Shakespeare 400. Ancora nella Tempesta

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Nel quinto atto del «La Tempesta» il mago Prospero, giunto alla conclusione della sua macchinazione che lo porterà a suon di incantesimi a riottenere il ducato di Milano e far sposare la sua Miranda con il figlio del Re di Napoli, decide di abbandonare la magia. Spezza la verga con cui dà ordini agli spiriti e sotterra il suo amato libro degli incantesimi.

Con un’assonanza abbastanza semplice, diversi studiosi hanno voluto vedere in questo monologo l’addio di William Shakespeare al teatro. «La Tempesta» è infatti l’ultima opera del drammaturgo inglese, andata in scena per la prima volta la notte di Ognissanti del 1611, cinque anni prima della sua morte, il 23 aprile del 1616.

Scrittori fedeli alla realtà: Antonio Moresco

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di Lorenza Ronzano

Molti autori operano una recisione quasi chirurgica tra vita e scrittura: sono capaci di scrivere le storie più assurde e totalmente svincolate dal loro vissuto, dalle loro esperienze e dalle loro competenze, persino dalle loro paure e desideri – viene da chiedersi, ma allora perché le scrivono? – mentre dall’altra portano avanti la loro vita scandita da lavoro, famiglia, tempo libero, ecc. Sono come quelli che la domenica si occupano di bricolage, trattano la letteratura come un hobby, e la sviliscono a mero strumento per completare e corredare le loro ambizioni personali con un tocco di estetismo in più. Per esempio, l’accademico che pubblica un romanzo noir aumenta il fascino della sua posizione di certo rispettabilissima, ma forse un po’ sterile. Insignirsi del titolo di scrittore integra una carriera troppo scarna, la rende più “fica”: essere avvocato e scrittore; cabarettista e romanziere horror; medico e poeta ecc. è spesso il connubio ideale di un’ambizione nella più bieca delle sue manifestazioni. Letteratura come gioco di ruolo – a volte anche molto raffinato; ma non più che gioco di ruolo con storie di ruolo e scenari di ruolo e sentimenti di ruolo.

Noi, macchine delle macchine. La grande trappola del sistema dell’informazione

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Questo pezzo è uscito su il Reportage.

di Giancarlo Liviano d’Arcangelo

Liberato da qualsiasi caricatura retorica, e ridotto all’essenzialità fattuale nuda e cruda, è indiscutibile che l’attentato di Parigi, dal momento del suo concepimento fino all’azione finale vera e propria, non sia altro che un “caso unico”, ovvero una successione di eventi ed energie peculiari e irripetibile, conoscibile nel profondo solo ed esclusivamente da chi ne era implicato.

Ciò vale per tutto ciò che riguarda l’intricato dettaglio di cause scatenanti, per i rapporti tra mandanti ed interpreti, per le motivazioni psicologiche reali o strumentali che l’hanno prodotto, per l’influenza vera o presunta dello scenario sociale, per l’importanza del fattore mistico e irrazionale nella psiche degli esecutori, o, al contrario, per l’influsso dei fattori razionali o ideologici sulla successione delle azioni, e infine, per l’effettiva valutazione delle difficoltà concrete che in tempo reale tali azioni le hanno concretamente partorite