Buon compleanno Boris Vian!

Le poete et trompettiste de jazz Boris Vian (1920-1959) ici au festival du jazz le 4 mai 1949 a Paris --- french poet and trumpet jazzman Boris Vian (1920-1959) during jazz festival in Paris may 04, 1949

Il dieci marzo 1920 nasceva, a pochi chilometri da Parigi, Boris Vian. Ingegnere, compositore, musicista e scrittore, membro tra i più insigni del Collège de ‘Pataphsique, la scienza fondata da Alfred Jarry, avrebbe compiuto oggi 96 anni — se non se ne fosse andato da questa terra  non ancora quarantenne, nel 1959.

Prima aveva fatto in tempo a fare molte e bellissime cose. Per esempio a scrivere una manciata di libri, a nome suo o sotto pseudonimo. A firma Boris Vian, tra gli altri: Autunno a Pechino, Lo Strappacuore, La schiuma dei giorni (neanche un regista del talento visivo di Michel Gondry è riuscito a restituire pienamente la storia di Colin e Chloé, disperata e dolcissima). Sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan: Sputerò sulle vostre tombe e alcuni romanzi noir (Vian era il traduttore di Raymond Chandler).

New York cambia, ma nulla è mutato nella mia malinconia

synecdoche_new_york14

Mi sono spiato illudermi e fallire

abortire i figli come i sogni

mi sono guardato piangere in uno specchio di neve

mi sono visto che ridevo

mi sono visto di spalle che partivo

Fabrizio De André, in questo breve passaggio di Anime Salve, riesce a definire il concetto di malinconia in maniera diretta e tangibile, dandogli una collocazione, tratteggiandone gli sfuggenti contorni in un frammento potente e dolorosissimo.

La traccia Anime Salve dell’omonimo disco, ultimo del cantautore genovese e realizzato in fortunata collaborazione con Fossati, non è altro che un canto accorato in cui viene celebrata la solitudine cosmica dell’anima, definita, quest’ultima, “bell’inganno”. Anima ormai lontana dal mondo sensibile (“ti saluto dai paesi di domani”) e finalmente in grado di visioni antiche e ricordi ancestrali.

Bibliografia delle pulci

Waste-Not-by-Song-Dong

Questo pezzo è uscito in versione ridotta su Repubblica. (Immagine: Waste Not, l’installazione dell’artista cinese Song Dong. Fonte immagine.)

Essere sonnambuli.

Non per le stanze di una casa ma all’estremità nord di una città, in una radura di settantamila metri quadri circondata dal ribollire della periferia. Vagare tra vicoli assediati da una moltiplicazione di forme, in un’emorragia di cose che sgorga da ogni bottega. Nel dormiveglia distinguere la giacca di un torero bambino, un ritratto di Platini che supera un avversario in dribbling, vecchi numeri di Paris Star e di Noir et Blanc, un lettore di diapositive Gaumont che somiglia al wall-e della Pixar, centinaia di automobiline parcheggiate dentro un cabarè per dolci. Avere la vaga certezza che tutto, lì e altrove, sia in vendita. Tutto acquistabile. Sentirsi sorgere nelle viscere gli impulsi apparentemente opposti all’accumulo e alla dispersione, la coscienza di una fame radicale e l’altrettanto radicale consapevolezza della sua insaziabilità.