Kirk, cinema e realtà

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Un’estate, un ragazzo ebreo va a cercare lavoro negli alberghi vicino al Lake George. Ma nessuno vuole assumere Izzy Demsky. Allora lui bussa all’albergo successivo e si presenta come Don Dempsey. Lo prendono subito. Sul Lake Goerge ci vanno le donne sole in cerca di avventure romantiche. E ogni sera una donna diversa, che non l’ha trovata, chiama il fattorino per farsi portare il ghiaccio in camera… Il ragazzo piace anche alla proprietaria, benché lei detesti gli ebrei. Li riconosce al volo, dice, dal puzzo che li contraddistingue. «Nessun ebreo metterà mai piede in quest’albergo». «Hitler aveva ragione, tutti gli ebrei dovrebbero essere sterminati». L’ultima sera, la donna invita il fattorino in camera per un brindisi, e dopo un paio di bicchieri sono a letto insieme. Lei ansima di piacere, è scossa dai fremiti, ma lui fa in modo che senta bene quando le dice in un orecchio: «Dentro di te hai l’uccello di un ebreo circonciso. Io sono ebreo. Ti stai facendo scopare da un ebreo!».

Vent’anni dopo, a un party, Kirk Douglas vede avvicinarsi John Wayne con due bicchieri in mano. Hanno appena assistito a una proiezione privata di Brama di vivere, il film sulla vita di van Gogh. John Wayne ha l’aria turbata. «Cristo, Kirk! Come fai a interpretare una parte come quella? Un artista suicida! Siamo rimasti in pochi, dannazione. I duri come noi hanno l’obbligo di mantenere quell’immagine per il pubblico». Kirk è sorpreso, ma tenta di difendersi: «Ehi, John, io sono un attore. Mi piace fare parti interessanti. È solo una finzione. Non è reale. Tu non sei veramente John Wayne, lo sai no?».

Uomini che copiano le donne

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di Giacomo Buratti

Bimbo negro, / guarda le stelle, guarda la luna, / guardale e le vedrai / come ogni bimbo bianco le vede. / Però noi, uomini bianchi, / uomini bianchi cattivi e crudeli, / non crediamo / che tu veda le  stelle e la luna / come le vediamo noi; / solamente perché tu, / fratello negro, / solamente perché tu sei negro / e noi siamo bianchi.

(E. Mozzicone, Bimbo negro, in Topolino, n. 937, 1971)

Nico Muhly, il compositore, non si capacita del fatto che un’artista da mezzo milione di dollari come Beyoncé non ne sborsi quattromila per una vera sezione d’archi. Una taccagneria che considera «un insulto» in relazione al talento coinvolto nella registrazione di Superpower, la dodicesima traccia di BEYONCÉ.

La canzone porta la firma di Pharrell Williams, Frank Ocean e Beyoncé ed è stata descritta come il tentativo di questi ultimi due di scrivere la loro versione di Man in the Mirror, il singolo estratto da Bad nel 1988 che racconta la trasformazione di Michael Jackson in Lady Diana.

Prima del martirio autoindotto che gli ha garantito la glorificazione post mortem di rigore per le principesse del popolo, Jackson, cresciuto nella comunità afroamericana infusa di cristianesimo che vedeva e in certi casi ancora vede l’omosessualità come «a kind of whiteness» (H. Als, Michael), aveva scritto nel 1981 la hit di Diana Ross Muscles, che faceva «(just make him beatiful)… I want muscles / all over his body».

Ascolti d’autore: Michael Chabon

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Questa è la versione integrale dell’intervista a Michael Chabon  pubblicata sul numero di settembre di Outsider all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. (Fonte immagine)

Nella letteratura americana contemporanea Michael Chabon occupa un posto di primissimo piano. Autore di “Wonder Boys”, diventato un fortunato film con Michael Douglas e Tobey Maguire, e de “Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay”, che gli è valso il Premio Pulitzer nel 2001, è recentemente tornato alla grande con “Telegraph Avenue”, romanzo ambientato in un negozio di dischi usati situato sull’arteria che collega la benestante Berkeley con la più povera Oakland. Non potevamo non dedicargli una puntata di “Ascolti d’autore”.

Narrazioni della noia – «Shame» di Steve McQueen

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Pubblichiamo una recensione di Andrea Cirolla su «Shame» di Steve McQueen.

Qualche anno fa ho letto Filosofia della noia, di Lars Fr. H. Svendsen (Guanda 2004). Ero all’università, mi serviva per un esame di filosofia morale noioso e sulla noia; non lo apprezzai molto. Però mi torna in mente spesso, sarà perché parla di cinema e di un regista tuttora attivo. Cronenberg, col suo Crash (1996) si basava sull’omonimo romanzo di James Graham Ballard del 1973. Svendsen lo prende a esempio come opera cinematografica (e prima letteraria) sulla noia.

In brutale sintesi, Crash parla di uomini e donne che trovano l’eccitamento sessuale attraverso incidenti automobilistici: dopo degli incidenti; dentro automobili incidentate; progettando rifacimenti di incidenti celebri; ecc. Per Svendsen il film «affronta il rapporto tra realtà, noia, tecnica e trasgressione» (p. 87).