Il futuro, quando càpita

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La redazione di minima&moralia vi augura un buon anno con un racconto di Giordano Meacci, Il futuro quando càpita. Il racconto è stato scritto in occasione del Premio Città di Ciampino (vinto da Meacci nell’edizione 2016) e successivamente donato alla città, che ci ha gentilmente concesso la pubblicazione.

Per chi ha tredici anni a Ciampino.
Per chi li ha avuti; per chi li avrà.

Abitavo a due passi
dalla pista d’aviazione,
avevo finito d’essere bambino
il giorno prima, a Ciampino.
Vincenzo Cerami

C’è questo giorno d’estate. L’estate tra la terza media e il Quarto Ginnasio. Molto probabilmente è la fine di giugno, perché ancora non sono partito per Piegaro. L’Umbria nominale del paese di mia madre. Ho questo ricordo luminoso, e senzatregua: come il sole che martella le facciate delle case popolari, mentre sudo nella maglietta nera e nei jeans.

E. Se non ricordo male: i primi Levi’s 501. Una memoria imbarazzata di quando ci si lasciava colonizzare senza rimorso da Mr Levi Strauss: tanto noi adolescenti italiani quanto Michael J. Fox. Il Marty McFly di Ritorno al futuro. Che aveva più o meno la nostra stessa età, in quegli anni lontani in cui il futuro: il futuro – e fa quasi paura scriverlo, adesso, così corsivo e minuscolo, se solo mi metto a pensare a quello che significava per me allora – era il 2015. L’anno scorso.

10:04, Ritorno al futuro

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Celebriamo il Back to the Future day, dedicato alla saga di Robert Zemeckis, con un piccolo estratto da uno dei libri più belli usciti in Italia quest’anno, Nel mondo a venire dello scrittore americano Ben Lerner (pubblicato da Sellerio, che ringraziamo). Il titolo originale del libro, 10:04, fa riferimento all’ora in cui in Ritorno al futuro un fulmine colpisce un orologio, consentendo a Marty McFly/Michael J. Fox di tornare nel suo presente.

traduzione di Martina Testa

Le ombre degli alberi che si piegavano sotto il vento sempre più forte fuori dalla finestra si muovevano sopra l’immagine proiettata sul muro bianco e divennero parte del film, quasi andassero a tempo con gli arpeggi di cetra della colonna sonora: com’è facile passare da un mondo a un altro, dissi a me stesso, e poi ad Alex, che mi zittì: avevo la pessima abitudine di parlare durante i film. Continuammo a guardare finché Alex non si addormentò e Orson Welles non fu ucciso dalla mano di un amico a Vienna, e sentivo la pioggia intensificarsi sul piccolo lucernario che temevo venisse presto mandato in frantumi da qualche rottame volante.

Nel mondo di Ben Lerner

Ben Lerner

Questo pezzo è uscito su Il Mucchio. (Fonte immagine)

Tra il settembre e l’ottobre del 2010 la galleria d’arte contemporanea White Cube – prima di chiudere, due anni dopo – ospitò la première di The Clock, opera dell’artista visuale Christian Marclay, un lungometraggio della durata di 24 ore, tributo al tempo e al cinema. Ecco cos’era: un collage di scene (quel genere che fa Blob, per intenderci) tratte da film di ogni epoca, in cui sul set compaiono orologi che segnalano l’orario di un momento particolare. Ma Marclay non si fermò qui, perché gli orari di The Clock erano sintonizzati sul tempo reale, o perlomeno sul fuso di Londra: per cui uno spettatore che fosse entrato in sala alle 16.07 avrebbe trovato sullo schermo Robin Williams in One Hour Photo, con l’orologio che indicava esattamente le 16.07. Oppure, trovandosi sulla poltrona alle 22:04, si sarebbe imbattuto in Michael J. Fox nei panni di Marty McFly, con un fulmine che colpisce l’orologio presente nel film in quell’istante – consentendo a Marty di ritornare nel suo presente, il 1985.