Arriva qualcuno a raccontarci tutta la storia di un immenso mare, l’Atlantico

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Questo articolo è uscito su il Venerdì di Repubblica

Sfogliamo un atlante. O ancora meglio: prendiamo un mappamondo, osserviamolo, facciamolo girare. Quel che vediamo sono i continenti, le lingue di terra di cui non ci eravamo mai accorti, le catene montuose, le isole, grandi e piccole, i poli, i ghiacci con i loro contorni bianchi, grigiastri, immacolati e misteriosi. Il resto è mare. Mare immenso che è come un buco attorno alla vita. Il mappamondo, in genere, lo dipinge di azzurro. Sfumature ridotte al minimo. Ombre bianche attorno alle terre e nient’altro. Un azzurro nulla senza vita. D’altronde, cosa importa? Tutta quell’acqua è ciò che divide i continenti, ciò che impedisce le comunicazioni. Un ostacolo, insomma. Non dobbiamo saperne poi troppo. Sappiamo i nomi degli oceani, certo, e di alcuni mari, ma sono nomi che contengono il vuoto nulla di quell’azzurro indistinto. Finché non arriva qualcuno a raccontarci tutta la storia di un immenso mare, la storia dell’oceano per eccellenza, l’Atlantico.

Il genio di Roberto Arlt

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Vi segnaliamo che in questi giorni è in corso in molte librerie l’iniziativa Arlt Attack!, promossa da Del Vecchio Editore e Edizioni Sur. (Fonte immagine)

Dormiva spesso vestito, così era pronto a scendere in strada quando lo catturavano improvvise visioni notturne. Scriveva come viveva e viveva come scriveva e soprattutto scriveva quel che viveva. Perché – disse – il dolore non s’inventa. Il dolore deve provarlo anche il lettore. Dunque, si deve scriverlo così com’è, senza letteratura. Senza parlare di letteratura. Si deve scriverlo con rabbia e istinto. Per colpire con la violenza di un gancio alla mandibola. Cercando la verità a tutti i costi. È per questo che nessuno è felice, quando legge. Perché ci si aspetta sempre di trovare la verità, ma la verità è relativa, è una verità così piccola, così piccola…

Il grand tour di Sicilia, terza parte

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Pubblichiamo l’ultima parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica. Qui le puntate precedenti.

Siracusa. Era l’autunno del 415 a.C. quando, a migliaia, gli ateniesi sbarcarono qui. Potevano vedere alte in cielo le colonne del tempio di Zeus Olimpio e forse si sentirono come a casa. Mesi prima, partendo dal Pireo in una mattina di primavera, l’immensità della spedizione sembrava aprire scenari di trionfo. La guerra con Sparta era ferma, ma il bellissimo Alcibiade aveva convinto tutti con l’abilità della sua oratoria che, conquistando Siracusa, sconfiggere definitivamente Sparta sarebbe stato inevitabile. Adesso, però, Alcibiade era lontano, i comandanti greci non avevano le idee chiare e i siracusani si riorganizzavano. La guerra durò due anni e si concluse con una disfatta senza precedenti: i pochi superstiti ateniesi furono chiusi nelle cave di marmo a morire di stenti.

Il grand tour di Sicilia, seconda parte

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Pubblichiamo la seconda parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica in tre puntate dQui la prima parte.
Mazara Del Vallo. Nella notte fra il 4 e il 5 marzo 1998, gli otto uomini dell’equipaggio di un peschereccio dal nome indimenticabile – Capitan Ciccio – non dormono. Passano le ore contemplando l’uomo che  hanno salvato dai mari. Lo hanno cercato per un anno intero, dopo averne individuato casualmente la posizione tra Pantelleria e Capo Bon, Tunisia. Adesso giace sul ponte, ha gli occhi che cercano ancora la luce dopo oltre due millenni di buio. “Sembrava come uno che si era aggrappato per essere salvato”. Le parole del Capitano Francesco Adragna sono la spiegazione migliore del miracolo. Nessuno – nessuno studioso, nessun artista, nessun esperto – ha trovato mai espressione migliore per raccontare quel che non si può raccontare. Ossia che il ragazzo di bronzo, forse opera di uno dei più grandi artisti dell’antichità greca – Prassitele (Atene, IV a.C.) –, è ancora vivo.

Il grand tour di Sicilia, prima parte

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Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica. Nelle prossime settimane pubblicheremo la seconda e la terza parte.
Secondo il mito, tutto ha inizio a Creta, nel labirinto che Minosse, re di Cnosso, ha fatto costruire per il Minotauro generato da sua moglie. L’artigiano inventore chiamato a corte per l’occasione è un ateniese dal nome che diventerà per noi significativo della sua più famosa creazione. Si chiama Dedalo, infatti, come dedalico è l’intrico di vie da cui è impossibile uscire a meno che non si abbia in mano un filo come fanno Arianna e Teseo su suo segretissimo suggerimento. Ma Minosse non si lascia ingannare. E per punire l’aiuto prestato a chi è venuto a uccidere il Minotauro, decide di riservare a Dedalo la prigionia più spietata, rinchiudendolo assieme al figlio nel labirinto che lui stesso ha inventato. Dedalo però è un uomo dalle mille risorse. E la risorsa è il poros in greco antico, ossia il passaggio. Per vedere l’unico passaggio che dà accesso alla libertà basta cambiare prospettiva e guardare in alto, in cielo. Dedalo forgia ali di cera con cui lui e Icaro possano volare via fuggendo dal labirinto e da Creta.

