Atene, i giorni del referendum

oxi

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

A un certo punto, quando mancano tre giorni a un voto decisivo per la Grecia e per l’Europa, Dimitris, trentaseienne architetto di Corinto, mi spiega perché ha capito che, a dispetto di ogni sondaggio e di ogni campagna televisiva, vincerà il NO. È una storia familiare, la sua, ma che rappresenta perfettamente lo spirito greco illuminandolo con una chiarezza che in momenti complessi come questo ci appare spesso sfuggente e quasi irraggiungibile.

Una casa a Keramikos

SkylineNeoclassico

Questo racconto è apparso sul Fatto quotidiano.

La moto arrivò sferragliando da Thermopylon e al numero 12 di Granikou si fermò. Doveva essere lui, Vasilis Tsimiskis. Dietro al casco, occhietti minuscoli deformati da lenti spesse mi osservarono, io alzai la mano e lui rispose con un cenno. Poi sollevò la visiera, liberò la testa, si accese una sigaretta. Era un uomo sui cinquantacinque anni ingrigito dalla nicotina. Alto e dinoccolato, ciondolava in abiti più larghi di lui. Mi offrì la grande mano stancamente, tirò fuori un enorme mazzo di chiavi e traccheggiò prima di infilarne una nella toppa. Il sole ateniese di ottobre si spense nell’oscurità legnosa dell’androne e mentre la porta dell’ascensore si apriva lui ripeté due volte: “E allora vuoi vedere come si vende una casa in Grecia, eh?” poi soffiò una nuvola di fumo verso la luce al neon e, spingendo sul tasto del quarto piano, disse: “Oggi non si vende nessuna casa, però. Il tuo reportage durerà a lungo”.

La lunga storia della democrazia diretta in Grecia arriva fino al referendum di oggi

Referendum-Grecia-όχι-significa-NO-nai-significa-SI

Una versione più breve di questo pezzo è uscita sul Fatto quotidiano.

In questi giorni, dopo che Alexis Tsipras ha deciso di indire un referendum popolare sulla proposta di accordo ricevuta dalla troika, molti commentatori hanno giudicato il Premier greco come un Ponzio Pilato pronto a scaricare sui Greci la responsabilità del fallimento.

Al di là delle valutazioni politiche crescute di ora in ora e al di là della discussione –sempre aperta – sullo strumento referendario, un deficit di conoscenza rispetto a storia, tradizioni e ideali politici greci ha seriamente minato il dibattito. Si stenta a ricordare che quello che andrà in scena domenica prossima sarà un referendum greco, un referendum in Grecia.

La Grecia è quel posto dove si discute invece di fidarsi delle semplificazioni mediatiche

IMG-20150704-WA0003

Atene.

La guerra civile greca va in scena al caffè Esplanade di Varkiza all’una del sabato. Sono sei amici. Condividono da venticinque anni la compagnia e gli scherzi, gli aperitivi, i pranzi in riva al mare. Ma adesso che si tratta di votare e di dividersi fra i due corni del dilemma, iniziano a litigare. Si chiamano Odysseas, Giannis, Stelios, Nikos, Lucas, e del sesto non so il nome perché, dopo pochi minuti, prende tutto e se ne va. Cosa è successo? Odysseas, che tiene le fila della compagnia, ride e mi spiega: “Non siamo mica politici! Non sappiamo mediare”. E la mediazione in cosa consisteva? “Nulla. Non si sente rappresentato da quel che dice Stelios”. Cosa stesse dicendo Stelios di diverso da lui però è difficile capirlo, perché qui a Varkiza, sul mare meridionale di Atene, tra i quartieri più ricchi e più conservatori della capitale, i sei amici sceglieranno tutti lo stesso voto, un bisillabico ben ponderato: Ochi. No.

Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico?

IMG-20150702-WA0004

di Matteo Nucci Atene. Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica. Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue […]

Splendori e miserie del cinema a luci rosse italiano

lucia

Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

(fonte immagine)

Durò soltanto cinque anni l’età d’oro del cinema a luci rosse in Italia ma furono anni gloriosi. In netto ritardo rispetto al resto d’Europa, con pochissimi mezzi e la capacità tutta italica di arrangiarsi, una vera e propria industria sorse sulle ceneri del cinema di genere messo in crisi dalle tv private offrendo a quel che ne restava una possibilità di salvezza. Tra i film che durante quel lustro uscirono in sala si contano perle per gli appassionati, pezzi da collezione per gli esperti, così come esempi squallidi e tragicomici – anch’essi ormai di culto – di un disperato bisogno di rimettere debiti e salvare non la faccia ma la pelle. Un senso del pudore duro a morire ha impedito che quell’epoca trovasse i riconoscimenti necessari nella catalogazione e nella salvaguardia della sua memoria.

