Supereroi contro. Batman vs Superman

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

DETROIT. “In America due giorni soltanto?” l’uomo della frontiera mi squadra. Non gli bastano l’iride e le impronte digitali. “Perché due giorni soltanto?” chiede, rigirandosi il passaporto in mano. “Un lavoro” “Che lavoro?” “Visitare il set di un film” “E che film?” “Batman contro Superman” “Mi sta prendendo in giro?” “No. Batman contro Superman” “Vada da questa parte e aspetti”.

Era un anno e mezzo fa. Le operazioni di controllo all’aeroporto di Detroit non durarono poi troppo. Forse qualcuno della dogana era un appassionato di supereroi, ben informato delle nuove strategie della DC Comics, ormai pronta a sfidare la Marvel sul suo terreno, nella lotta immane a conquistare pubblico nel cosiddetto “universo cinematografico esteso”. O forse avevano sentito parlare della grande protesta che aveva messo insieme migliaia di appassionati uniti dallo sdegno di fronte all’idea che fosse Ben Affleck il nuovo interprete di Batman.

Lawrence Durrell e il Quartetto di Alessandria

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

All’inizio, Alessandria lo deluse. Era abituato a ben altro, Lawrence Durrell. Era abituato alle isole, al Mediterraneo luminoso, alla Grecia delle taverne dove il tempo non passa mai. Qui, invece, la frenesia dei commercianti, la sporcizia delle strade, la cupezza di un mare improvvisamente diverso lo gettarono al limite della depressione.

Forse, a tratti, pensò che lentamente le cose sarebbero cambiate. Ma di sicuro non poté immaginare, almeno nell’autunno del 42, che la città di Alessandro, Apollonio Rodio, Plotino e Kavafis, sarebbe diventata la vera protagonista del suo capolavoro: quattro libri nell’insieme noti come Quartetto di Alessandria, uno dei picchi della letteratura novecentesca.

E Cuba aspetta Godot

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

L’AVANA. A un certo punto, dopo più di due settimane a cercare il volto di quella che chiamano “la nuova Cuba”, tutto mi appare improvvisamente chiaro. Sono a Miramar, il quartiere delle ambasciate, a casa della scrittrice che ovunque in Europa chiamano per capire qualcosa di quest’isola caraibica che esattamente da un anno ha ricominciato a parlare con gli Stati Uniti dopo oltre mezzo secolo di gelo.

Quel verso buttato lì, in fondo alla schiena. Greco e latino nella versione di Alvaro Rissa

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Una nuova antologia di letteratura greca e latina è in libreria. Si tratta di un libro eccezionale. Innanzitutto perché nessuno dei testi scelti era conosciuto fino a oggi. In secondo luogo perché copre interamente lo spettro dei più importanti autori greci e latini, a partire dalle origini. E infine perché sono chiamati a raccolta i più celebri traduttori che nel Novecento si sono cimentati con la sfida dei classici. Il tutto accompagnato da una prefazione e un apparato di note pienamente in linea con le più moderne metodologie didattiche.

Giorgio Colli, Nietzsche e la nascita della filosofia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono libri che finiscono per identificarsi nella loro copertina con tale potenza che sembra impossibile pensarli in un’altra veste. Sono casi rarissimi. I motivi restano spesso insondabili. Generalmente è l’assenza di immagini e un colore dominante: qualcosa che si fonde con il contenuto del libro, il suo valore, la capacità di restare. Perché è il tempo a dettare legge. E difficilmente all’inizio si potrebbero far previsioni. Esattamente quarant’anni fa, per esempio, nessuno avrebbe immaginato che La nascita della filosofia, il piccolo volumetto Adelphi, giallo, percorso da righe nere, il nome del suo autore in corsivo, fosse destinato a diventare da sé, fisicamente, una specie di talismano. Non poteva sperarlo nemmeno Giorgio Colli, che pure, mentre si rigirava il libro in mano, non dissimulò  l’orgoglio nel constatare la riuscita somiglianza con quell’altro volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi, anch’esso giallo, il nome dell’autore in corsivo: Friedrich Nietzsche, e il titolo su due righe: La nascita della tragedia.

La fatica di scrivere: Antonio Pennacchi e la seconda parte di “Canale Mussolini”

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Avere a che fare con Antonio Pennacchi è un’impresa. Certe volte, per spiegarmi la sua roboante vitalità, il perenne lamento, la costante prontezza all’ira e la straripante passione tenuta a freno dietro la divisa da operaio scrittore e dietro la classica aria scazzata e diffidente, me lo immagino come uno dei suoi eroi. Iracondo, tenero, presuntuoso, fragile, burbero per scelta.

Uno che si è immolato in difesa della sua storia. Uno che ha dedicato la vita a protezione del suo canale, ossia un concentrato simbolico potentissimo: il canale che rese possibile la bonifica dell’Agro Pontino e dunque tutte le vite che lì lavorarono, nacquero, crebbero, fondando paesi e città; il canale su cui si combatté a difesa di qualcosa che alcuni sapevano e altri no; il canale che si secca, si riempie, pulsa di vita fra filari di eucalipti, dunque il cuore di una storia che Pennacchi difende con i denti e continua a coltivare contro tutto e tutti, pur di salvare se stesso e la sua promessa di figlio di coloni. Me lo immagino così, certe volte, pur di non farmi scalfire da tutti i tentativi che fa per spingermi al litigio. Polemos è padre di tutte le cose – scriveva Eraclito.

