Raccontare il dolore: “I miei piccoli dispiaceri” di Miriam Toews

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La bella copertina, disegnata da Lorenzo Lanzi, mostra una scena impossibile, surrealistica e allo stesso tempo famigliare. Un gruppo di passeri – chi canta, chi plana, chi si poggia, chi vola – sopra la misura di un pentagramma musicale. È un’allegoria esatta di ciò che racchiude, un’immagine che copre e rivela «qualcosa di potente» – per usare le sue stesse parole – come «l’abbraccio forte e stretto di un estraneo». Qualcosa di potente come il sesto romanzo di Miriam Toews, canadese cresciuta a Steinbach in una comunità mennonita di stampo patriarcale. Si intitola I miei piccoli dispiaceri (All My Puny Sorrows), da un verso della poesia di S.T. Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem; lo ha tradotto Maurizia Balmelli per Marcos y Marcos.

L’orrore secondo Emmanuel Carrère

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Questo articolo è uscito in forma più breve su Pagina 99. (La foto è di Massimo Vitali)

Pubblicato con immediato successo in Francia nel 1995, uscito una prima volta da Einaudi nel 1996 e ora riproposto da Adelphi nella traduzione precisa ed efficace di Maurizia Balmelli, La settimana bianca è il punto culminante della prima parte della carriera di uno dei migliori narratori europei degli ultimi due decenni. Tra la fine degli anni ottanta e i novanta Emmanuel Carrère ha prodotto romanzi formalmente tradizionali, di buon livello, segnati da un interesse ossessivo per gli aspetti più fragili e morbosi della psicologia individuale, le maschere, i lati oscuri della personalità piccolo-borghese. Questo orizzonte psicologico ed esistenziale è sfociato in due libri d’indubbio valore: La settimana bianca al di qua, e L’avversario (2000) immediatamente al di là del crinale che divide l’opera dello scrittore in due blocchi distinti: romanzi di finzione da una parte e “romanzi verità”, come li chiamava Capote, dall’altra.

Flash fiction: un vizio francese

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Questo pezzo è uscito su Doppiozero. (L’immagine è di Vincent Bousserez)

di Federico Iarlori

Beato chi ha il dono della sintesi. Soprattutto se – come accade oggi – allo spazio illimitato del web fa eco un radicale ridimensionamento del tempo che ciascuno di noi ha a disposizione. La visibilità è oramai diventato un valore indispensabile per l’esistenza stessa di un prodotto culturale e – i giornalisti lo sanno bene – internet ha imposto delle nuove e implacabili regole formali: conquistare un lettore in più, anche solo strappare un retweet o un click di un utente sul proprio contenuto, comporta come minimo reattività, brevità, senso dell’incipit e, perché no, una buona dose d’ironia. E se anche gli scrittori seguissero l’esempio?

Se le vite immaginate spiegano quelle reali

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (La foto è di Ron Haviv)

Uno degli scatti più noti del fotografo americano Ron Haviv ritrae un soldato della Guardia volontaria serba mentre sferra un calcio al cadavere di un civile musulmano. Colpendo, il militare tiene serenamente una sigaretta tra le dita della mano – il polso piegato, la postura nel complesso indolente. Ciò che di quell’immagine sconvolge è la coesistenza di segni inconciliabili: la violenza e l’ordinarietà, il furore e il quotidiano.

Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli) è l’illustrazione tenerissima e spietata di come questa coesistenza di opposti – insostenibile eppure inevitabile – non riguarda una singola foto: è tout court la struttura in cui viviamo. Nelle nostre esistenze convivono (spesso inestricabilmente connessi) elementi discordanti che mettono di continuo alla prova la nostra capacità di comprensione, costringendoci a un ininterrotto stupore.

L’anima vegetale del nostro giardino

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica», su «Breve storia del giardino» di Gilles Clément (Quodlibet).

C’è una scena di L’enigma di Kaspar Hauser, il film di Herzog del 1974, che può servire da sintesi di Breve storia del giardino, l’ultimo libro di Gilles Clément (appena pubblicato da Quodlibet), nonché, forse, dell’intera opera di un intellettuale – scrittore, agronomo, paesaggista, giardiniere, docente presso l’École Nationale Supérieure du Paysage a Versailles – tra i più lucidi e consapevoli a livello europeo (e non solo).

Mentre la voce fuori campo di Kaspar racconta di avere piantato dei semi di crescione in modo tale che germogliando formino il suo nome, vediamo le immagini di una piccola aiuola circondata da un’ulteriore vegetazione; dalla terra bruna e densa emergono i fili d’erba che compongono la parola kaspar. Qualcuno però, continua la voce fuori campo, è penetrato nel giardino e ha calpestato la parola. Ugualmente, dopo un lungo pianto, Kaspar afferma il desiderio di seminare ancora il suo nome.