Il malambo dei gauchos: una storia argentina

malambo

Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

A gennaio di ogni anno, Laborde, minuscola cittadina nel sudest della provincia di Córdoba, Argentina, diventa la capitale assoluta di un agone fra gauchos, i cavallerizzi della pampa che si nutrono di coraggio, lealtà, fierezza, silenzio, solitudine e nomadismo. Lo spazio entro cui questi uomini combattono è costituito dal palco arrangiato in un grande edificio e la sfida a cui si sono preparati con costanza e sacrificio per un anno intero è racchiusa nella perfezione con cui battono i piedi al ritmo della musica sulle assi di quel palco. La danza che è lo strumento di questa sfida, il malambo, dura poco più di quattro minuti, ma si tratta di minuti eterni. Le combinazioni di movimenti e colpi che costituiscono le mudanzas, ossia le figure del ballo, richiedono una preparazione fisica e mentale mostruosa che costa sacrifici impensabili.

Alexis il greco. Intervista a Tsipras mentre la Grecia sceglie il suo futuro

0301_alexis-tsipras_1260

Pubblichiamo l’intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L’intervista – l’unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio – è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

A settant’anni da “Kaputt” di Curzio Malaparte

Malaparte_Lipari_1934

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Per Kurt Suckert, meglio conosciuto come Curzio Malaparte, quello di settant’anni fa fu un capodanno di festa. A poco più di un mese dall’uscita di Kaputt, le reazioni di stupore si reduplicavano e all’estero già si preparavano a tradurlo. Dalla casa di Capo Massullo, tuttavia, lo scrittore fingeva di riservare interesse a ben altre vicende. Il secondo capitolo dell’immane sforzo di raccontare «la peste della guerra» era già aperto (La pelle sarebbe uscito quattro anni dopo) e il bisogno di Malaparte di accreditarsi nel mondo nuovo che andava consolidandosi lo spingeva a cercare una sponda nelle fila del Partito Comunista. Fu così che, mentre il consenso letterario accoglieva una delle più straordinarie opere del Novecento, nell’Italia ancora spezzata, Kaputt apparve anche come il furbo prodotto di quell’uomo dal passato fascista che gran parte del mondo politico e intellettuale si sarebbe poi affannato a condannare. Negli anni seguenti, alle accuse contro l’abilità nel destreggiarsi fra opposti poteri si aggiunse la critica all’affidabilità dei resoconti. Tanto che si addensarono sull’opera dello scrittore ombre che si sono allungate fino ai nostri anni.

Atene: 180 anni di storia

5Athina1904

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: T’Serstevens, 1904. Panoramic view of Lysikratous square. © Yiakoumis Collection / Kallimages, Paris)

Atene. La città è un’immensa colata di bianco. Nel cielo spazzato dalla tramontana che ha finalmente portato il freddo, scintillano infinite distese di scaldabagni solari, canne fumarie coperte da cappelli eolici metallizzati, complicati grovigli di antenne, immense parabole e milioni di motori per l’aria condizionata. Dalla collina di Filopappo, Atene è uno spettacolo che dà alla testa. Le catene montuose la rinchiudono come in un enorme catino punteggiato da picchi rocciosi e scoppiante di vita convulsa verso il mare del Faliro e del Pireo. L’Imetto a est, Pendeli a nord est, Parnitha a nord e infine Egaleo a ovest: non si esce dal contenitore che gli assestamenti geologici hanno distribuito attorno alla più antica città d’Europa. Tutto quel che si poteva costruire lo si è costruito. Il blu dell’Egeo che monta sulla città in festa per il centottantesimo compleanno da capitale, delinea la colata bianca sotto cui scorre incessante un sottofondo che sembra onde di mare e invece è il traffico inesorabile. Quasi cinque milioni di persone vivono in questa area urbana. Centottant’anni fa, erano quattromila.