La Grecia è quel posto dove si discute invece di fidarsi delle semplificazioni mediatiche

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Atene.

La guerra civile greca va in scena al caffè Esplanade di Varkiza all’una del sabato. Sono sei amici. Condividono da venticinque anni la compagnia e gli scherzi, gli aperitivi, i pranzi in riva al mare. Ma adesso che si tratta di votare e di dividersi fra i due corni del dilemma, iniziano a litigare. Si chiamano Odysseas, Giannis, Stelios, Nikos, Lucas, e del sesto non so il nome perché, dopo pochi minuti, prende tutto e se ne va. Cosa è successo? Odysseas, che tiene le fila della compagnia, ride e mi spiega: “Non siamo mica politici! Non sappiamo mediare”. E la mediazione in cosa consisteva? “Nulla. Non si sente rappresentato da quel che dice Stelios”. Cosa stesse dicendo Stelios di diverso da lui però è difficile capirlo, perché qui a Varkiza, sul mare meridionale di Atene, tra i quartieri più ricchi e più conservatori della capitale, i sei amici sceglieranno tutti lo stesso voto, un bisillabico ben ponderato: Ochi. No.

Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico?

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di Matteo Nucci Atene. Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica. Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue […]

Splendori e miserie del cinema a luci rosse italiano

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

(fonte immagine)

Durò soltanto cinque anni l’età d’oro del cinema a luci rosse in Italia ma furono anni gloriosi. In netto ritardo rispetto al resto d’Europa, con pochissimi mezzi e la capacità tutta italica di arrangiarsi, una vera e propria industria sorse sulle ceneri del cinema di genere messo in crisi dalle tv private offrendo a quel che ne restava una possibilità di salvezza. Tra i film che durante quel lustro uscirono in sala si contano perle per gli appassionati, pezzi da collezione per gli esperti, così come esempi squallidi e tragicomici – anch’essi ormai di culto – di un disperato bisogno di rimettere debiti e salvare non la faccia ma la pelle. Un senso del pudore duro a morire ha impedito che quell’epoca trovasse i riconoscimenti necessari nella catalogazione e nella salvaguardia della sua memoria.

Il malambo dei gauchos: una storia argentina

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Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

A gennaio di ogni anno, Laborde, minuscola cittadina nel sudest della provincia di Córdoba, Argentina, diventa la capitale assoluta di un agone fra gauchos, i cavallerizzi della pampa che si nutrono di coraggio, lealtà, fierezza, silenzio, solitudine e nomadismo. Lo spazio entro cui questi uomini combattono è costituito dal palco arrangiato in un grande edificio e la sfida a cui si sono preparati con costanza e sacrificio per un anno intero è racchiusa nella perfezione con cui battono i piedi al ritmo della musica sulle assi di quel palco. La danza che è lo strumento di questa sfida, il malambo, dura poco più di quattro minuti, ma si tratta di minuti eterni. Le combinazioni di movimenti e colpi che costituiscono le mudanzas, ossia le figure del ballo, richiedono una preparazione fisica e mentale mostruosa che costa sacrifici impensabili.

Alexis il greco. Intervista a Tsipras mentre la Grecia sceglie il suo futuro

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Pubblichiamo l’intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L’intervista – l’unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio – è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

A settant’anni da “Kaputt” di Curzio Malaparte

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Per Kurt Suckert, meglio conosciuto come Curzio Malaparte, quello di settant’anni fa fu un capodanno di festa. A poco più di un mese dall’uscita di Kaputt, le reazioni di stupore si reduplicavano e all’estero già si preparavano a tradurlo. Dalla casa di Capo Massullo, tuttavia, lo scrittore fingeva di riservare interesse a ben altre vicende. Il secondo capitolo dell’immane sforzo di raccontare «la peste della guerra» era già aperto (La pelle sarebbe uscito quattro anni dopo) e il bisogno di Malaparte di accreditarsi nel mondo nuovo che andava consolidandosi lo spingeva a cercare una sponda nelle fila del Partito Comunista. Fu così che, mentre il consenso letterario accoglieva una delle più straordinarie opere del Novecento, nell’Italia ancora spezzata, Kaputt apparve anche come il furbo prodotto di quell’uomo dal passato fascista che gran parte del mondo politico e intellettuale si sarebbe poi affannato a condannare. Negli anni seguenti, alle accuse contro l’abilità nel destreggiarsi fra opposti poteri si aggiunse la critica all’affidabilità dei resoconti. Tanto che si addensarono sull’opera dello scrittore ombre che si sono allungate fino ai nostri anni.

