Roma attraverso i fulmini

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ROMA. “A Roma tutto quello che c’è di vero sta sottoterra”. La frase lapidaria arriva alla metà perfetta di un libro che sfugge a ogni definizione, esordio di un non romano alle prese con enigmi e incubi che a Roma valgono oggi come duemila anni fa. Romanzo esoterico, misterico, di formazione, per nulla di genere, Il libro dei fulmini (Atlantide, pp. 171, euro 20) racconta una città molto lontana da quella delle cronache, dei reportage, delle guide turistiche. Attraverso di essa, vuole in effetti raccontare una discesa agli inferi esistenziale e un incontro con la morte, tipico di culti arcaici apparentemente sepolti. E tuttavia, forse proprio per questo, il libro illumina certi aspetti della città eterna generalmente negletti.

Perdersi nella realtà: “Libro dei fulmini” di Matteo Trevisani

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Quando, nell’antica Roma, un fulmine colpiva la terra nel pieno della notte, questo fatto era interpretato come un segno particolarmente funesto. Secondo l’interpretazione antica, infatti, i fulmini notturni venivano scagliati da Summano, una divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte, e si riteneva che tali eventi aprissero un canale di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per porre rimedio a questo sconvolgimento e ripristinare l’ordine precedente, i sacerdoti compivano una vera e propria cerimonia di riparazione: sotterravano le tracce del fulmine caduto con tutto ciò che esso aveva colpito, e sulla sepoltura ponevano una lastra di marmo con sopra la scritta FCS, ovvero «Fulgur Conditum Summanium», «qui è stato seppellito un fulmine di Summano».