Patrick Fermor, lo scrittore d’avventura

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

Nel settembre del 2007, mentre la Grecia finiva di spegnere gli immensi incendi che si erano propagati ovunque a fine agosto, il venerdì mi inviò a raccontare la più immane tragedia, quella che si era abbattuta sul Peloponneso. Dovunque andassi, guidando in un paesaggio spettrale, dove ci si abituava a riconoscere le infinite sfumature del nero, i vecchi ripetevano una parola, “maledizione”, e poiché mi sembrava che ci fosse dietro tutta la storia del Peloponneso, fin dai miti fondativi della maledizione che colpì Pelope e i suoi figli, pensai che se c’era una persona in grado di rispondermi l’avrei trovata in un non greco più greco dei greci che viveva a Kardamili, dove si apre il dito centrale della penisola, il Mani.

Uomini tori e minotauri nell’età della crisi

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Siviglia. Poiché da queste parti la “corrida a piedi” nacque a inizio Settecento, si sente dire spesso che in nessuna città come a Siviglia sia possibile testare la salute della corrida. Quest’anno, durante la Feria de Abril, la cattiva gestione della celebre Maestranza ha mostrato terribili crepe che hanno fatto parlare di inesorabile decadenza. “Nulla è per sempre, bisogna ricordarselo” ripetevano i vecchi appassionati, inviperiti contro gli impresari dell’arena, colpevoli di meschinità che hanno tenuto fuori dal cartellone i migliori toreri e i migliori tori. Eppure la Maestranza di Siviglia non è la Scala della corrida. La Scala è Las Ventas, a Madrid. E lì, in quella che Hemingway ribattezzò la “capitale del mondo”, pochi giorni fa si è chiusa la feria di San Isidro, un mese di corride quotidiane, la feria torera più lunga del mondo, salutata dal re dimissionario Juan Carlos e da migliaia e migliaia di aficionados, come sono detti qui gli appassionati di tori.

Platone nonostante Platone

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Questo pezzo è uscito sulla rivista Il Caffè Illustrato.

di Giovanni Greco

Le lacrime degli eroi di Matteo Nucci (Einaudi 2013) è, all’apparenza, un libro molto diverso dai precedenti dello stesso autore. Ricordiamo almeno Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie 2009, finalista Premio Strega 2010) e Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie 2011). Dico all’apparenza, perché in realtà un filo o forse più fili li tengono insieme e non si deve dimenticare che del 2009 è anche l’edizione einaudiana del Simposio di Platone che in maniera più evidente, anche se con un taglio completamente diverso, parrebbe l’antefatto de Le lacrime degli eroi.

La Buenos Aires di Borges e Arlt

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Buenos Aires. “Scrittori che hanno una fama superiore ai propri meriti? Borges, certo, benché ancora non possegga una sua opera”. “Arlt? Un comunista, un mezzo delinquente straordinariamente incolto”. Si detestavano e non poteva essere altrimenti. I pochi mesi di distanza alla nascita li avevano scaricati in due mondi opposti. Jorge Luis Borges, agosto 1899, era erudizione, biblioteca, labirinto. Roberto Arlt, aprile 1900, era criminalità, strada, follia. Il borghese conservatore e il proletario ribelle, l’esteta e il combattente, il minotauro e il ruffiano, il conoscitore di letteratura raffinata e il lettore onnivoro di traduzioni indegne. Non potevano essere più diversi. Non potevano detestarsi di più. E come sempre succede fra giganti tanto lontani, non potevano che rispettarsi e segretamente amarsi.

L’altra Troia di Darete Frigio

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Tutto ebbe inizio ben prima che Paride, con il favore di Afrodite, seducesse Elena, e Menelao, tradito e offeso, chiamasse a raccolta gli altri comandanti dell’Ellade perché seguissero lui e suo fratello Agamennone contro Troia. Si deve risalire agli Argonauti, a Giasone e Eracle, a una loro sosta in Frigia, sulla rotta verso la Colchide alla conquista del vello d’oro, e a Laomedonte, allora re di Troia, che li scacció malamente dalle proprie terre. È la versione di un sacerdote troiano nominato di sfuggita da Omero, tal Darete Frigio, che prese parte alla decennale guerra e poté raccontarne le verità meno gloriose. Un testimone eccezionale e molto prosaico di vicende che la poesia avrebbe reso immortali.