Atene: 180 anni di storia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: T’Serstevens, 1904. Panoramic view of Lysikratous square. © Yiakoumis Collection / Kallimages, Paris)

Atene. La città è un’immensa colata di bianco. Nel cielo spazzato dalla tramontana che ha finalmente portato il freddo, scintillano infinite distese di scaldabagni solari, canne fumarie coperte da cappelli eolici metallizzati, complicati grovigli di antenne, immense parabole e milioni di motori per l’aria condizionata. Dalla collina di Filopappo, Atene è uno spettacolo che dà alla testa. Le catene montuose la rinchiudono come in un enorme catino punteggiato da picchi rocciosi e scoppiante di vita convulsa verso il mare del Faliro e del Pireo. L’Imetto a est, Pendeli a nord est, Parnitha a nord e infine Egaleo a ovest: non si esce dal contenitore che gli assestamenti geologici hanno distribuito attorno alla più antica città d’Europa. Tutto quel che si poteva costruire lo si è costruito. Il blu dell’Egeo che monta sulla città in festa per il centottantesimo compleanno da capitale, delinea la colata bianca sotto cui scorre incessante un sottofondo che sembra onde di mare e invece è il traffico inesorabile. Quasi cinque milioni di persone vivono in questa area urbana. Centottant’anni fa, erano quattromila.

La letteratura secondo Juan José Saer

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Juan José Saer è stato uno scrittore geniale, appassionato, talmente dedito a rincorrere la sua idea totalizzante di letteratura che oggi chiunque lo legga, sia che ne resti stregato sia che mantenga il dubbio, non può far altro che inchinarsi di fronte allo sforzo coltivato allo sfinimento. I due gioielli che La Nuova Frontiera ha portato in libreria un anno dopo l’altro lo testimoniano in maniera esemplare. Dopo Cicatrici (pp. 301, euro 17,50), torna ora in una nuova versione italiana L’indagine (pp. 159, euro 15,50). Entrambi tradotti da Gina Maneri, il primo uscì nel 1969, il secondo invece nel 1994, e costituiscono dunque due pilastri sotto cui scorre buona parte della produzione di Saer che esordì nel 64 e morì sessantottenne nel 2005 finendo di rivedere l’ultima sua opera.

Racconti Romani

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Questo testo è apparso sul sito del Fondo Alberto Moravia. Li ringraziamo per la gentile concessione e vi invitiamo a visitare il sito, da poco tornato online.

Il dolore che io provo più spesso è la nostalgia.

È un dolore sottile. Può diventare asfissiante, può indurre a una dolcezza slabbrata. Può martirizzare e avvolgere in spire insensate. E in generale è come un vortice che non finisce mai di risucchiarti. Soprattutto perché la nostalgia si prova ovunque. Nulla può confinarla fuori dalla nostra casa: è un dolore che sale dal centro del mondo che ogni cosa amplifica, ogni angolo reduplica in un gioco di specchi senza fine.

Torna Aristippo, il filosofo del piacere

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Per gli antichi greci più che la filosofia esisteva il filosofare. Un’azione, anzi una pratica, subito chiara nel significato originario del verbo: amare (philein) la sapienza, la saggezza (sophia). Il filosofo, dunque, non aveva nulla a che vedere con il tipo umano a cui siamo abituati. Come il medico, egli era dedito a una terapia, terapia non del corpo ma dell’anima. Soprattutto dopo la grandiosa riflessione filosofica tedesca dei secoli XVIII e XIX , noi identifichiamo il filosofo in un uomo immerso nella ricerca teoretica, chino sui libri, sempre alle prese con domande circa il senso dell’essere. Nell’antichità invece la pratica di chi era in cerca di saggezza possedeva un carattere immediatamente vitale, per nulla estraneo alla quotidianità. Il fine della conoscenza consisteva in qualcosa di molto semplice e comune a tutti gli esseri umani: raggiungere la felicità. Come vivere bene la nostra breve vita? Come essere felici?