Fantasmi iperrealistici. Sui racconti di Luca Ricci

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Questo articolo è uscito su L’immaginazione (nell’immagine: una scena da Funny Games di Michael Haneke, 1997) .

Nonostante il perdurante quanto ingiustificato ostracismo da parte della grande editoria, il racconto continua a essere la forma più esemplare della narrativa italiana. Non per nulla alcuni dei nostri scrittori più interessanti di questi anni si sono espressi al meglio nell’ambito delle forme brevi, e non certamente in quello del romanzo di ampio respiro.

Tra gli autori di racconti delle ultime generazioni, un nome si eleva nettamente al di sopra degli altri: quello di Luca Ricci. Il suo talento è emerso fin dai libri esordiali (Duepigrecoerre d’amore, 2000, e Il piede nel letto, 2005, apparsi presso editori semiclandestini e da tempo introvabili), per poi ottenere una prima, importante consacrazione con l’uscita presso Einaudi di L’amore e altre forme d’odio (2006), forse la migliore raccolta di racconti apparsa in Italia negli anni Zero.

Pianeta Roth 2: La reinvenzione del padre

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Dopo la clamorosa decisione di Philip Roth di smettere con la scrittura, questa rubrica intende offrire uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, dai grandi capolavori ai libri meno noti; l’omaggio parziale e appassionato di un lettore irrimediabilmente compromesso, ma anche l’onesto tentativo di analizzare dall’interno il segreto della sua magia, le sue contraddizioni, le doti di lealtà, ironia, umanità e sapienza letteraria: gli ingredienti che l’hanno portato a essere tra gli scrittori più visceralmente amati da due generazioni di lettori. Qui la prima puntata.

Questo pezzo è uscito nel 2012 sulla rivista 451 via della Letteratura della Scienza dell’Arte

Nel 1973 usciva negli Stati Uniti la prima opera di non fiction di Philip Roth, intitolata Reading Myself and Others. Il libro, che non ricevette un’accoglienza particolarmente calorosa nemmeno dalla critica, conteneva una serie di saggi e di interviste che tentavano di collocare l’opera di Roth nel panorama della letteratura ebraica. Si trattava principalmente di un’operazione editoriale concepita con l’intento di conferire una dignità teorica al successo di pubblico che l’autore aveva riscosso durante i primi anni della sua attività, da Goodbye, Columbus a Portnoy’s Complaint, e che in quel periodo rischiava di ristagnare in un calo di ispirazione. Tra i vari pezzi raccolti nel volume, tuttavia, ce n’erano un paio piuttosto buoni, come osservava all’epoca Roger Sale sul «New York Times»: Imagining Jews e Looking at Kafka. Nel maggio 2011 Einaudi ha pubblicato per la prima volta in italiano il secondo di questi due saggi, nella brillante traduzione di Norman Gobetti, con il titolo «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka.

Appunti su Amour di Michael Haneke

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(Immagine: Amour, Michael Haneke.)

È domenica sera e vado al cinema. Danno il nuovo film di Silvio Soldini e Amour di Michael Haneke. Scelgo il secondo. Scrive a proposito il critico cinematografico Bruno Fornara sul suo profilo Facebook:

Di Haneke non mi fido. Lo trovo, film dopo film, sempre supponente. Però: vince e rivince Palme d’oro. E quasi (quasi) tutti dicono che i suoi film sono importanti belli dolorosi rigorosi veri disillusi crudeli amorevoli. Sarà. Anne e Georges, ex insegnanti di musica, vivono la loro vecchiaia insieme a un pianoforte. Un ictus colpisce Anne. Lui la accompagna alla fine. A me sembra sempre, in quasi ogni immagine, che Haneke bari. Ma di sicuro mi sbaglio. […] Per me Haneke bara perché in ogni immagine vedo altro rispetto a quello che lui vorrebbe che io ci vedessi. Lui dice amore e io vedo odio, dice affetto e vedo rabbia, dice vicinanza e vedo infinita distanza. Ogni tanto mi chiedo se non è questo che vuole dire davvero: che ci odiamo, sempre. Titolo sbagliato: Haine.