Impredevibili e sensuali: gli innocenti di Oswaldo Reynoso

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Ciambella – «Cappellino scarlatto. Capelli neri scompigliati sulla fronte. Occhi tristi da bambino. Sigaretta che pende, che pende dalla bocca. Giubbotto rosso e pantaloni neri» – ha sedici anni e se ne va in giro per Lima con un certificato, da lui stesso falsificato, secondo il quale ne ha già compiuti venti. Eppure Ciambella non mente, anzi ha ragione, perché l’adolescenza è un tempo febbrile e impaziente, senza sosta impegnato a immaginare che cosa potrà voler dire essere adulti (e dunque – si presume – interi, rotondi, compiuti).

La rotta dei profughi antichi — seconda parte

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Di seguito la seconda puntata del reportage di Matteo Nucci uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte.

CHIOS (Grecia). Accadde in una mattina di quasi tremila anni fa. Sul mare, sotto alle rocce dove aveva insegnato per anni, e che oggi hanno dato il nome alla località (Daskalopetra, ossia “roccia dell’insegnante”), Omero incontrò ragazzi che sbarcavano di ritorno dalla pesca. Si avvicinò. “Quello che abbiamo preso lo lasciamo” gli dissero “Quello che non abbiamo preso lo portiamo”. A cosa alludevano  i giovani? Erano ignari della maestria sapienziale dell’uomo a cui avevano proposto l’enigma? Omero si sedette.

Rivolto verso il mare, pensò alla penisola di Eritre davanti a sé, oltre le isole Inousses. Da lì era tornato dopo anni lontano dalla sua isola madre. Da lì arrivavano i ragazzi che gli portavano la morte. Perché quel che spetta a un sapiente incapace di risolvere un enigma è la morte. Dibattendosi per giorni sulla frase incomprensibile, Omero si lasciò morire. Il suo fallimento avrebbe appassionato i posteri, tutti concordi nel ritenere che, nonostante fosse cieco e la sua sapienza agisse attraverso gli occhi della mente, avrebbe fatto bene a non guardare lontano. Anni più tardi Eraclito “l’Oscuro” lo scrisse in maniera sorprendentemente chiara: “Gli uomini s’ingannano sulla conoscenza delle cose manifeste come Omero che pure era il più sapiente di tutti i Greci. Lo ingannarono infatti quei ragazzi che schiacciavano pidocchi quando gli dissero…”.

La rotta dei profughi antichi

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Pubblichiamo la prima di un reportage in tre puntate di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

ILDIR (Turchia). I primi a prendere il mare in fuga, secondo i miti più antichi, furono ragazzi troiani. Nessuna guerra. Nessun nemico. A spingerli su barche solide, di notte, nel silenzio del mare nero di fronte a Tenedo, furono i genitori delle famiglie più importanti in città, terrorizzati dalle richieste di Apollo. Era una storia di errori non più rimediabili quella in cui finirono per trovarsi. Il rifiuto di pagare il tributo agli dèi che avevano aiutato Troia a munirsi di mura impenetrabili fu l’origine di ogni male.

Morte nell’arena

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

La corrida è una forma di tragedia in cui si celebra, senza simbolismi, la morte del toro, a prezzo della possibile morte del torero. Fra le innumerevoli definizioni della moderna forma di tauromachia (al Settecento si deve risalire per individuare le prime manifestazioni di corrida a piedi in Spagna), la formula hemingwayana metterebbe d’accordo un po’ tutti.

Non esiste corrida senza morte. Il cosiddetto “momento della verità”, ossia il culmine dei tre atti da cui è composto il rito tauromachico, è quello in cui l’uomo deve somministrare la morte all’animale, ovvero quello in cui più che mai rischia egli stesso di essere colpito dalle corna del toro selvaggio ormai sapiente e pronto solo a uccidere.

Ma è facile dimenticare la morte. Facilissimo poi rimuoverla, in un’epoca in cui non si può più invecchiare e non si deve più morire. Un’epoca in cui poiché resta impossibile sfuggire alla fine, la morte viene nascosta, oscurata, velata.

In ricordo di Attilio Giordano, giornalista generoso

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Qualche giorno fa, il primo luglio, ci ha lasciato Attilio Giordano. Per la prima volta dal 1993, domani il venerdì di Repubblica sarà in edicola senza la sua firma, come inviato, caporedattore e infine direttore, dal 2010. Da lettori di minima&moralia spesso avete letto su queste pagine articoli e reportage usciti originariamente sul Venerdì. Se questo accade è anche per la generosità e per l’amicizia dimostrata da Giordano nei nostri confronti: diversi autori di minima&moralia hanno lavorato e sono cresciuti con lui. Anche per questo, oltre che per le sue qualità umane e professionali, lo ricordiamo con grande affetto. La foto è di Matteo Nucci.

“Ehi buliccio, vieni a pranzo?” Attila si alzava dalla poltrona spellata, raccattava la pipa e il tabacco, dava un’occhiata alla scrivania zeppa di roba e si muoveva. I quotidiani del giorno coprivano libri, appunti, prove di copertina, disegni, libri da leggere o da assegnare, libri da buttare via o da deridere. New York Times, El Pais, Die Zeit, Times, Economist.

