Chiedetelo al mio amico Pana se in Grecia la crisi è finita

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto l’epigrafe sulla tomba di Nikos Kazantzakis con la celebre frase tratta dal suo ‘Zorba il greco”: “Non temo niente, non spero niente, sono libero”.)

Atene. Per misurare con una certa obiettività la rinascita greca dopo sei anni di recessione, ciascuno di noi – stranieri, estranei, non greci, barbari –  ha in mano parecchi strumenti. Il più veloce richiede un’ora scarsa: andata e ritorno in giornata. Basta prendere la metropolitana all’aeroporto, scendere a Monastiraki, incamminarsi per qualche centinaio di metri su Athinas, voltare a destra quando si aprono le immense porte del mercato centrale. Andate lì a fine mattina, quando i banchi cominciano a chiudere. Conquistate un angolo dove sedervi e contemplate. Lo spettacolo della varietà di uomini e donne che puntano sugli scarti alimentari va seguito, appunto, per un’oretta e la dice lunga e bene – più di qualsiasi cifra statistica.

Juan Carlos Onetti e la sapienza del vuoto

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“Lascia perdere il whisky, mettiti a lavorare”. La moglie di Juan Carlos Onetti fu perentoria. Era una giornata caldissima. Lui si aggirava in pigiama e accappatoio con il bicchiere in mano e sembrava non volesse ascoltarla. Carlos Fuentes, che avrebbe poi raccontato l’episodio, lo guardò senza dire una parola e Onetti gli fece cenno di uscire. Percorsero due strade di Montevideo, giusto un isolato e mezzo – due scrittori gomito a gomito, l’uruguagio ancora in pigiama e accappatoio e il whisky in mano, il messicano stordito di ammirazione – e arrivarono al palazzo dove abitava l’amante di Onetti. Salirono su. Fuentes taceva. L’altro si era messo a raccontare i mestieri attraverso cui era passato prima di cominciare a scrivere: aveva fatto il custode, il cameriere e il bigliettaio per eventi sportivi. Poi aveva preso a vendere Picasso falsi. Disse che si divertiva perché alcuni credevano fosse irlandese e si chiamasse O’Netty. Ma non riuscì a continuare con gli episodi del passato. Irruppe l’amante: “Lascia perdere il whisky, mettiti a lavorare” gli disse. Lui si alzò e spinse Fuentes a uscire di nuovo. Tornarono a casa. Un isolato e mezzo di distanza.

Intervista a Manolis Glezos

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Atene. Ha passato dodici anni in carcere e quattro in esilio. È stato condannato a morte tre volte. Ha subito ventotto condanne politiche. Numeri non se ne possono dare sulle sedute di tortura a partire dalla notte fra il 30 e il 31 maggio del 1941 quando diciannovenne si inerpicò sulle pendici dell’Acropoli assieme al suo compagno Apostolos Santos, eluse il controllo delle guardie naziste e strappò la bandiera uncinata dal Partenone sostituendola con la bandiera greca. Perseguitato dai nazisti, dai fascisti italiani, dai fascisti greci e dal regime dei colonnelli, autore di innumerevoli azioni, proteste e progetti politici, Manolis Glezos è un eroe nazionale quasi novantaduenne che rifiuta qualsiasi retorica e continua a seguire la legge che si diede da ragazzo assieme ai compagni davanti al pericolo estremo: “Se io muoio e tu mi sopravvivi, non dimenticarmi e coltiva i miei sogni”.

Felisberto Hernandez, lo scrittore amato da Borges e Calvino

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Quale magia si nasconde nei racconti di Felisberto Hernandez, uruguagio di Montevideo (1902-1964), amato da Borges e Calvino, Cortázar e Onetti, indefinibile, sfuggente, folle e strampalato, geniale e ossessivo artista della parola? Ogni volta che iniziamo a leggere una sua storia ci sembra di affondare in un gorgo buio che ci risucchia. E tuttavia le profondità dove affondiamo, per quanto evidentemente cupe, ci appaiono attraenti e luminose, leggere e brillanti, vitali più della vita da cui ci allontaniamo. Si potrebbero chiamare in causa paradossi, contraddizioni, ossimori eppoi maschere, veli, giochi delle parti. Si potrebbe invocare l’aiuto di magie letterarie e nomi di peso – che siano autori, interpreti o critici. Eppure ogni volta si fallirebbe. Perché la magia e il mistero che percorrono l’opera di questo pianista che suonava accompagnando film muti, eppoi scrisse racconti cesellando le parole come fosse una partitura, restarono magia e mistero anche per lui, che non ne venne mai a capo.

