Cos’è Kafka? Un’indagine

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Una versione ridotta di questa recensione è uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

C’è un’opera di Andy Warhol che non conoscevo, finché non ho letto Olivia Laing parlarne in The Lonely City: Laing racconta che l’artista dei party aveva raccolto per anni gli oggetti e i detriti che le persone si erano lasciati dietro – vestiti, orecchini spaiati, un pezzo di pizza, i biglietti della metro che avevano ricoperto il pavimento della Factory – e li aveva sigillati in seicentodieci scatole, le sue Time Capsule. Non c’è personaggio più lontano da Kafka di Andy Warhol; tra l’alto e sgraziato scrittore di Praga e l’inventore delle celebrità non c’è praticamente niente in comune (anche se leggendo le rispettive biografie viene da dire che tra il desiderio di essere ovunque e quello di non essere affatto, non c’è poi grande differenza), eppure Questo è Kafka? segue lo stesso desiderio nascosto in ognuna di queste identity box, ricordare che certe figure una volta erano state persone, che avevano vissuto, come tutti.

Twain dall’oltretomba

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio.

Oltre mezzo milione di parole, una pila di fogli alta tre metri, duecentocinquanta dettature: negli Stati Uniti è più di un secolo che provano a raddrizzare le gambe a questo cane pazzo. Il signor Samuel Langhorne Clemens ha tentato l’impresa per quasi quarant’anni, senza riuscirci del tutto: e viene difficile non arrendersi se si pensa che il suddetto signore era il più titolato a farlo, che tutto quel materiale l’aveva prodotto lui, che quella che stava scrivendo era L’autobiografia di Mark Twain e che Mark Twain era lui stesso. Ovvero l’autore di Huckleberry Finn, Le avventure di Tom Sawyer e una mole imbarazzante di altri testi; ovvero il padre della letteratura americana, secondo la celebre definizione di Ernest Hemingway. Ci provò dal 1870 fino al 1905 e fallì. Ricominciò nel 1905 e andò avanti fino al 1909 e quello che costruì fu uno dei più grandi puzze letterari di ogni tempo. Nella sua ultima incarnazione americana, un volume accademico con oltre 200 pagine di note, ha venduto più di mezzo milione di copie. Quell’edizione, sfrondata e asciugata, l’ha tradotta ora Salvatore Proietti per Donzelli.

Pianeta Roth 2: La reinvenzione del padre

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Dopo la clamorosa decisione di Philip Roth di smettere con la scrittura, questa rubrica intende offrire uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, dai grandi capolavori ai libri meno noti; l’omaggio parziale e appassionato di un lettore irrimediabilmente compromesso, ma anche l’onesto tentativo di analizzare dall’interno il segreto della sua magia, le sue contraddizioni, le doti di lealtà, ironia, umanità e sapienza letteraria: gli ingredienti che l’hanno portato a essere tra gli scrittori più visceralmente amati da due generazioni di lettori. Qui la prima puntata.

Questo pezzo è uscito nel 2012 sulla rivista 451 via della Letteratura della Scienza dell’Arte

Nel 1973 usciva negli Stati Uniti la prima opera di non fiction di Philip Roth, intitolata Reading Myself and Others. Il libro, che non ricevette un’accoglienza particolarmente calorosa nemmeno dalla critica, conteneva una serie di saggi e di interviste che tentavano di collocare l’opera di Roth nel panorama della letteratura ebraica. Si trattava principalmente di un’operazione editoriale concepita con l’intento di conferire una dignità teorica al successo di pubblico che l’autore aveva riscosso durante i primi anni della sua attività, da Goodbye, Columbus a Portnoy’s Complaint, e che in quel periodo rischiava di ristagnare in un calo di ispirazione. Tra i vari pezzi raccolti nel volume, tuttavia, ce n’erano un paio piuttosto buoni, come osservava all’epoca Roger Sale sul «New York Times»: Imagining Jews e Looking at Kafka. Nel maggio 2011 Einaudi ha pubblicato per la prima volta in italiano il secondo di questi due saggi, nella brillante traduzione di Norman Gobetti, con il titolo «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka.

Morte 2.0

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Finché morte non ci separi. Dalle nostre email, dalle nostre foto Instagram, dai nostri commenti sagaci sulla finale di X-factor, ovviamente. Il punto non è che la vita si stia spostando su internet, quanto piuttosto che internet sia diventato parte normale della vita. Ciò che non è tangibile (una proprietà, un diario, un account, persino un’amicizia) è posto sullo stesso medesimo piano di dignità e “serietà” di ciò che è oggetto solido, fisicamente presente nel mondo sensibile. Dunque è il caso di pensare, nell’eventualità di una nostra dipartita futura prossima o remota, a chi indirizzare non soltanto il nostro taccuino, il nostro libro nel cassetto, la nostra automobile o il nostro orologio preferito, ma il nostro account Facebook, le nostre testimonianze Canon Eos su Flickr, la nostra villetta con steccato bianco di Second Life. Ancora più importante, è il caso di pensare a chi impedirne l’uso, e a chi invece affidare l’accesso esclusivo delle tracce di noi che lasciamo online. O meglio, della parte online della nostra vita. Password e username sono le nuove chiavi e lucchetto.