Camille Henrot e il presente che non abbiamo vissuto

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(Quattro giorni in cerca del contemporaneo)

di Leonardo Merlini

 

Giorno Uno

“L’arte contemporanea è, per sua natura elitaria”, mi ha detto poco tempo fa il direttore di un importante centro d’arte italiano. Una frase che sembra avere un suo fondamento se penso ai personaggi bizzarri che si possono incontrare ai vernissage, oppure, all’opposto, all’atteggiamento scettico (e ovviamente qualunquista) da Alberto Sordi apparente-uomo-comune nei suoi film (“Ve lo meritate”, diceva dell’attore romano un Nanni Moretti meno posato e più brillante, anni fa. Bei tempi).

L’arte gentile dell’anonimato

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Chi è Banksy? Chi è Elena Ferrante? Siamo disposti ad arrampicarci sulle più improbabili congetture pur di riuscire a dare un volto, una biografia, una foto senza trucco ai pochi artisti o scrittori che hanno scelto di negare al circo mediatico la propria persona. Non tolleriamo che qualcuno «si nasconda» dietro uno pseudonimo: e basterebbe la scelta del verbo «nascondersi» per rivelare lo spirito vagamente inquisitoriale col quale guardiamo a chi vuole parlare solo con le proprie opere.

Molti che non hanno mai visto un Banksy, né letto una riga della Ferrante si sono, negli ultimi giorni, appassionati all’abilissima cronaca della caccia alla loro identità anagrafica:  poterli mettere a sedere tra gli ospiti in un programma del primo pomeriggio (quando «non c’è due senza trash», come canta Fedez) sarebbe il sogno di qualunque venditore di immagine.

Hydra, Marianne e Leonard Cohen

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Questo pezzo è uscito su il Venerdì di Repubblica.

Per celebrare i prossimi ottant’anni di Leonard Cohen (21 settembre) uscirà a giugno in America un libro che racconta i suoi anni in Grecia, nell’isola di Hydra, e la storia d’amore con Marianne, all’anagrafe Marianne Ihlen, nella canzone So Long, Marianne. Il libro si chiama come la canzone (So Long, Marianne, ECW Press, pagg. 288, 24,95 $) e a firmarlo è la giornalista norvegese Kari Hesthamar. La storia accuratamente raccontata da Hesthamar nasce da una lunga intervista rilasciata, dopo anni di silenzio sull’argomento, da Marianne Ihlen, musa e compagna di Cohen nei suoi anni in Grecia. Ed è da Marianne che il libro comincia, tenendo Leonard Cohen da parte per un centinaio di pagine.

Luchino Visconti e la piaga delle fondazioni

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Questo articolo di Tomaso Montanari è uscito sul Fatto Quotidiano. L’autore di Le pietre e il popolo e Salvatore Settis oggi sono ospiti del Festivaletteratura di Mantova per l’incontro “Articolo 9: Arte e Costituzione”. 

Se c’è una vicenda-simbolo del disastro morale e materiale che opprime il patrimonio culturale nell’Italia del 2013, ebbene è quella del pignoramento giudiziario degli arredi della «Fondazione La Colombaia di Luchino Visconti» ad Ischia, rivelata ieri dal «Mattino».

Personalmente nutro qualche dubbio sul fatto che la storia dell’arte di Giotto, Caravaggio e Tiepolo continui oggi in un Maurizio Cattelan: ma non ne ho nessuno sul fatto che il cinema di Luchino Visconti sia uno degli ultimi veri capitoli di questa altissima vicenda figurativa. Non solo ovviamente i film, ma anche i luoghi e gli oggetti di Visconti vanno dunque difesi, preservati, tramandati come frammenti preziosi del meglio dell’Italia del Novecento.

Minima Commedia Umana (1/3)

Alessandro Garigliano ha scritto direttamente per minima&moralia un trittico corporale in cui concentra ipotesi e rovelli, immaginazioni e dilemmi. Ecco la prima parte. Corpo, tu mi tradisci. Tu sei meschino, brutale, immutabile. Sono anni che ti odio, che monologando (tecnicamente sarebbe un soliloquio, non essendoci stato per fortuna nessuno spettatore), corpo, io ti frustro, a […]

Essere se stessi

se stessi

Questo articolo è uscito per la rivista Studio

Può essere molto istruttivo, soprattutto se si coltivano più o meno in segreto velleità letterarie, leggere Come diventare se stessi (minimum fax), la lunga intervista concessa da David Foster Wallace a David Lipsky nel 1996, originariamente commissionata, ma poi rifiutata, da Rolling Stone all’indomani dell’uscita di Infinite Jest, e che lo stesso giornalista ha poi deciso di far diventare un libro, sfruttando la diffusione dell’interesse, anche extra-letterario, per la vicenda Wallace dopo il suo suicidio.

Il libro dipinge un ritratto di DFW di un’intimità quasi imbarazzante, essendo il risultato trascritto di una frequentazione di alcuni giorni durante i quali l’intervistatore, con il registratore acceso, seguiva l’intervistato praticamente ovunque: alle presentazioni, in macchina, nelle tavole calde, in aereo, fino a casa sua. Il lettore ha così la possibilità di conoscere un inedito Wallace quotidiano, che parla di musica e di cinema, mangia cheeseburger e porta i cani a pisciare, stabilendo un livello di confidenza eccessivo con uno scrittore che non ha mai nascosto la sua difficoltà a esibirsi pubblicamente.