Viaggio nel protettorato di Grecia

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

«Il compromesso che abbiamo raggiunto con la Grecia è duro per Atene. È il risultato della loro “Primavera Greca”». Così scrisse in un tweet, all’alba del 13 luglio scorso, dopo la famosa notte di trattative che portarono alla firma del memorandum, il ministro delle finanze slovacco Peter Kažimír. Gli analisti più neutrali sottolinearono che l’ironia della storia si perdeva nel sarcasmo degli epigoni. In rete le reazioni sconcertate spinsero Kažimír, socialdemocratico nato a giugno del 1968, due mesi scarsi prima che i carri armati russi stroncassero la “Primavera di Praga”, a tornare sui suoi passi. Rimosse il tweet e non se ne parlò più. Ma certo aveva ragione, Kažimír. La “Primavera greca” è finita nella notte fra il 12 e il 13 luglio. E chi non voleva crederci ha dovuto fare i conti con l’autunno che, dopo il terzo voto in un anno, ha decretato la fine di ogni illusione. «Abbiamo votato come per risolvere una faccenda interna, un po’ per metterci d’accordo e non litigare più. Ma cosa vuoi che importi fuori di qui?» Mary, artista ateniese, lo dice in uno di questi pomeriggi in cui su Atene pioggia e vento freddo hanno strappato il velo di un’estate che aveva fisicamente nascosto l’epilogo di una speranza. «Sono andata a votare, sì, ma sono passati secoli da gennaio quando pareva che ogni cosa potesse cambiare». Nella città che fino a pochi mesi fa ribolliva di discussioni politiche, zeppa di osservatori stranieri, il fervore ha cambiato radicalmente segno. «Sono rimasti gli artisti stranieri. Chiamano Atene, senza ironia, “la nuova Berlino”. Forse ricominceremo da lì, dall’arte».

La Magna Grecia in Campania, terza parte

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Matteo Nucci scritto per il Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima e qui la seconda parte.

VELIA. “Senza nascita è l’Essere e senza morte, / tutto intero, unigenito, immobile. E incompiuto / mai è stato o sarà, perché è tutto insieme adesso, / uno, continuo.” Oltre Acciaroli e Pioppi, paesi marinari amati da scrittori e poeti, la statale corre parallela al mare ma del mare si sente solo l’odore. Velia, l’antica Elea, è vicina e i versi di Parmenide, uno dei più grandi poeti filosofi dell’antichità, risuonano pieni di mistero, complessità, echi delle innumerevoli interpretazioni che i secoli hanno generato sul “filosofo dell’essere”.

La Magna Grecia in Campania, seconda parte

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Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Matteo Nucci scritto per il Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte, nei prossimi giorni pubblicheremo la terza e ultima puntata.

PAESTUM. Basta costeggiare per un breve tratto il fiume Sele, l’antico Silarus. Nascoste dai canneti, piccole imbarcazioni di pescatori di anguille aspettano l’alba in un’atmosfera sospesa. I rumori dei campeggi nelle vicinanze scompaiono. Tra i campi bruciati, ronzio incessante e lontanissimi motori. In un attimo tutto è perduto. Tutto è come lo immaginarono sei secoli prima di Cristo. Raccontavano di Giasone e dei suoi compagni. Della celebre nave che prese il nome dal costruttore figlio di Arestore, Argo, e che dopo peripezie infinite tra il Mar Nero, l’Egeo, l’Adriatico, fiumi come il Danubio e l’Eridano (il Po), finì per ancorare proprio da queste parti. I cinquanta uomini di bordo, detti Argonauti, scesero a terra, lasciarono ben nascosto il vello d’oro (il sacro ariete alato) per cui erano partiti, e si misero a costruire un santuario in onore di Era Argiva.

La Magna Grecia in Campania, prima parte

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LACCO AMENO (Ischia). Arrivarono cantando i versi di Omero. Era il 770 a.C. e avevano navigato a lungo da Eretria e Calcide, le due principali città dell’Eubea, la lunga e sottile isola a est dell’Attica, ai greci oggi nota come Evia. L’isola in cui si fermarono, il primo insediamento di quella che sarebbe stata ribattezzata Megàle Hellàs, ossia Magna Grecia, la chiamarono Pitecussa e adesso è per tutti Ischia. Il ribollire di acque, fumi e fuochi sotterranei lì per lì non li spaventò. Li spinse piuttosto a celebrare. Del resto quel che desideravano, più di ogni altra cosa, era ricreare le abitudini della madrepatria. Unirsi a sedere attorno a un tavolo, assaporando a turno da una coppa la bevanda inventata da Dioniso, il nettare che sovvertiva la memoria e apriva lo spazio dell’eros. Dell’Iliade, infatti, cantavano soprattutto i versi magnifici ambientati nella tenda del vecchio Nestore in cui Patroclo entrò trafelato a chiedere notizie di un compagno ferito: “Prima l’ancella apparecchiò loro la tavola bella, ben levigata, coi piedi di smalto, quindi sopra ci mise un cesto di bronzo, con dentro cipolla, compagna del bere, e anche miele biondo, e farina d’orzo sacro, e una coppa bellissima, che il vecchio si portò da casa, tempestata di borchie d’oro; i manici della coppa erano quattro, e intorno a ciascuno saltabeccavano due colombe d’oro, e sotto c’era un duplice sostegno. La spostavano a fatica dalla tavola gli altri, quand’era piena, ma Nestore, il vecchio, senza sforzo l’alzava”.