Barracoon, racconto dall’ultima schiavitù

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Il volto di Cudjo Lewis si riga di lacrime, quando comincia a ricostruire con l’etnografa Zora Neale Hurston la storia della riduzione in stato di schiavitù. Nel luglio del 1927 Hurston e Cudjo s’incontrarono per la prima volta per un racconto destinato al Journal of Negro History. Zora entrò nella casa di Cudjo Lewis, raccogliendo la storia dalla voce di un testimone diretto in grado di descrivere l’odissea dell’ultimo carico di schiavi approdato negli Stati Uniti d’America.

«Il mio nome non è Cudjo Lewis. È Kossula. Quando sono venuto nella terra dell’America il signor Jim Meaher ha provato a dire il mio nome, ma siccome è troppo lungo, io gli ho chiesto: “Senti, io sono una cosa tua?”. Lui ha detto: “Sì”. E così io ho detto: “Allora chiamami Cudjo. È uguale”. Nella terra dell’Africa, però, mamma mi ha chiamato Kossula».

Un’interpretazione di Synecdoche, New York

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di F. Fred Palakon; a cura di Mauro Maraschi

PREMESSA di M.M.

Quella che state per leggere non è una recensione di Synecdoche, New York, prima regia di Charlie Kaufman, già sceneggiatore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, ma una delle possibili interpretazioni di un film “complesso”. L’autore si firma “F. Fred Palakon” (come un personaggio di Glamorama di B. E. Ellis), non è un critico né esprime un giudizio di valore: l’unico intento della sua analisi è quello di dimostrare una tesi attraverso una minuziosa ricerca di prove all’interno del testo cinematografico. Si tratta di una pratica tipica del fandom investigativo, quel comparto di fan che tende a creare “paratesti” non ufficiali quali video, fanfiction, pagine wiki dedicate e, appunto, lunghe analisi come quella che segue.

I muscoli del capitano: avvistamenti

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Gli studenti dell’ottava edizione del master Il lavoro editoriale, organizzato dalla Scuola del libro, hanno concluso il loro percorso formativo con la diffusione di una antologia di racconti di giovani autori, selezionati in rete. Pubblichiamo di seguito la prefazione al libro, disponibile qui in formato elettronico.

Le navi hanno un loro linguaggio privato, condiviso con chi le abita e chi le avvista. Solo in seguito elargito, ma senza troppa confidenza, a chi le costruisce. O agli armatori da soggiorno, che le riproducono per infilarle in una bottiglia.

È un linguaggio intimo, di legno e sopravvivenza, pensato per definire nella confusione: le prime vele, tirate sull’asta di prua, si chiamano fiocco, contro fiocco, gran fiocco e trinchettina; l’albero Maestro ha invece un velaccio, un contro velaccio, una gabbia volante, una gabbia fissa e una vela Maestra, la più bassa.

Verso Plutone: Giordano Meacci racconta Clyde Tombaugh

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Oggi, 14 luglio 2015, la sonda New Horizons, lanciata nel 2006, raggiungerà il punto più vicino a Plutone e lo sorvolerà per catturarne le immagini insieme a quelle del suo satellite Caronte. Pubblichiamo Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo, il racconto di Giordano Meacci dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone e che ora sta viaggiando (in forma di ceneri) sulla sonda contenuto in ESC. Quando tutto finisce, antologia a cura di Mauro Maraschi e Rossano Astremo (Hacca edizioni) e pubblicato a puntate sul blog di Port Review.

Sarà per questo cielo così basso che s’è attaccato al confine biondoverde dell’orizzonte, saranno i brontolii schioccanti del vento sulle foglie di mais, o la puzza di concime che avvolge i campi intorno Streator come un sudario di carta sporca. Si guarda le mani, e le unghie. L’unica differenza che riesce a cogliere tra le sue dita e quelle di suo padre è nella forma delle lunette appena sopra la pelle rugosa delle distali: gli spicchi enormi di suo padre, nebbiosi e spuntati come albe d’avena appena sopra il lago; e poi le sue, ridicole, solo un accenno slavato: mezzelune ripassate di bianco ai bordi come le sottolineature marginali di un pittore dilettante. Nessuna alba di luna, si dice. E senzaluna non si è contadini. E allora sarà questo puzzo che viene dai silos, o la frustata del cielo che resta avvinghiata al soffitto della galassia quasi ne rimanesse il livido chiaro e spellato sulla guancia di Dio.

Jackson Pollock

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Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati tratto dall’antologia ESC. Quando tutto finisce (Hacca) curata da Rossano Astremo e Mauro Maraschi. Stefano Sgambati oggi alle 21 sarà al Caffè letterario del Salone del Libro di Torino per presentare Gli eroi imperfetti durante l’incontro Emergenti.

«Non ho un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata».

Gli occhi di lei sulla tempia destra di lui.

«Un’altra citazione?»

«Sì, un libro».

«Quale?»

Lui si voltò verso il finestrino: non voleva guardarla, non si ricordava nemmeno com’era fatta.

«Non l’hai letto».

«Contento tu».

Sorrise. Il buio dell’abitacolo gli divorò i contorni delle labbra e il bianco, quell’inutile bianco dei suoi denti curati.