In cattività, ovunque

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Dal nostro archivio, un pezzo di Vanni Santoni apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

Dopo aver poggiato per la prima volta Cattivi sul comodino – ero arrivato verso pagina 40 – mi sono scoperto ad accendere il computer e cercare “Maurizio Torchio”, per vedere se era stato un carcerato: la sua bibliografia in bandella elencava altri due libri, ma per quanto ne sapevo, e anche a fronte di ciò, Maurizio Torchio poteva ben essere stato in galera. Ciò che fa venire un simile dubbio non è solo la quantità e qualità dei dettagli presenti in Cattivi – gli oggetti nuovi, mandati da fuori, che “proteggono”, anche dalla violenza, perché una cella senza oggetti è la cella di qualcuno di cui a nessuno frega più niente; la requisizione delle dentiere ai capi, più anziani, per stroncarne anzitutto l’auctoritas; l’importanza e la funzione simbolica della pulizia della cella, solo per citarne alcuni – ma anche la naturalezza con cui vengono disseminati: la percezione, quella sì, panottica, di ogni dettaglio dell’universo carcerario. Tra i vari risultati proposti da Google, ho trovato un’intervista in cui l’autore racconta come è nata l’idea del libro. Da essa si può pacificamente concludere che in prigione non c’è stato. In ogni caso, portandomi a fare una simile ricerca, aveva già vinto lui.

Nel carcere di Bollate, tra i detenuti più anziani

Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul numero 29 de Il Reportage.

di Maurizio Torchio

Chiedo a un agente dov’è l’area trattamentale. Lui mi risponde, gentile: “dopo il secondo orologio a destra”. Nel carcere di Bollate – periferia nord ovest di Milano, 300 metri in linea d’aria dall’Expo – gli orologi sono decine e sono tutti fermi. Come dopo un’esplosione o un terremoto. Quando sono venuto qui nel 2009 erano già fermi. Misurano lo spazio, non il tempo: scandiscono i corridoi. E dire che Bollate è un carcere modello, dove quasi tutti quelli che – per legge – avrebbero diritto a lavorare o a studiare lavorano o studiano.

Le carceri sono le viscere del mondo – su “Cattivi” di Maurizio Torchio

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(Immagine: Egon Schiele, Quell’arancia è stata l’unica luce, 1912)

di Luca Illetterati

La narrazione delle situazioni estreme, di quelle situazioni-limite che si pongono ai bordi dell’ordinario e che da questo punto di vista, non di rado paludoso e sfuggente, lo svelano nelle sue dinamiche perlopiù irriflesse, si espone sempre a un doppio pericolo: quello della riduzione e quello dell’enfasi.

La riduzione è il non riconoscimento della differenza, è lo scioglimento dello straordinario nell’ordinario o dell’ordinario nello straordinario; è il tentativo di smussare gli spigoli taglienti dentro una omogeneità che si articola al massimo per differenze di grado, la pretesa di descrivere dentro una grammatica unitaria forme di vita che si distinguono invece proprio in quanto reciprocamente altre e vicendevolmente intraducibili.