le sue righe. Luis Miguel Dominguín ha trentasei anni nel 1960, quando Picasso gli chiede di inviare con urgenza qualcosa di scritto da pubblicare in apertura del suo album Toros y toreros. È sposato con Lucia Bosè da cinque anni e sta per diventare padre per la terza volta. È uno dei matador de toros più importanti di Spagna e certo fra i toreri è quello su cui circolano le storie più mirabolanti, relative soprattutto alle sue conquiste: Ava Gardner, Lana Turner, Rita Hayworth, Lauren Bacall, su tutte. Ma nel momento in cui scrive per Picasso c’è ben altro in ballo. Qualcosa che ha a che fare con l’amicizia, l’arte e l’immortalità.

Grecia: Pasqua senza resurrezione

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Mentre in Grecia si stanno svolgendo le elezioni, pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci uscito sul «Venerdì di Repubblica».

Atene. “Siamo qui perché il suicidio di Dimitris Christoulas, è il simbolo di una nuova resistenza. Non potevamo lasciarlo solo stanotte”. Ha quasi cinquant’anni, Spyros. Insieme a un amico è in piazza Syndagma, venti minuti prima che suoni la mezzanotte. La Pasqua ortodossa in Grecia è una festa che supera Natale e Capodanno. Si fanno i conti con quel che è stato, si fanno progetti. Le famiglie si riuniscono in casa. Si festeggia dal giovedì al lunedì e di sabato si aspetta che i fuochi artificiali riempiano il cielo mentre le campane suonano la mezzanotte, la resurrezione. Atene è deserta. Le chiese sono illuminate da migliaia di candele. I celebri cani randagi della città spadroneggiano per le vie profumate di cera e fiori d’arancio. Spyros e il suo amico meditano davanti all’albero dove Christoulas, pensionato settantasettenne si è ucciso platealmente, scrivendo parole di fuoco contro il governo “collaborazionista” che tra pochi giorni porterà il Paese alle urne: “una fine dignitosa prima di essere costretto a rovistare nella mondezza”. Non c’è nessun altro nella piazza degli indignati e delle grandi proteste.

Il giornalismo narrativo di Rodolfo Walsh

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Pubblichiamo la recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Venerdì di Repubblica», su «Operazione massacro», libro culto di Rodolfo Walsh finalmente tornato in libreria edito da La Nuova Frontiera.

Trentacinque anni fa, in questi giorni, gli amici di Rodolfo Walsh smisero di nutrire speranze. Aveva compiuto cinquant’anni a gennaio, lo scrittore, il giornalista, l’uomo in lotta per il suo Paese. Il 25 marzo era stato visto l’ultima volta eppoi era scomparso. Desaparecido. Qualcuno commentò che si era come lasciato andare dopo che la figlia Vicki era morta ventiseienne in uno scontro a fuoco con le forze del regime. Ma chi conosceva bene Walsh, non aveva questi dubbi. Gli intimissimi poi erano a conoscenza della lettera aperta che aveva scritto al Generale Videla e alla Giunta Militare. Si apriva così: “La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista”. Sua moglie Lilia conosceva anche il seguito di quelle pagine brucianti e sapeva bene a chi Walsh aveva progettato di inviarle per posta.

Intervista a Tullio De Mauro

L’intervista uscita per «il Messaggero» di Matteo Nucci a Tullio De Mauro, che lo scorso 31 marzo ha compiuto ottanta anni.

«A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un Ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani». Tullio De Mauro compie 80 anni e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi. Della ricerca è quasi inutile parlare. È evidente a moltissimi esperti di economia che stiamo già pagando, in termini di produttività, un deficit di ricerca. Ma nessun politico ne parla. Eppure all’estero, Sarkozy e Hollande si sfidano sull’istruzione; Obama per vincere punta sull’istruzione; la Merkel taglia i fondi su tutti i settori e quel che risparmia lo redistribuisce all’Istruzione. Qui invece si demanda a un Ministro come se fosse materia di un solo Ministero. Da Monti non ho sentito una parola. E, per la verità, non ne ho sentita una da nessun altro politico, con l’eccezione, davvero solo verbale, di Vendola».