C’era una volta il rione Monti

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Nella foto: Angelo Pagotto. Fonte immagine)

“Come vaaa lllei? Come vaaa lllei?” Era un saliscendi di note che rimbombava per i vicoli. Una cantilena folle e geniale. Chi l’ha ascoltata sa cosa fosse Monti, il rione più antico di Roma, prima del nuovo millennio, prima della fine. “Come vaaa lllei?” L’uomo che ripeteva il ritornello allo sfinimento, intrecciandolo a qualche commento indimenticabile, veniva dal nord e si chiamava Angelo. Viveva in un’automobile parcheggiata in vicolo dei Serpenti e del suo passato non parlava. Si diceva che il motore in panne lo avesse abbandonato lì, durante la sua fuga da un amore perduto, spingendolo a passare il resto della vita nel cuore dell’antica Suburra. Difficile sapere la verità. Certo è che nessuno come lui – non romano, non omologabile, straniero per eccellenza – seppe rivelare l’anima di questo rione, mentre i vecchi abitanti venivano sfrattati e i nuovi ancora tentavano di adeguarsi, prima della definitiva gentrificazione. Gironzolava ciondolando per le strade e apostrofava con battute caustiche chi non trovava di suo gradimento. Era difficile resistergli. Quando morì, i monticiani inondarono la chiesa, il feretro fu accompagnato per i vicoli. In piazza Madonna de’ Monti, per giorni le candele furono accese sotto il muro che lo piangeva come un figlio.

Le due morti di Jack London

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Nacque a San Francisco nel 1876 e morì poco lontano, a Glen Ellen, nel 1916. In quei quarant’anni fu quasi tutto. Inscatolatore di lattine, rivenditore di giornali, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari contro i razziatori di ostriche, mendicante, marinaio e cacciatore di foche, addetto all’avvolgimento di fili di iuta, vagabondo, spalatore di carbone, giardiniere, facchino, scaricatore di porto, addetto alla pulizia di tappeti e di aule scolastiche, lavandaio, cercatore d’oro, retore arrembante, attivista socialista, progettista di barche, case e fattorie all’avanguardia. Ma soprattutto Jack London fu scrittore.

Da Kavafis a Seferis: Filippo Maria Pontani, artigiano della parola

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: la poesia Quanto più puoi di Kavafis)

Ci sono storie che sembrano acquistare un senso in luoghi lontani da quelli in cui una semplice evocazione biografica li collocherebbe. La storia di Filippo Maria Pontani, filologo, traduttore, poeta, maestro tra i principali del nostro Novecento, sembra prendere luce in un triangolo umano che si sviluppa sulle rive meridionali del Mediterraneo, in una città oggi sepolta da colate di cemento e dimenticanza. È una storia alessandrina. Si snoda attraverso biblioteche, scuole, teatri, bar, numeri, poesia, amore e Grecia. Una Grecia eterna, metastorica, radicata nel mito e sparsa attraverso ogni angolo del mondo fino alla contemporaneità più lontana dalle origini e che pure ritrova unità ogni volta che una specie di destino finisce per mettere assieme uomini carichi di passato e di futuro.

