Sulle spalle dei giganti: Kareem Abdul-Jabbar

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Nel 1971 Ferdinand Lewis Alcindor Jr., newyorchese classe 1947, cambiò il nome in Kareem Abdul-Jabbar, dopo la conversione all’Islam nel 1968, il boicottaggio dell’Olimpiade per protestare contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti e la conquista del titolo Nba con i Milwaukee Bucks. Alcindor era il cognome dello schiavista, che portò in America e oppresse nelle piantagioni i familiari del campione.

Retromania e dintorni. Intervista a Simon Reynolds

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Questo pomeriggio alle ore 16.30 (sala Blu) il Salone del libro di Torino ospiterà un incontro con Simon Reynolds. Interverranno Luca Valtorta e Valerio Mattioli. Pubblichiamo l’intervista di Valtorta al critico inglese uscita su Robinson, l’inserto di Repubblica, che ringraziamo.

La telecamera viaggia qua e là inquadrando macchie insensate di pixel, come un televisore sintonizzato su un canale morto. Poi a poco a poco si delineano i contorni di una figura. Occhiali, un golfino azzurro con cerniera, uno studio con pochi orpelli ma molti oggetti sparsi qua e là. “Qui c’è un po’ di disordine, come si può notare, tra box set, libri, cd e vinili: è una simpatica stanza, una specie di garage che sta davanti al resto della casa, fredda d’inverno e molto calda d’estate, da cui si può vedere la gente passare, gli alberi, gli scoiattoli e persino i colibrì.

Spontaneità, comunità, libertà

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Il modello ideale per gestire la “transizione” italiana attuale, per predisporre un immaginario più coerente e funzionale di quello vigente, e soprattutto per fare in modo che le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica finalmente si sostengano a vicenda rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

Questo vuol dire anche un “metodo” per produrre cultura e per gestire i processi in determinate direzioni. Cominciamo da Steve Albini.

Note necessarie. Una conversazione con Enrico Rava

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Enrico Rava è uno dei più stimati, prolifici e versatili jazzisti europei.

Nella sua lunga carriera ha incontrato e collaborato con alcuni dei più grandi nomi a lui contemporanei: da Michel Petrucciani a Richard Galliano, da Pat Metheny a John Abercrombie da Gato Barbieri a Steve Lacy, da Roberto Gatto a Stefano Bollani, virando spesso sulla musica leggera d’autore (si pensi alle collaborazioni con Ivano Fossati e Paoli/Vanoni).

Ora la vita artistica di Rava è celebrata dal film di Monica Affatato, Enrico Rava. Note Necessarie, che segue l’ominimo libro autobiografico, scritto con Alberto Riva, uscito per Minimum Fax nel 2004 .

Il titolo ricorda il consiglio che l’amico João Gilberto gli ripeteva: “suona solo le note necessarie”.

Con l’occasione abbiamo avuto una lunga conversazione col musicista, in cui abbiamo ripercorso le tappe della sua straordinaria carriera, parlando anche di un evento particolare: il concerto di oggi alle 21.30 al Teatro Romano di Fiesole, in cui suonerà col talentuoso pianista Giovanni Guidi e il guru dell’elettronica Matthew Herbert.

Un incontro artistico fuori dagli schemi, che rispecchia la personalità esuberante e generosa di Rava.

Preferisco così. Un’intervista inedita a Gianmaria Testa

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Pubblichiamo una video intervista inedita a Gianmaria Testa, preceduta da un ricordo di Daniele di Gennaro. Le foto sono di Max Zarri.

“Questa è una grande persona”.
3 luglio 21013: è il pensiero affiorato più volte durante quell’ora passata con lui.
Per me, è un’intervista con una persona mai incontrata prima.
Negli spazi delle Officine Grandi Riparazioni di Torino, Gianmaria Testa prima del suo concerto si concede al dialogo e alle camere da presa.

Lo fa con il garbo e il contenuto pudore che pochi grandissimi hanno fra quelli che hanno incontrato il consenso del pubblico.
Fra le lame di luce che filtrano nel cuore di uno straordinario spazio di ricupero industriale, questo modo di condividere i propri pensieri e la propria conoscenza cade in una sorta di format, Le Grandi Riparazioni, dove chi fa le domande sparisce, per dare la totalità dello spazio alla forza delle affermazioni.