Novum Mundum appellare licet

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Sul «Venerdì di Repubblica» è uscita questa recensione di Matteo Nucci all’ultimo libro di Stefan Zweig, «Amerigo», la biografia di Amerigo Vespucci, in Italia per molti anni introvabile e ora pubblicato da Elliot. 

Accadde esattamente cinquecento anni fa. Era il 22 aprile. “Una bara seguita da poca gente è portata al camposanto di una chiesa di Siviglia. Non si tratta di un funerale imponente e pomposo, non è il funerale di un ricco o di un nobile. Un funzionario qualunque del re è condotto all’ultima dimora, un certo Despuchy o Vespuche. Nella città straniera nessuno sospetta che si tratti dello stesso uomo che ha dato il nome alla quarta parte del mondo, e gli storiografi e i cronisti non dedicano una parola a questo trascurabile decesso”. Bisogna aspettare più di quattrocento anni perché qualcuno sappia restituire a quel decesso il suo ruolo, il suo posto nello svolgersi della storia e nell’intrecciarsi delle coincidenze, degli errori, delle fatalità. E certo non basta un cronista e neppure uno storiografo. Solo uno scrittore di razza, uno scrittore appassionato di biografie e con una propensione tutta sua a compiacersi di temi come destino, gloria, fallimento, dimenticanza, mediocrità. Ecco Stefan Zweig, allora, e il suo ultimo libro, in Italia per molti anni introvabile: Amerigo (Elliot).

Il terzo antispecismo.
Stato dell’arte e proposta teorica

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Qualche settimana fa l’intervista al filosofo Ferndando Savater, pubblicata da Matteo Nucci, ha innescato una discussione incredibilmente sferzante e appassionata nei commenti in calce al pezzo, che ha visto contrapporsi due schieramenti allo stesso modo agguerriti e militanti nel web, gli specisti e gli antispecisti. È seguito un secondo pezzo, pubblicato questa volta dalla redazione, evidentemente di parte e forse troppo retorico, che aveva l’intento di riportare il dibattito nel giusto binario del confronto civile e costruttivo. E tuttavia abbiamo ottenuto l’effetto contrario, anche e soprattutto perché non cambiava il punto di vista. Per questo abbiamo chiesto a Leonardo Caffo, studioso accademico di questi argomenti, di spiegarci che cos’è l’antispecismo e di ragionare in sua difesa.

Teach Me To Dance

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Questo reportage su ciò che sta accadendo negli ultimi tempi in Grecia è uscito per il «Riformista».

“Che guerra è mai questa?” ha chiesto a un tratto Panagiotis, pensionato di settantacinque anni, seduto a uno dei caffè di Emanuel Benaki, la stretta via che sale verso Exarhia, il quartiere anarchico di Atene. Era luglio. Davanti a noi, un uomo di mezza età camminava lentamente. Faceva un movimento innaturale con un lungo bastone. Vestito di tutto punto, come un intellettuale d’altri tempi, andava avanti un passo alla volta, con il bastone inforcava le cicche spente in terra e le infilava con nonchalance dentro una bustina. Si procurava tabacco e nascondeva la vergogna in un movimento che aveva cercato di rivestire di improbabile normalità. “Che guerra è mai questa?” Con Panagiotis stavo parlando di Papoutsis, l’allora Ministro dell’Ordine Pubblico, principale “indiziato” dopo le giornate di battaglia che avevano distrutto Atene. Ma osservando la dignità scalfita dell’uomo che raccoglieva scarti di tabacco, Panagiotis parlava di guerra e non di battaglia e si riferiva a ben altro rispetto al fuoco della piazza, tanto che non mi veniva da dire nulla. Pensavo a quel che raccontava mio nonno, passeggiando nella Roma dei primi anni Settanta, quando cercava di evocare in me bambino le immagini del dopoguerra: la fame, la povertà, e le cicche raccolte in terra, da lui e suo fratello, entrambi fumatori. Panagiotis continuava a guardare l’uomo con i suoi occhi quasi decolorati, ricoperti com’erano da una specie di patina acquosa. Poi gli ho chiesto: “Ma quanto durerà?” e lui ha alzato la mano nell’aria senza neppure sbuffare.