Intervista a Giorgio Montefoschi

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Da oltre quarant’anni, Giorgio Montefoschi organizza le sue giornate con disciplina ferrea, “impiegatizia” dice lui. Si alza prestissimo, legge i giornali, si siede al tavolo di una grande stanza, spalle a una montagna di classici di letteratura greca e latina, impugna la stilografica e soffre di fronte alla pagina bianca. Dopo tre ore, se ha riempito quindici o sedici righe, ossia mezza cartella dattiloscritta, è felice. La felicità e la soddisfazione in un lavoro del genere sono necessariamente brevi. Il pomeriggio, Montefoschi torna nella stanza e legge, lavora ai libri che recensisce e accende il computer che i quotidiani gli hanno imposto di usare. In questa maniera, oltre a innumerevoli articoli, contributi critici e reportage, Montefoschi ha scritto sedici romanzi, uno dei quali – La casa del padre – esattamente vent’anni fa vinse il Premio Strega. L’ultimo esce oggi, s’intitola La fragile bellezza del giorno (Bompiani, pp. 223, euro 17) e per lui conta forse più di tutti i quindici precedenti.

La Grecia nelle ballate di Katzantzakis

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

“Teach me to dance”. Negli ultimi mesi, alcuni osservatori della crisi che ha colpito la Grecia hanno citato questa frase per spingere la cosiddetta troika (FMI, BCE, UE) a una conoscenza più approfondita del popolo greco. Siamo alle battute finali del film diretto da Michalis Cacoyannis che nel 1965 conquistò tre Oscar: Zorba il greco. L’impresa che il protagonista, uomo dalla vitalità irrefrenabile, ha tentato di realizzare per il suo padrone e amico inglese, si è appena conclusa in una vera e propria catastrofe, e tuttavia Alan Bates, l’inglese, non tradisce la delusione, si passa una mano sul vestito bianco e domanda a Zorba, uno strepitoso Anthony Quinn, di insegnargli a ballare. Risuonano le note del famoso sirtaki composto da Mikis Theodorakis. La catastrofe della produttività viene seppellita in un attimo dallo spirito trasfigurante e quasi nietzscheano in cui s’incarna Zorba, l’uomo della danza, l’uomo greco per eccellenza. Probabilmente, agli esponenti della troika, potrebbe bastare anche la proiezione di quei tre minuti di film. Ma gli editori italiani hanno intuito che le semplificazioni non bastano e dunque è piuttosto l’intera opera di Nikos Katzantzakis a meritare un posto sugli scaffali delle nostre librerie. Così di questo eccezionale autore, forse il più rappresentativo fra i narratori greci del Novecento, sono ricomparsi i tre libri più importanti.

Argentina: il triste compleanno della libertà

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Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Buenos Aires. Il dieci dicembre scorso, mentre Plaza de Mayo zeppa di gente festante, acclamava la donna più amata e odiata di Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, la Presidenta, che aveva appena chiuso il suo discorso per i trent’anni di democrazia, il periodo democratico più lungo nella storia del Paese, mentre bandiere sventolavano e schermi rimandavano immagini delle famose madri e nonne di Plaza de Mayo, ormai icona della ribellione e della tenacia, un pensionato kirchnerista, tal Ramón, mi ha detto senza sorriso: “Questo è un Paese di contraddizioni e le contraddizioni a un certo punto esplodono. Bisognerà vedere dove porta l’esplosione”. Sono rimasto di sasso. Per quasi un mese non avevo mai sentito nulla di simile. Che a parlare fossero giovani o vecchi, lavoratori o disoccupati, di marca idealista o realista, tutti concordavano su una sorta di fine delle grandi tensioni e delle grandi speranze, come se il 2001 con il default, la crisi nera, la gente di ogni credo in strada a chiedere giustizia e soprattutto pane, avesse rappresentato l’ultimo appuntamento. Come se, dopo il decennio kirchnerista, con le conquiste sociali, il rispetto ritrovato e una specie di normalità nuovamente agguantata, fossero cadute le ultime utopie. Quale il futuro politico del Paese? Un mediocre Presidente: chi sarà sarà, ma certo mediocre, grigio, un esponente delle istituzioni, mediamente corrotto. Mai mi sarei aspettato l’idea di un’esplosione in vista, un’idea sussurrata con paura ma anche con quelle oscure speranze che sempre porta con sé la crisi, il cambiamento, l’esplosione.