Thelonious Monk, la scoperta del genio

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Il 10 ottobre 1917 nasceva Thelonious Monk, pianista e compositore tra i più importanti della storia della musica jazz. Per ricordarlo pubblichiamo un estratto da Thelonious Monk. Storia di un genio americano, scritto da Robin D.G. Kelley e pubblicato in Italia da minimum fax, che ringraziamo. La traduzione è di Marco Bertoli.

di Robin D.G. Kelly

Fu Mary Lou Williams la prima a dare la notizia a Thelonious. Un tale Bill Gottlieb, un bianco, lo stava cercando. Lavorava per Down Beat come giornalista e fotografo e voleva fare un servizio su Monk. Monk non riusciva a crederci. Era un anno che si arrabattava con lavori da elemosina e adesso la più importante rivista di jazz del paese voleva pubblicare un servizio su di lui. La pubblicità significava lavoro, e Monk aveva un bisogno disperato dell’una e dell’altro. Mary Lou Williams combinò un incontro per i primi di settembre del 1947 e disse a Gottlieb di andare da Thelonious, a casa della signora Monk, sulla Sessantatreesima.

Mingus secondo Mingus

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Mingus racconta Monk: pubblichiamo un estratto da Mingus secondo Mingus di John F. Goodman. Traduzione di Michele Piumini.

Goodman: …Ok, e nel 1951 sei arrivato a New York. Con chi hai suonato la prima volta a New York?

Mingus: Quando sono arrivato a New York, dovevo trovarmi un lavoro, perché rischiavo di perdere mia moglie. Lei [non mi aveva] accompagnato, ero con Red Norvo, che partecipava a un programma televisivo – la prendo alla larga per raccontarti la storia completa, hai tempo? – e Red Norvo era diventato un vero razzista, perché si era messo a lavorare per un canale televisivo razzista.

Charles Mingus: «In altre parole io sono tre»

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In occasione dell’uscita del libro-intervista Mingus secondo Mingus di John F. Goodman, pubblichiamo un profilo di Charles Mingus firmato da Eddy Cilìa. Ringraziamo l’autore per la gentile concessione.

di Eddy Cilìa

«Sono Charles Mingus. Mezzo nero, mezzo giallo… ma non proprio giallo e nemmeno bianco quanto basta a essere identificato come tale. Per quanto mi riguarda mi considero un negro… Charles Mingus è un musicista, un musicista meticcio che produce musica bella, terribile, amabile, maschia, femminile, musica. E ogni tipo di suono: forte, piano, inaudito. Suoni, suoni, suoni, suoni, suoni, suoni, suoni… Uno che gli piace un sacco giocare con i suoni».

Si raccontava così – a una radio canadese, in un anno imprecisato (ho preso la citazione dal libretto di Epitaph, riordino ed esecuzione postuma di alcuni dei suoi spartiti più memorabili) – il più grande contrabbassista della storia del jazz e uno dei più grandi compositori – afroamericani e non solo, jazz e non solo – dell’ultimo secolo.

Incontro con Arto Lindsay

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Valerio Mattioli ad Arto Lindsay apparsa su la Repubblica.

di Valerio Mattioli

Arto Lindsay è tra i monumenti di una New York che non esiste più: a fine anni 70 fu fondatore dei DNA, colonne di quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York, praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre (chiedere a Sonic Youth e relativi figliocci); abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di tizi come Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per locali punk tipo il CBGB quanto per le gallerie d’arte: «noi in realtà volevamo suonare rock’n’roll», puntualizza lui; «non pretendevamo di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era una musica un po’ più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».

Cantare la solitudine urbana: intervista a Barzin

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Questa intervista è stata pubblicata su Il Mascalzone. Barzin sarà in tour in Italia nelle prossime settimane: il 7 aprile a Padova,  l’11 a Carpi,  il 12 a Torino, il 13 a Varese, il 13 maggio a Livorno e il 15 maggio a Roma. 

Barzin Hosseini, in arte Barzin, è uno dei migliori cantautori dell’ultimo decennio e il nuovissimo album “To Live Alone in That Long Summer” non fa che confermarlo. Come già nel precedente “Notes To An Absent Lover”, che lo ha imposto all’attenzione internazionale, in “To Live Alone in That Long Summer” Barzin continua a reinventare il suono slowcore degli anni Novanta e prosegue il suo percorso di avvicinamento ad una forma canzone perfetta, allo stesso tempo rarefatta e confidenziale, urbana e intimista, una forma canzone che ormai potremmo iniziare a definire alla Barzin. L’uscita del nuovo disco è l’occasione per fare una chiacchierata con l’artista canadese di origini iraniane, in attesa di vederlo dal vivo in Italia.