Chincaglieria, regaletti, massime del suo lavoro di direttore del miglior settimanale italiano scritte a caratteri cubitali dalla figlia Maria. Rituali di controllo. Un movimento del collo per sciogliere la cervicale. Via. Mi faceva segno di uscire. Occhieggiava sulla soglia della grande stanza dei grafici e su quella del suo alleato, Gianni Mascolo, l’art director con cui sognava copertine e cercava immagini pulite forti vere. Mascolo ne imitava la voce un po’ nasale e un po’ compunta e lui rideva.

A Idomeni, tra i fantasmi d’Europa

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Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica: ringraziamo la testata. Foto di Matteo Nucci.

IDOMENI. La vergogna d’Europa ha sede istituzionale in un’impressionante cittadina formata da case di tela impermeabile tra i binari del treno, accanto a mura semicrollate, in un mattatoio dismesso, lungo una rete di filo spinato. Oltre 13.000 esseri umani riempiono questa cittadina, poco lontano dalla manciata di case e villette che stabilmente ne ospitano invece 120. Ma la vergogna d’Europa, prima di prendere residenza alla frontiera fra Grecia e Fyrom (Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia), si aggira per la Grecia seguendo percorsi complessi: strade statali, viottoli, binari e “sentieri di mare” come li chiamava Omero.

Dalle isole di fronte alla Turchia (Lesbo, Chios, Leros, Samos) al continente (il Pireo, Volos, Salonicco), eppoi su nell’entroterra, passando per campi, montagne, fango, sole, caldo atroce e freddo improvviso. La vergogna d’Europa cammina e si trasforma, spesso diventa una vergogna diversa, un pudore delicato e gentile, e addirittura l’orgoglio e la fierezza di chi conosce la vergogna e non vuole più vergognarsi.

Il mistero dei formidabili Bronzi di Riace

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Questa mattina riapre a Reggio Calabria il museo archeologico della Magna Grecia, che ospita i bronzi di Riace. L’articolo di seguito è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Fu un chimico romano, un sub estivo, a ritrovarli, il 16 agosto 1972. A trecento metri dalla costa di Riace, otto metri di profondità, fra Locri e Punta Stilo, Stefano Mariottini vide un braccio, ebbe paura, pensò che si trattasse di un cadavere, tornò a immergersi.

Non poteva sapere di essere il protagonista di uno dei più straordinari ritrovamenti archeologici del secolo. Né del mistero che sarebbe seguito. Chi erano quei due ragazzi di bronzo tirati fuori dalle acque cinque giorni dopo dai carabinieri sommozzatori del nucleo di Messina? Da dove provenivano? Chi li aveva creati? Eroi greci? Statue  trafugate e affondate in un naufragio? E gli scudi che imbracciavano? E le lance? Gli elmi? Molte delle domande che sarebbero sorte nei giorni e negli anni seguenti non hanno mai avuto risposta.

“I fatti nudi e crudi non esistono”. Intervista a Eugenio Scalfari

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Da oltre vent’anni Eugenio Scalfari si confronta pubblicamente con l’Io. In saggi, romanzi, articoli, ha più volte indagato la via per conoscere l’Io e sottrarsi al suo dominio. Ma poiché quella via è possibile solo nei casi in cui l’individuo riesca a liberarsi della memoria con cui presume di controllare se stesso e il mondo, è evidente che Scalfari non riuscirà mai in quello sforzo titanico di cui ha esplorato la teoria.

A novantadue anni, infatti, mentre, come dice lui, lotta contro l’anagrafe, la sua memoria è prodigiosa. Benché ripeta che “come a tutti i vecchi a me capita di ricordare benissimo fatti lontani ma non quelli più vicini”, in tre ore e mezza di chiacchiere, divagando sulla ripubblicazione del suo primo romanzo (Il labirinto, Einaudi, pp. 241, euro 19) e tutto quello che si porta appresso, Scalfari mi sconcerta con racconti dettagliatissimi, dalle memorie più lontane a quelle più vicine.

Nelle terre selvagge di Horacio Quiroga

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L’articolo che segue è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

“Dopo quindici anni di vita urbana, l’uomo ritorna alla selva. A essa lo legano indissolubilmente il suo modo di essere, di pensare, di agire. Un giorno ha lasciato la selva con la stessa drastica urgenza con cui oggi ci torna”.

Horacio Quiroga scoprì il suo dovere di uomo nel 1903, a venticinque anni, accompagnando a Misiones il celebre poeta Leopoldo Lugones. Era stato, fino allora, uno scrittore di talento e un dandy inseguito dall’ombra della tragedia, ma lontano dalla selva non aveva ancora trovato se stesso. Aveva cercato di inserirsi negli ambienti letterari con alterne fortune.

Quando Goethe in Italia scoprì la pazza gioia

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Pubblichiamo un articolo uscito sul Venerdì, ringraziando la testata.

“Sono partito da Karlsbad alle tre del mattino, all’insaputa di tutti, altrimenti non mi avrebbero lasciato andar via”. È la notte del tre settembre 1786. Johan Wolfgang Goethe è in vacanza in Boemia, lontano da Weimar dove ha passato un decennio di impegno letterario e politico. Ha festeggiato pochi giorni prima il suo trentasettesimo compleanno.

L’editore Göschen di Berlino sta pubblicando la prima edizione delle sue opere complete in otto volumi. L’intellettuale è stimato, riverito, ascoltato. E tuttavia ha già deciso. È tempo di partire. Sotto falso nome (Jean Philippe Möller), dopo aver ottenuto dal duca di Weimar di essere sollevato a tempo indeterminato dagli incarichi pubblici, Goethe s’infila in una carrozza postale con un portamantelli e una valigetta.